Gli esami di maturità in Slovacchia

Foto: www.stuzkova.eu - Decorazione della porta delle classi dell'ultimo anno

Foto: www.stuzkova.eu – Decorazione della porta delle classi dell’ultimo anno

La scorsa settimana i 57.000 studenti slovacchi dell’ultimo anno della scuola superiore hanno affrontato la prova più importante della loro carriera scolastica: gli esami di maturità (in slovacco maturita).

A differenza dell’Italia, in cui tutte le prove dell’esame di stato si svolgono alla fine dell’anno scolastico, in Slovacchia le prove scritte si svolgono in marzo – quest’anno dal 12 al 15 – mentre le prove orali in estate – quest’anno dal 20 maggio al 7 giugno.

In particolare le prove scritte sono così articolate: il primo giorno c’è la prova di lingua e letteratura slovacca; la seconda prova riguarda una lingua straniera a scelta fra inglese, tedesco, francese, russo e italiano (strano ma vero!); il terzo giorno c’è la prova di matematica e infine l’ultimo giorno la prova di lingua e letteratura ungherese o ucraina (per gli istituti scolastici bilingui).

In Slovacchia è molto facile riconoscere gli studenti impegnati a sostenere gli esami di maturità. In primo luogo perché durante le giornate delle prove scritte osservano un codice di abbigliamento particolarmente formale. In secondo luogo, perché tutti gli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori hanno un piccolo nastro verde appuntato sulla giacca (stužka) con il loro nome.

La stužka viene indossato tutti i giorni dagli studenti dell’ultimo anno dopo la stužková, un ballo (per intenderci, simile al prom americano) che si tiene nel periodo di novembre e che viene organizzato integralmente dagli studenti, a cui partecipano anche i professori ed i genitori (che però vengono mandati gentilmente a casa dopo la mezzanotte 🙂 ). In occasione del ballo, oltre a varie esibizioni, viene preparato anche un programma per i professori, i quali sono all’oscuro di quello che gli aspetta fino alla serata del ballo.

Analogie e differenze fra slovacchi e italiani

Slovacchi e italiani, soprattutto quelli meridionali, per molti versi si assomigliano. In entrambe le culture la famiglia e la religione cattolica rivestono un ruolo fondamentale, i figli vanno a vivere fuori abbastanza tardi ed i momenti più importanti della vita delle persone vengono celebrati attorno ad una tavola riccamente imbandita.

Nonostante le molte analogie, nella vita quotidiana si possono constatare anche molte differenze. Nella maggior parte dei casi si tratta di piccole cose, che fanno semplicemente sorridere. Altre volte, senza un po’ di flessibilità, possono trasformarsi in shock culturali.

In questo post elencherò 10 di queste differenze, scelte tra quelle più ricorrenti. Ovviamente si tratta solo della mia personale esperienza e  in nessun modo devono essere interpretate come una regola fissa o uno stereotipo. 

  1.  Tutti in ciabatte. La prima regola che ho imparato quando sono arrivata in Slovacchia è: togliti le scarpe quando entri in casa. Il motivo è molto semplice, e secondo me ha anche molto senso: evitare di sporcare tutta la casa, soprattutto in inverno quando c’è molta neve e le scarpe sono bagnate. Fin qui niente di sconvolgente. La sorpresa è arrivata nel momento in cui ho visto che anche negli uffici, nelle scuole e nei negozi la maggior parte delle persone cammina con disinvoltura in ciabatte, cosa che in Italia sarebbe vista come qualcosa di insolito.
  2. Il secchio e lo straccio per lavare il pavimento nei bus. All’inizio i miei colleghi ed io avevamo varie teorie al riguardo (una ad esempio era che il secchio serviva nel caso in cui qualcuno dei passeggeri avesse lo stomaco delicato 🙂 ), ma alla fine abbiamo scoperto che la risposta è legata al punto precedente. In inverno c’è molta neve ed gli autobus si sporcano velocemente quando la gente sale con le scarpe bagnate, quindi il secchio e lo straccio servono semplicemente per pulire.
  3. Anche con 1 metro di neve le ragazze portano tacchi alti e la gente fa footing. Chapeau, perché col ghiaccio io ho problemi anche solo a camminare, però immagino che nel dna degli slovacchi ci sia una specie di sostanza antigelo che impedisce loro di cadere.
  4. Il riso viene servito a palline, come il gelato. In effetti in risposta a questa abitudine non si può fare altro che dire “perché no?”.
  5. Quando ordini al ristorante scegli prima cosa vuoi bere. Nei ristoranti in Slovacchia mi è capitato spesso che il cameriere mi venga a chiedere cosa voglio ordinare appena 1 minuto dopo che mi sono seduta, quando sto ancora cercando di decifrare il menu per decidere cosa voglio mangiare. Questa efficenza può essere percepita dagli italiani in maniera negativa, ossia come un atteggiamento sbrigativo, mentre in realtà l’intenzione è nobile: vuole chiedere ai clienti cosa desiderano da bere, mentre chiederà cosa desiderano da mangiare nel momento in cui porterà le bevande.
  6. Per cominciare la zuppa. In Slovacchia ogni pasto comincia con la polievka, la zuppa. Ce ne sono molti tipi, tra cui di funghi, di cavolo acido, di verdure miste, di carne ed è sempre presente nei menu delle mense e dei ristoranti che per pranzo offrono normalmente la zuppa più un piatto principale a scelta fra varie opzioni ad un prezzo che va dai 2.50€ ai 5€.
  7. Dolci per pranzo. Personalmente questa è una delle cose che amo di più della Slovacchia: qui è abbastanza comune per pranzo mangiare un piatto principale dolce. Cosa si può chiedere di più?
  8. Non dimenticare i fazzoletti. Mentre venivo in Slovacchia in treno nel mio scompartimento ho visto una signora tirare fuori dalla borsa un rotolo di carta igienica ed andare nella direzione del bagno. Dopo poco ho capito perché: nei treni e negli edifici pubblici di solito i bagni sono sprovvisti di carta igienica, quindi meglio essere previdenti.
  9. La chiave del bagno. Qui le cose da dire sono due. La prima è che spesso negli uffici pubblici o nelle scuole i bagni sono sprovvisti di chiave. La seconda è che, almeno a Banská Bystrica, a volte i bar e i ristoranti hanno il bagno in un altro edificio, quindi per andarci bisogna chiedere la chiave al cameriere.
  10. Il fumo nei locali pubblici. A seconda dei punti di vista, questa differenza rispetto all’Italia può essere positiva o negativa. Va detto però che in questo momento viene discussa una legge per introdurre il divieto di fumo dei locali pubblici in cui si consuma cibo e nei centri commerciali. 

Le difficoltà della lingua slovacca per un italofono

Per imparare una lingua straniera bisogna intraprendere un percorso lungo e impegnativo, durante il quale occorre studiare, avere costanza e mettersi in gioco, perché, soprattutto all’inizio, molte saranno le situazioni in cui non ci si riesce ad esprimere come si vorrebbe o non si capisce quello che il nostro interlocutore vuole dirci.

Non esistono lingue facili o difficili in assoluto, però è innegabile che, per alcune persone, alcune lingue siano più difficili di altre. Ad esempio, ad un italiano, il francese o lo spagnolo risulteranno molto più semplici del cinese, così come ad uno svedese risulterà più semplice il norvegese del portoghese, questo perché la facilità o difficoltà di una lingua è direttamente proporzionale alla somiglianza con la propria lingua madre.

Data questa premessa, è facile dedurre quanto sia complicato per un italiano imparare lo slovacco. A mio parere le difficoltà più grandi sono: la pronuncia, la diversità dei vocaboli, la lunghezza delle parole, i casi, l’ordine degli elementi in una proposizione e la scarsità di materiale didattico disponibile. Vediamo ognuna di queste voci.

La pronuncia

Un italiano che studia lo slovacco avrà molta nostalgia delle vocali quando si imbatterà in parole come zmrzlina (gelato) o štvrtok (giovedì). Inoltre avrà difficoltà a capire la differenza a livello di pronuncia fra /h/ e /ch/:  la prima una semplice aspirazione e la seconda è più gutturale (simile alla /h/ dell’inglese nella parola here). Infine, dovrà abituarsi all’idea che in slovacco esistono vocali lunghe, che non hanno niente a che vedere con l‘accento (che in slovacco è sempre sulla prima sillaba). Ad esempio la parola dievčatá (ragazze) avrà l’accento sulla prima sillaba, ma l’ultima sarà lunga, quindi si pronuncerà /diéucataa/.

La diversità dei vocaboli

Essendo lo slovacco appartenente al ceppo delle lingue slave occidentali, di norma i suoi vocaboli non hanno niente in comune con quelli delle lingue neolatine. Per citare alcune parole a caso: capire si dice rozumieť, dormire spať, mangiare jesť, bere piť.

La lunghezza delle parole

Come mi ha detto un collega di università parlando del russo, ogni parola imparata in slovacco è una battaglia vinta. Uno dei motivi è che le parole sono in media abbastanza lunghe (non che l’italiano sia da meno) diversamente ad esempio dall’inglese. Per citarne alcune: rozmaznaný (viziato), dobrovoľnictvo (volontariato), cestoviny (pasta).

I casi

Fermo subito quelli che vogliono muovere l’obiezione che anche in latino ci sono le declinazioni  dicendo che il latino non si parla, e neanche si scrive, ma si traduce, quindi c’è tutto il tempo per capire quale caso viene utilizzato. Parlare una lingua usando i casi è ben altro! In slovacco ci sono 6 casi o declinazioni: nominativo, genitivo, dativo, accusativo, locativo e strumentale (esiste anche il vocativo, ma è piuttosto raro). Moltiplichiamo i casi per il numero dei generi (maschile, femminile e neutro) e per le tipologie di sostantivi a seconda delle desinenze (4 per ogni genere). Infine raddoppiamo per includere anche le desinenze del plurale. Il risultato è 6 x 3 x 4 x 2 = 144 desinenze da memorizzare (scommetto che neanche Pico della Mirandola ce la farebbe!). Fin qui ho parlato solo dei sostantivi. Ovviamente bisogna declinare anche aggettivi qualificativi, aggettivi possessivi, pronomi personali e aggettivi numerali.

Oltre alla difficoltà di capire come si declinano le parole ce n’è anche un’altra: quella di capire in quali contesti si usa ciascun caso e con quali preposizioni. Alcune volte è abbastanza logico: ad esempio il complemento oggetto richiede l’accusativo. Esempio: ho un libro nuovo – mám novú knihu. Altre volte però non sembra molto logico, per esermpio per esprimere il moto a luogo si usa la preposizione do ­+ il genitivo. Esempio: vado a Bratislava – idem do Bratislavy.

L’ordine degli elementi nella proposizione

Dopo aver accumulato con fatica un piccolo bagaglio lessicale e dopo aver preso  con ancora più fatica dimestichezza con i casi, le difficoltà non sono finite. Parlando ad esempio dell’ordine delle parole, in slovacco, come in italiano, l’ordine non  è così rigido come in inglese. Tuttavia, all’inizio, un madrelingua italiano si troverà un po’ spiazzato dalla struttura di alcune proposizioni che presentano in prima posizione il complemento oggetto invece del soggetto. Cito il titolo di un articolo di giornale: Schengenskú hranicu prekračujú najčastejšie migranti zo Somálska. Tradotto letteralmente sarebbe: il confine di Schengen attraversano più spesso i migranti dalla Somalia.

La scarsità di materiale didattico disponibile

Imparare lingue largamente diffuse come l’inglese e il francese è oggi molto più semplice e divertente grazie alla grandissima varietà di materiale didattico disponibile: oltre a migliaia di libri di grammatica e conversazione per ogni livello, esistono  corsi gratuiti online, siti web, programmi radiofonici, giornali con le tracce audio degli articoli, glossari, dizionari online e chi più ne ha più ne metta. Per lo slovacco invece, visto il numero ridotto di persone interessate ad imparare una lingua parlata da solamente 5 milioni di persone, non c’è una grandissima varietà di materiale didattico disponibile. La selezione si restringe ancora di più per chi non parla l’inglese, visto che gran parte del materiale è in inglese, o comunque, non in italiano. Un’eccezione a questa tendenza è l’insostituibile manuale trilingue Slovenčina Slovak Slovacco di Dagmar Kročanová-Roberts e Barbora Resutíková-Toppi (Bononia University Press, 2010).

Oltre a questo c’è anche da aggiungere che nel caso dello slovacco, non sempre è possibile usare uno dei miei metodi preferiti per imparare una lingua straniera, ossia guardando film con l’audio in una lingua che conosco ed i sottotitoli in slovacco, perché molto spesso i film stranieri in Slovacchia sono sottotitolati, o doppiati, in ceco.

Detto questo, non intendo scoraggiare nessuno ad imparare la lingua slovacca, al contrario, lo consiglio perché nonostante le difficoltà in paricolare iniziali, è secondo me una lingua molto bella e musicale, ma soprattutto, riuscire a comunicare, se pur con fatica, dà soddisfazioni tali e tante quanti (se non di più) sono stati gli sforzi e l’impegno profusi.

Per finire segnalo un interessante articolo sulla lingua slovacca in inglese.

Per vendicarvi con gli slovacchi delle difficoltà della loro lingua 🙂 potete leggere un post di questo blog sulle difficoltà della lingua italiana per uno slovacco.

Il Carnevale in Italia e in Slovacchia

Pochi giorni fa si sono conclusi come ogni anno i festeggiamenti in onore del Carnevale. Vissuto in tutte le culture come un’occasione per prendersi gioco dei potenti, smettere i panni abituali o semplicemente fare baldoria con gli amici, il Carnevale viene declinato in maniera diversa in ogni cultura.

Se pensiamo anche solo all’Italia, i festeggiamenti del Carnevale variano moltissimo da regione a regione e, al di là delle più celebri versioni di Viareggio, Venezia e Cento, sono molti i luoghi che meriterebbero di essere visitati per l’occasione.

In Puglia, ad esempio, meriterebbero una visita il Carnevale di Putignano con la tradizionale sfilata di carri allegorici, ogni anno con un tema diverso e che spesso ritraggono i personaggi politici che hanno calcato maggiormente le scene nell’ultimo anno, ed i veglioni di Sammichele di Bari, feste durante le quali di tanto in tanto irrompono gruppi di persone mascherate che invitano i partecipanti a ballare e che hanno il divieto di togliere la maschera e svelare la loro identità.

Foto: http://www.girofvg.com

Foto: http://www.girofvg.com

In Friuli, invece, tra i tanti festeggiamenti, almeno uno merita di essere menzionato per la sua fedeltà alla tradizione: il Carnevale di Sauris,  in occasione del quale si svolge una suggestiva sfilata delle lanterne fra i boschi con le tipiche maschere di legno.

A proposito di Carnevale, è impossibile non citare almeno due delle delizie tipiche che si preparano in Italia per questa occasione: le chiacchiere (chiamate in Puglia anche bugie e in Friuli crostoli) e le castagnole.

Anche in Slovacchia il Carnevale, chiamato Fašiangy, e’ un evento molto sentito e festeggiato, come spiega benissimo questo interessante articolo apparso su Buongiorno Slovacchia. Pochi giorni fa ho potuto sperimentare di persona l’atmosfera particolare del Fašiangy di Janova Lehota, un paesino di circa 1000 abitanti non lontano da Banská Bystrica.

Foto: www.slovakcooking.com

Foto: www.slovakcooking.com

Per l’occasione, il giorno prima dei festeggiamenti tutti gli abitanti si sono riuniti per preparare le salsicce (klobasy) che sarebbero state servite per l’evento culmine del Carnevale del paese, chiamato Zabíjačka (che vuol dire letteralmente “uccisione”, con riferimento al maiale che viene sacrificato per l’occasione). Durante la Zabíjačka, tutto il paese si è riunito nella sala del comune e ha pranzato insieme a base di salsicce, kapustnica (zuppa di cavolo acido), šišky (frittelle dolci con marmellata o vari altri ripieni) e buchty (pagnotte dolci ripiene di marmellata o altri condimenti cotte al forno), il tutto innaffiato da vino e dalla tipica slivovica (grappa alla prugna), con il sottofondo di un gruppo di musica popolare slovacca vestito in abiti tradizionali.

Inoltre, come da tradizione, si e’ anche tenuta una festa in maschera per bambini al termine della quale e’ stata decretata la maschera più bella. Aggiungo a questo proposito una nota di colore, perché uno dei membri della giuria incaricata di eleggere il re o la regina del Carnevale dei bambini era la sottoscritta, in quanto straniera, ergo giudice imparziale 🙂 Davvero un’esperienza divertente!

La traduzione letteraria su France Culture

Come credo la maggior parte degli interpreti e traduttori, o più in generale, come tutti gli appassionati di lingue straniere, amo ascoltare la radio nelle lingue che conosco. Oltre che tenere sempre in esercizio le lingue che si studiano o si conoscono, ascoltare la radio permette di imparare moltissime cose in ogni campo e, altro vantaggio non indifferente, permette di farlo nei cosiddetti “momenti morti”, nel mio caso tipicamente mentre vado a lavorare o quando viaggio.

Per me il modo più pratico per ascoltare la radio è attraverso l’abbonamento gratuito ai podcast, così da ricevere automaticamete i nuovi episodi delle trasmissioni alle quali sono abbonata non appena vengono messi in rete.

Tra i vari podcast ai quali sono abbonata, uno dei miei preferiti tra quelli in francese è “Tout Un Monde”. I temi di questo interessantissimo programma settimanale di France Culture sono sintetizzati egregiamente nel sottotitolo della trasmissione “Le magazine des culture et des identités en mouvement”.

Vorrei segnalare in particolare la trasmissione del 29 gennaio, intitolata “Traduire, l’atelier des langues partagées”, dedicata alla traduzione letteraria. Durante il programma intervengono varie personalità attive nell’ambito della traduzione letteraria, in particolare, oltre a traduttori, anche docenti ed editori, che affrontano temi cruciali quali lo status dei traduttori letterari, i vari tipi di formazione e la questione della qualità.

Ecco il link al programma

L’eterno circolo vizioso: niente lavoro senza esperienza e niente esperienza senza lavoro

Come i giornali ci ricordano ogni giorno, questi sono tempi molto duri per i giovani. La disoccupazione giovanile è arrivata alle stelle, anche tra i più qualificati. Se vogliono lavorare, i giovani laureati si ritrovano a dover scegliere fra due alternative: trasferirsi verso Paesi più ricchi o smettere di essere choosy, come dice il nostro Ministro del Lavoro, e cercarsi un lavoro per il quale le qualifiche possedute sono solo carta straccia.

Chi vuole rimanere in Italia e intraprendere la professione per la quale ha studiato ha davanti a sè una strada tutta in salita, poiché i pochi posti di lavoro rimasti vengono preclusi ai giovani, ritenuti carenti di esperienza sufficiente.

Questo fenomeno esiste in tutti i settori, ma a mio avviso nel campo dell’interpretazione e della traduzione, assume dimensioni ancora maggiori. Innanzitutto va detto che il nostro settore è abbastanza piccolo, la domanda è inferiore all’offerta ed entrare nel mercato è già di per sè abbastanza difficile. A questo va poi aggiunto il fatto che purtroppo è in corso un’asta selvaggia che privilegia la quantità, ossia il minor prezzo, piuttosto che la qualità del servizio.

Tuttavia, uno dei maggiori ostacoli per i giovani interpreti e traduttori è costituito a mio avviso dal mancato funzionamento del passaggio generazionale. In molte professioni la norma vuole che chi ha più esperienza trasmetta le sue conoscenze ai colleghi più giovani. Nel campo dell’interpretazione invece, avviene molto spesso che chi è esperto voglia lavorare solo con chi è tanto esperto quanto lui e si rifiuti di trasmettere le proprie conoscenze ai più acerbi.

A riprova di questo atteggiamento, qualche giorno fa mi è capitato di consultare il sito di un’interprete che offriva i suoi servizi specificando che è disponibile a lavorare in équipe solamente con colleghi con almento 15 anni di esperienza.

Le obiezioni che si possono sollevare sarebbero infinite, ma mi limiterò solo alle più clamorose. Innanzitutto, ritengo che questa diffidenza a priori nei confronti dei giovani sia abbastanza scoraggiante, perché ci sono molti giovani di talento in ogni campo. In secondo luogo, mi verrebbe spontaneo chiedere a questa decana dell’interpretazione come abbia mosso i suoi primi passi nel campo. Se qualcuno non le avesse dato fiducia, certamente non avrebbe potuto diventare la professionista che è. In terzo luogo, penso che i giovani interpreti, se da una parte peccano di esperienza, dall’altra possono offrire una buona preparazione. Ad esempio, un giovane interprete si prepara ad una conferenza studiando molto bene l’argomento per evitare di trovarsi impreparato e si presenta con pagine e pagine di glossari ben fatti, mentre i professionisti già collaudati a volte fanno più affidamento all’esperienza che alla studio. Inoltre spesso i giovani interpreti hanno più familiarità con alcuni strumenti tecnologici.

La questione è di difficile risoluzione, ma tempo fa alla Sslmit di Forlì, un professore di interpretazione, nonché stimato interprete con molti anni di esperienza alla spalle, ha avanzato una proposta secondo me molto valida: affiancare in cabina un “esperto” ed un “giovane” dando al primo un compenso più elevato rispetto al secondo. In questo modo i professionisti con più esperienza hanno un incentivo in più a lavorare con i giovani, ed i giovani riescono a muovere più facilmente i primi passi nel mercato dell’interpretazione.

La lingua della musica

La musica è senza dubbio una delle poche cose in grado di abbattere le barriere culturali e linguistiche che separano i popoli del nostro pianeta. Non sempre i risultati di questo potere di valicare i confini sono positivi, si veda ad esempio il successo universale della hit coreana Gangnam style, ma molto spesso grazie alla musica è possibile entrare in contatto con culture geograficamente molto distanti.

Tuttavia, anche se la lingua della musica è universale, le note musicali vengono lette in maniera diversa a seconda dei paesi. In Italia ed in Francia prendono i nomi DO RE MI FA SOL LA SI, dalle sillabe iniziali dei primi versetti dell’inno gregoriano Ut queant laxis:

Ut queant laxis

Resonare fibris

Mira gestorum

Famuli tuorum

Solve polluti

Labii reatum,

Sancte Iohannes

Ossia: affinché i tuoi servi possano cantare con voci libere le meraviglie delle tue azioni, cancella il peccato, o santo Giovanni, dalle loro labbra indegne. La nota SI deriva dalle iniziali di Sancte Iohannes e la nota DO, da Dominus, sostituisce l’UT, ritenuta troppo difficile da pronunciare.

Nel resto del mondo invece, le note si chiamano A B C D E F G. In Slovacchia, però, al posto della B c’è la lettera H. Convertire le note da un sistema all’altro è molto semplice: bisogna mantenere lo stesso ordine e ricordarsi che la lettera A corrisponde al LA, dunque:

A = LA, B (o H) = SI, C = DO, D = RE, E = MI, F = FA, G = SOL

Se tradurre fosse sempre così immediato, per gli interpreti e i traduttori la vita sarebbe molto più facile 😉

Grazie a Valerio per avermi fatto venire l’idea di questo post

Hockey sul ghiaccio: come fare di necessità virtù

Per un’italiana, è interessante scoprire che non in tutti i paesi lo sport che appassiona la gente, crea campanilismo fra le città della stessa regione e riunisce le famiglie davanti alla televisione è il calcio. Qui in Slovacchia, ad esempio, il calcio è uno sport minore e gli animi dei tifosi si infiammano durante le partite di hockey sul ghiaccio.

Finora non mi ero mai chiesta come mai questo sport sia così popolare in Slovacchia, ma oggi, a mie spese, ho capito perché. Circa una settimana fa qui a Banská Bystrica sono caduti circa 20 centimetri di neve. A causa delle basse temperature, nonostante non nevichi da circa 4 giorni, la neve ricopre ancora le strade, le quali, con un po’ di pioggia caduta oggi, si sono letteralmente trasformate in una pista di pattinaggio.

Malgrado fossi stata avvertita, qualche ora fa ho avuto l’ardore di andare a fare la spesa nonostante le condizioni avverse. Non è stata una buona idea, perché nonostante il supermercato disti 5 minuti dal mio appartamento, la strada era così scivolosa che non sono mai arrivata a destinazione poiché, per evitare di rompermi qualche parte vitale, ho deciso saggiamente di fare marcia indietro a metà strada. Aggiungo che per fare questo percorso mi ci sono voluti 20 minuti.

Grazie a questa avvincente esperienza, ho capito che per gli slovacchi pattinare è una necessità vitale, poiché se non fossero in grado di farlo non riuscirebbero neanche ad andare a comprare il pane. Quando riuscirò ad uscire di casa, la prima cosa che farò sarà comprare un paio di pattini.

40 parole intraducibili in inglese

Uno degli aspetti più interessanti dello studio di una lingua straniera è che tramite la conoscenza della lingua si ha accesso alla cultura delle persone che la parlano. Ogni cultura modella la propria lingua sulla base delle sue necessità, per questo motivo mentre in italiano abbiamo una sola parola per dire “neve”, nella lingua degli eschimesi, la scelta si allarga ad una trentina di parole, a seconda che sia dura, morbida, soffice, ecc.

Per chi fosse interessato ad approfondire questo tema, consiglio vivamente la lettura di The Mother Tongue di Bill Bryson. Oggi però, vorrei consigliare la lettura di questi due interessanti post, ciascuno dei quali elenca 20 parole di varie lingue del mondo intraducibili in inglese (ce n’è anche una in italiano!).

Matador_1

Matador_2

Aggiungo con piacere un altro link che mi è stato segnalato e che riguarda sempre il tema dell’intraducibilità, ma questa volta attraverso le espressioni idiomatiche (curiosamente, quasi tutte legate al tema del cibo). Ogni espressione idiomatica è corredata da una bellissima illustrazione. Buona lettura!

As cool as a cucumber