Quando l’interprete smette di essere invisibile

Si dice che un buon interprete è un interprete invisibile. In altre parole: se fa un buon lavoro, per quanto in realtà svolga un ruolo attivo e fondamentale, nessuno si accorge della sua presenza, perché la comunicazione procede senza intoppi e agli occhi del pubblico c’è una perfetta sintonia tra la componente visiva della comunicazione (il relatore sul palco) e quella uditiva (la voce dell’interprete in cuffia, nel caso della simultanea). Al contrario, se il pubblico inizia a notare delle discrepanze tra quello che vede e quello che sente (ad esempio vede il relatore ridere, ma non sente la voce in cuffia ridere o dire qualcosa che fa ridere), si ricorda subito che la voce che sente non appartiene al relatore, ma all’interprete.

Per favorire questo processo di sovrapposizione interprete-relatore, l’interprete utilizza solitamente la prima persona singolare: in questo modo si cala nei panni del relatore, un po’ come se fosse un attore. Tuttavia, ci sono dei casi in cui l’interprete sconfina dal suo ruolo di mera “voce del relatore” e parla a nome suo. In questi casi, per fare capire al pubblico in maniera chiara che in quel momento non sta parlando più a nome del relatore, ma a nome suo, non utilizzerà la prima persona singolare (usata fino a quel momento per impersonificare il relatore), ma la terza persona singolare (sembra un po’ una sindrome di Giulio Cesare 🙂 ) e si riferirà al relatore utilizzando la terza persona singolare.

Ecco alcune situazioni in cui l’interprete può scegliere di / è costretto a smettere di essere invisibile:

  • quando ci sono problemi di audio: “L’interprete si scusa, ma non può tradurre perché l’oratore è fuori microfono” oppure “L’interprete chiede al relatore di parlare più vicino al microfono” (in quel caso solitamente la prima fila inizierà freneticamente a fare dei gesti all’oratore, che auspicabilmente capirà che deve avvicinarsi al microfono)
  • vengono rivolte domande direttamente all’interprete: “L’interprete sente bene?” –  “Sì, l’interprete sente bene” oppure “Ringraziamo l’interprete” – “L’interprete ringrazia a sua volta”.
  • aggiunte o correzioni: può capitare di perdere qualche informazione per strada e di recuperarla grazie al suggerimento del collega: “L’interprete si corregge: la crescita annua del PIL sarà del 2,2% e non del 2,4%” oppure “L’interprete aggiunge alla lista di paesi appena citati la Spagna”
  • autodifesa: se il relatore inizia a leggere a mille all’ora di punto in bianco un testo che non ha precedentemente fornito all’interprete, mette l’interprete nella condizione di non poter fare un buon lavoro, ma il pubblico in sala, sentendo una traduzione imperfetta, difficilmente capisce che la colpa è dell’oratore e 9 volte su 10 pensa che sia l’interprete a non essere all’altezza della situazione. Questo non è giusto, quindi in situazioni del genere è giusto che l’interprete si tuteli mettendo al corrente il pubblico della situazione, dicendo ad esempio: “L’oratore sta leggendo molto velocemente un testo che non ha precedentemente fornito all’interprete, quindi l’interprete dovrà necessariamente limitarsi a fare un riassunto”
  • complicità col pubblico: se l’oratore per rompere il ghiaccio e far ridere il pubblico decide di raccontare una barzelletta infarcita di giochi di parole e quindi intraducibile (ovviamente senza avvertire precedentemente l’interprete), l’interprete può decidere di agire in maniera astuta e dire al pubblico: “Il relatore sta raccontando una barzelletta divertente basata su giochi di parole e si aspetta che il pubblico rida”. A quel punto solitamente il pubblico si mette a ridere per solidarietà con l’interprete e il relatore è contento perché sente di aver compiuto la sua missione di intrattenitore. Devo ammettere che questa strategia presuppone una buona dose di sangue freddo ed audacia che probabilmente io non ho, quindi in una situazione del genere credo che sceglierei un’altra strategia, ma mai dire mai!

In conclusione: quando l’interprete smette di essere invisibile, spesso vuol dire che c’è qualche problema e che l’interprete sta utilizzando una strategia per risolverlo. Tutte queste situazioni sono tutt’altro che desiderabili, perché costituiscono una difficoltà aggiuntiva e costringono l’interprete ad esporsi, quindi è fondamentale utilizzare queste strategie con molto tatto e consapevolezza.

E voi avete mai vissuto situazioni simili?

Il kit dell’interprete previdente – 2

Nel precedente post ho fatto una panoramica degli strumenti generici che compongono il kit dell’interprete previdente, utili in qualsiasi contesto e con qualsiasi tecnica di interpretazione. Oggi, come promesso, mi soffermerò sugli strumenti specifici per l’interpretazione simultanea, croce e delizia di ogni interprete.

Il kit di simultanea

Cuffie – partiamo dai fondamentali: a volte le cuffie che troviamo in cabina non sono di buona qualità, o può capitare che si rompano, ma il problema sarà risolto in men che non si dica se abbiamo portato le nostre.

Connessione a internet – quando si lavora in cabina è di grandissimo aiuto avere una connessione internet a disposizione con cui fare ricerche terminologiche o controllare la posta elettronica per scaricare la presentazione del primo relatore della giornata inviata la sera prima alle 2 di notte (strano che non l’abbiamo vista prima!). In moltissime sale convegni c’è il wifi, ma se non c’è o non è accessibile poter usare la nostra connessione potrebbe evitarci qualche grattacapo.

Chiavetta USB – per “estorcere” le presentazioni dell’ultimo minuto. Alcuni relatori purtroppo non inviano in anticipo agli interpreti le loro presentazioni: alcune volte perché le finiscono la sera prima, a volte perché contengono delle informazioni riservate che temono verrebbero divulgate e altre volte ancora perché semplicemente non sanno quanto sarebbe utile per noi averle con un po’ di anticipo. Fatto sta che quando ci si trova faccia a faccia con il relatore e gli si chiede se può gentilmente darci la sua presentazione perché questo ci permetterebbe di fare un lavoro migliore (anche con un semplice sguardo fugace 10 minuti prima dell’inizio della conferenza), difficilmente il relatore dirà di no. Se dice di sì è bene avere già pronta la nostra chiavetta USB per velocizzare l’operazione di trasferimento dei file.

Evidenziatore – se il relatore decide di darci la sua presentazione pochi minuti  prima della conferenza in versione cartacea non avremo il tempo di leggerla tutta, ma comunque possiamo farne buon uso se la usiamo per fare una scansione veloce dei contenuti e se isoliamo, grazie ad un evidenziatore, le informazioni che potrebbero esserci più utili (nomi propri, cifre, riferimenti normatici, ecc.)

Post-it – per tenere fisicamente davanti ai nostri occhi dei termini particolarmente importanti/ricorrenti che temiamo di dimenticare.

Nastro adesivo – per attaccare il programma dei lavori o il glossario sul vetro della cabina in modo tale da non doverlo sempre cercare tra il mucchio di fogli che si accumula sul piano di appoggio della cabina.

Orologio – per avere una buona qualità di interpretazione è buona norma che i due interpreti che compongono il team di simultanea si diano il cambio al microfono regolarmente (solitamente ogni 20-30 minuti). Poiché quando si traduce è facile perdere la cognizione del tempo, è utile avere un orologio e segnare l’orario di inizio del turno di parola del collega per poi segnalargli quando è il momento di fare cambio.

Ammetto che per portare tutto ci vorrà una borsa un po’ più grande, ma almeno così riusciremo a gestire un po’ meglio i possibili imprevisti. Voi avete altro da aggiungere?

 

Il kit dell’interprete previdente – 1

Essere preparati per ogni evenienza perché l’imprevisto è sempre dietro l’angolo: ecco la regola numero 1 per essere un bravo interprete. Provate a parlare con qualsiasi interprete: sfido chiunque a trovarne uno che non abbia da raccontare aneddoti tragicomici su situazioni lavorative che hanno preso pieghe inaspettate. Purtroppo, come dice la parola stessa, l’imprevisto è imprevedibile, quindi la nostra unica arma di difesa è arrivare preparati ad ogni incarico per limitare i danni per quanto possibile.

Per preparazione intendo soprattutto un’approfondita ricerca linguistico-terminologia ed uno stato mentale adeguato, ma non è tutto. Come molti professionisti, anche gli interpreti hanno i loro ferri del mestiere. In questo post, che sarà suddiviso in due parti per evitare di essere eccessivamente lungo, vorrei parlare degli strumenti che non devono mai mancare nel kit dell’interprete previdente e farò una distinzione tra quelli generici, utili per qualsiasi situazione lavorativa, e quelli specifici per l’interpretazione simultanea.

Il kit generico

Laptop – per consultare i documenti e il glossario che avremo preparato per l’evento che siamo chiamati a interpretare e fare ricerche terminologiche. Mi raccomando: mai commettere l’errore fatale di dimenticare il cavo di alimentazione!

Stampe – anche se abbiamo tutto sul laptop, nel caso in cui la tecnologia decida di piantarci in asso sul più bello, è bene avere una stampa almeno delle cose vitali: programma della giornata (se esiste) e glossario, ma soprattutto indirizzo in cui si terrà l’evento in cui siamo chiamati a lavorare e numero di telefono dei referenti da contattare in caso di emergenza.

Carta e penne in abbondanza – sarò esagerata, ma io senza il mio blocco di consecutiva non vado da nessuna parte! Oltre che durante una consecutiva ovviamente, potrebbe essere fondamentale avere la possibilità di prendere appunti anche durante una trattativa (tipicamente, per scrivere i numeri ed essere assolutamente sicuri che siano chiari per tutti) e una simultanea (per suggerire un termine al(la) collega o per prendere appunti durante un briefing dell’ultimo minuto).

Acqua e spuntino – non possiamo dare per scontato che dappertutto verremo accolti con un banchetto luculliano. Per evitare di non riuscire più a parlare tanto abbiamo la gola secca o che il brontolare del nostro stomaco faccia da sottofondo musicale, è bene essere previdenti.

Biglietti da visita – la probabilità che dei potenziali clienti partecipino all’incontro in cui siamo stati reclutati è molto alta quindi è bene sfruttarla al meglio. Se durante la pausa caffè un collega o un delegato ci chiedono i nostri contatti perché in futuro potrebbero avere un progetto per noi è bene essere preparati. Sì, certo, si può sempre ricorrere all’antica tecnica del numero di telefono scritto sul fazzoletto (o sulla mano per i più nostalgici), ma è molto più rapido, efficace e professionale avere a portata qualche biglietto da visita.

Rimedi per il mal di testa – ascoltare e parlare per ore stanca e non è raro ritrovarsi con un bel mal di testa a metà giornata. Se questo succede, è bene avere una medicina o qualsiasi altro rimedio efficace perché è difficile arrivare a fine giornata mantenendo la concentrazione necessaria per tradurre quando ci sembra che qualcuno ci stia martellando la testa.

Per oggi è tutto, ma nel prossimo post mi sofferemerò sugli strumenti che, insieme ai precedenti, costituiscono il kit per l’interpretazione simultanea.

Vita da freelance: come gestire i momenti di magra

Diciamocelo: per alcuni versi lavorare come freelance è fantastico. Non ci sono superiori antipatici da sopportare, non bisogna fare la lotta coi colleghi per prendere le ferie, compatibilmente con le scadenze si ha la libertà di organizzare il proprio lavoro e, se non si ha nulla da fare, ci si può tranquillamente concedere il lusso di andare a fare un bagno in piscina anche alle 3 del pomeriggio. Ovviamente non è tutto oro quel che luccica perché c’è uno scotto da pagare per questa libertà: un freelance non ha uno stipendio fisso, non ha le ferie e il congedo di malattia pagati e soprattutto non ha un flusso di lavoro prevedibile e tanto meno costante.

Nella mia esperienza, quest’ultima peculiarità è la più difficile da gestire. Soprattutto nei primi anni, un freelance passa da momenti di estasi, in corrispondenza di incarichi consistenti e soddisfacenti, a momenti di magra, in cui sembra che nessuno abbia più bisogno di noi e in cui, nelle fasi più acute, finiamo per rimpiangere il nostro caro vecchio lavoro da dipendente. E’ proprio in questi momenti che è fondamentale mantenere alto lo spirito e ricordarsi che i momenti di magra capitano a tutti e che non c’è motivo di disperarsi.

Al contrario, bisogna ricordare che i momenti morti possono essere preziosi perché ci offrono l’opportunità di dedicarci ad attività non sono piacevoli, ma anche utili, che però normalmente non abbiamo il tempo di fare. Sono proprio questi i momenti in cui possiamo gettare i semi che in futuro ci permetteranno di crescere professionalmente. Parlo di tutte quelle attività che arricchiscono il nostro bagaglio professionale di nuove competenze o che semplicemente ci rendono persone e, di conseguenza, anche professionisti migliori.

Ecco qualche esempio valido per il campo che conosco meglio, la traduzione:

AttivitàPotenziali benefici professionali
Ricerca di nuovi clientiAumento del flusso di lavoro
Aggiornamento sito / CV / profili sui social network professionaliUna maggiore visibilità aumenta le possibilità di trovare nuovi clienti
Fare rete e confrontarsi coi colleghi (online o di persona)Miglioramento delle competenze professionali e aumento del flusso di lavoro
Aggiornamento professionale (lettura articoli / ascolto contenuti nelle nostre lingue di lavoro)Miglioramento delle competenze professionali
Approfondimento di un campo totalmente diverso dal nostro (potremmo fare un corso di medicina / pittura / cinema… qualsiasi cosa solletichi il nostro interesse)Preparazione a un eventuale incarico su quel tema
SportMantenimento di un buono stato di salute psicofisico
Relax e ricarica delle batterie in vista della prossima ondata di lavoroMantenimento di un buono stato salute mentale

E voi, freelance e non, avete altri suggerimenti per tenere lontano lo sconforto e mettere a frutto i momenti di magra?

 

L’interprete può correggere l’oratore?

Uno dei priviliegi di un interprete è poter incontrare menti illuminate che hanno qualcosa di importante da dire agli altri. Recentemente mi è capitato di incontrare una di queste personalità incredibili e devo dire che è stato un onore prestargli la mia voce per permettergli di comunicare con la gente. In queste circostanze sento ancora di più la responsabilità di essere “fedele” (termine delicato in ambito traduttivo, ma in questo caso appropriato) sia all’oratore che al pubblico.

Il problema però è che in alcuni casi queste due forme di fedeltà entrano in conflitto. Uno di questi casi è quando l’oratore dice una scorrettezza durante un discorso tradotto in interpretazione simultanea (bè, sì, capita anche alle menti più acute di sbagliare!). Diversamente dall’interpretazione consecutiva o dialogica, ovviamente in simultanea l’interprete non ha tempo di chiedere chiarimenti o conferme, quindi è costretto a prendere una decisione in velocità. Dunque: se l’interprete coglie l’errore e lo corregge, prevale la sua fedeltà all’oratore perché evita che il suo errore arrivi al pubblico, mentre invece, se pur percependo l’errore, l’interprete decide di mantenerlo, sceglie di essere più fedele al pubblico “non filtrando” l’errore dell’oratore. Quindi che fare?

A mio avviso a questa domanda non si può rispondere con un’unica ricetta valida per tutti i casi, perché molto dipende dalla situazione e dal tipo di errore. Propongo due esempi molto diversi. Se l’oratore fa un banale errore di forma, come pronunciare il nome di una persona in maniera errata, l’interprete non ha motivo di pronunciare a sua volta quel nome in maniera consapevolmente scorretta: nella sua traduzione utilizzerà la pronuncia giusta. Ma se invece l’oratore fa nel suo discorso un errore di contenuto, ad esempio dicendo “nel mio libro mi sono molto ispirato ai Promessi Sposi di Dante Alighieri”, cosa deve fare l’interprete? Io vedo tre possibilità:

  • riproporre l’errore (“nel mio libro mi sono molto ispirato ai Promessi Sposi di Dante Alighieri”), ma l’oratore farà una figuraccia
  • correggere l’errore (“nel mio libro mi sono molto ispirato ai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni”) salviamo la faccia all’oratore ma siamo “infedeli” verso il pubblico
  • mantenere la neutralità (“nel mio libro mi sono molto ispirato ai Promessi Sposi”), una soluzione di compromesso.

A voi è mai capitata una situazione del genere? Che cosa avete / avreste fatto?

La musica slovacca

Essendo la Slovacchia un Paese fuori dai sentieri generalmente più battuti, sono in pochi a conoscerne le ricchezze paesaggistiche, culturali e artistiche. Eppure, ve lo assicuro, ne ha davvero tante. Ad esempio, la scena musicale slovacca è molto vivace ed è popolata da molti artisti che spaziano tra tutti i generi musicali. Ultimamente la Slovacchia sembra essersi resa conto del suo patrimonio musicale e, nel tentativo di salvarlo dal costante attacco della musica in lingua inglese, è stata fatta una legge che impone dal 2016 alle radio di trasmettere un minimo di 20% di musica slovacca (o di un interprete slovacco), percentuale che nel 2017 salirà al 25% per le radio private e al 35% per le radio pubbliche.

Se siete curiosi, ecco una lista di artisti slovacchi:

  • Szidi Tobias, una delle mie preferite, cantautrice raffinata dotata di una voce molto riconoscibile che propone brani anche in ceco e ungherese
  • Lucia Lužinská, cantante jazz, in questo brano con Milan Lasica, famosissimo attore, comico e cantante
  • Polemic, gruppo ska perfetto per le serate danzanti
  • Cigánski diabli, gruppo di rom slovacchi che generalmente propone brani di genere gipsy, spaziando però anche con brani più moderni, come questo
  • Jana Kirschner, artista pop-rock molto popolare e talentuosa
  • Katarína Knechtová per gli amanti del genere pop
  • Martin Geisberg, un altro dei miei preferiti. Cantautore talentuoso e poliedrico
  • Elán gruppo pop-rock sulla scena da oltre 40 anni (una specie di Pooh slovacchi)
  • Rytmusqui scendiamo dal mio punto di vista decisamente di livello, con un cantante rap non particolarmente raffinato, ma ve lo propongo per dovere di inventario
  • Sto múch, gruppo con un forte impatto scenico (mi ricordano un po’ Elio e le storie tese)
  • Fragilegruppo a cappella. Sono slovacchi, ma una grossa parte del loro repertorio è internazionale
  • Pressburger, gruppo slovacco di genere klezmer (si chiamano così perché Pressburger è il vecchio nome di Bratislava)

E per finire, vi lascio con una punta di diamante della scena musicale slovacca: Dalibor Karvay, uno strabiliante virtuoso del violino appena trentenne ma già con un’incredibile carriera alle spalle

Certificazioni di lingua slovacca

Quando si studia una lingua straniera si può aver bisogno di certificare la propria conoscenza e “quantificare” il proprio livello. Ad esempio, una certificazione può essere utile per iscriversi ad un’università straniera o per lavorare all’estero.

Per lingue come inglese, francese, tedesco e spagnolo l’offerta di certificazioni e di enti in cui è possibile sostenere gli esami è ampia e le informazioni sono facilmente reperibili su internet. Per chi invece vuole certificarsi in una lingua meno diffusa come lo slovacco la faccenda è un po’ più complicata.

In questo post, passerò in rassegna alcuni tipi di certificazioni di lingua slovacca per stranieri ed i relativi enti di certificazione.

  • Centrum ďalšieho vzdelávania: in questo centro dell’Università Comenius di Bratislava è possibile sottoporsi a esami di certificazione di slovacco dal livello A2 al livello C2. E’ anche possibile frequentare corsi di preparazione all’esame. L’esame costa 100 euro e consta di una parte scritta ed una orale. Consiglio di consultare la versione della pagina in slovacco perché contiene molte più informazioni sul contenuto dell’esame per ciascun livello rispetto alla pagina in inglese. Se si supera l’esame, il certificato ottenuto è valido in tutta l’Unione Europea.
  • L’International House Bratislava di Bratislava dà la possibilità si sostenere l’esame di certificazione ECL (European Consortium for the Certificate of Attainment in Modern Languages) a tutti i livelli al costo di 100 euro. Consiglio di dare un’occhiata al sito perché è possibile effettuare un test di simulazione per avere un’idea del proprio livello.
  • L’esame ECL può essere sostenuto anche alla scuola di lingue SJS di Košice dal livello A2 a C1. Sul sito non vengono precisate ulteriori informazioni.
  • La scuola di lingue 1sjs di Bratislava offre la possibilità di certificare il proprio livello di slovacco con il cosiddetto esame di stato. Il tipo di esame è diverso rispetto ai precedenti ed i livelli offerti sono il base, corrispondente al B2 (qui le competenze richieste) ed il generale, ossia il C1 (qui le competenze richieste). Anche in questo caso, la scuola offre corsi di preparazione all’esame. Il costo dell’esame non è esplicitato sul sito.

Come riconoscere il “cliente perfetto”

Il 2015 finisce domani e, per chiudere in bellezza, oggi vorrei fare un tributo al “cliente perfetto”, a mo’ di rito propiziatorio per augurare a tutti i colleghi interpreti/traduttori e a me stessa di averne molti nel 2016. Il “cliente perfetto” è quella tipologia di committente in grado di risollevare le sorti della nostra giornata, anche quando abbiamo appena avuto i conteggi delle tasse dal commercialista o quando abbiamo passato la notte in bianco per consegnare una traduzione. Non è facile trovare il “cliente perfetto”, ma quando lo si trova, è bene coccolarlo e non lasciarlo scappare.

Ma come si riconosce questa specie in via di estinzione? Ecco i tratti che lo contraddistinguono in modo inequivocabile.

  1. Ti tratta come un professionista, ossia si affida a te perché sa che tu hai le competenze necessarie a fornire il servizio richiesto
  2. Risponde prontamente 
  3. Risponde educatamente
  4. Coopera, rispondendo alle tue domande o richieste di chiarimento (ad esempio rendendosi disponibile ad un briefing prima di un convegno)
  5. Fornisce le informazioni richieste (nel caso di convegni il programma dei lavori, eventuali presentazioni o relazioni di incontri precedenti)
  6. Ti assicura adeguate condizioni di lavoro (microfono, cuffie e cabina di qualità per interpretazioni e scadenze umane per le traduzioni)
  7. Ti paga il giusto (non cerca spasmodicamente di risparmiare fino all’ultimo centesimo possibile e riconosce il valore del tuo lavoro)
  8. Ti fornisce la terminologia tecnica quando ce l’ha
  9. Ti fornisce un riscontro: positivo, se ha apprezzato il tuo lavoro, o negativo (ma in questo caso motivato) per darti la possibilità di dare chiarimenti e/o migliorare
  10. E ovviamente, paga nei termini concordati

Auguro a tutti un 2016 pieno di “clienti perfetti” e di soddisfazioni personali e professionali!

 

La parola del giorno: cépečkár

Non so se capita anche a voi, ma a me capita spesso di imparare una parola fino a quel momento a me sconosciuta e da lì in poi trovarla continuamente e dappertutto per i giorni successivi. Questo è quello che mi è successo ultimamente con la parola slovacca cépečkár (pronunciato: zèpeckar).

Un cépečkár o cezpoľný è una persona che vive e lavora/studia in una città diversa da quella in cui è nato. Solitamente è un termine che si usa per definire uno slovacco che si trasferisce a Bratislava, ma proviene da un’altra regione del Paese. La quintessenza del cépečkár è uno slovacco dell’est, ossia un východniar (da východ: est) che si trasferisce a Bratislava per studiare o lavorare. Trasportato nella cultura italiana, è il corrispondente del pugliese/calabrese/siciliano a Milano.

Non esiste un corrispondente 1 ad 1 di cépečkár in italiano perché è un concetto che tendiamo a distinguere in due sottoconcetti: “fuorisede” e “pendolare”. Tuttavia, se in slovacco si vuole parlare nello specifico del concetto di “pendolare”, si usano i verbi pendlovať e dochádzať.

La cosa più affascinante di questa parola è la sua origine: cépečkár, di cui esiste anche la variante grafica CPčkár, viene dal nome del sito cp.sk, un sito fantastico e molto popolare in Slovacchia in cui è possibile trovare informazioni e orari sui servizi di trasporto (ebbene sì, per la nostra invidia, un unico sito per tutto: treni, autobus e aerei!). CP sta a significare cestovný poriadok, che potremmo tradurre con “piano di viaggio” o “orari dei trasporti”, a seconda delle circostanze.

Per chi volesse approfondire, ecco qualche risorsa (in slovacco):

  • TedX talk discorso in cui un grafico parla dei suoi progetti, sfiorando anche il tema del cépečkár
  • Articolo di Denník N sui cépečkári che vanno nella direzione opposta
  • Articolo di Denník N sulle frizioni tra cépečkári e bratislavesi