6 dritte per andare d’amore e d’accordo col tecnico audio

Sembra quasi un paradosso, ma un interprete può dirsi soddisfatto quando il pubblico finisce quasi per dimenticare la sua presenza perché fila tutto liscio e la comunicazione avviene in maniera efficace. In queste situazioni, pur contribuendo all’evento in maniera sostanziale, l’interprete sembra invisibile, soprattutto durante l’interpretazione simultanea, perché lavorando in cabina è fuori dal campo visivo del pubblico.

Tuttavia, in ogni convegno c’è una persona ancora più invisibile dell’interprete senza la quale un evento multilingue non potrebbe svolgersi. Di chi si tratta? Aiutino: è la prima persona ad arrivare e l’ultima ad andarsene e se ci sono problemi diventa il capro espiatorio di tutti. Sto parlando del tecnico audio, l’angelo custode di ogni interprete. Il tecnico ha in mano il futuro di uno dei nostri strumenti di lavoro più importanti: le nostre orecchie. E’ grazie a lui se lavoriamo in condizioni acustiche perfette o, al contrario, se siamo costretti a tradurre con un fruscio perenne in cuffia (con conseguente mal di testa), quindi è bene non inimicarcelo.

La macrocategoria “tecnico” racchiude varie tipologie di individuo: si va dal nerd con gli occhialini, al rasta ricoperto di piercing e tatuaggi, dal diciottenne entusiasta, al sessantenne navigato, ma con queste sei dritte è possibile impostare da subito una collaborazione proficua per il bene di tutti (compreso quello delle nostre orecchie!).

  1. Prima cosa, fondamentale: appena arriviamo sul luogo dell’evento andiamo a salutare il tecnico e se ancora non lo conosciamo, presentiamoci.
  2. Se ci spiega come funziona l’impianto, anche se lo conosciamo perfettamente e lo abbiamo usato 100 volte, ascoltiamo la spiegazione ed evitiamo tassativamente frasi spocchiose del tipo: “Lo so già come funziona, sono una professionista!”.
  3. Chiediamo di fare una prova audio e se c’è qualcosa che non va comunichiamolo con calma ed educazione. Tra dire: “Sento un fruscio fastidiosissimo! Toglilo subito altrimenti qui non ci lavoro!” e “Ho l’impressione che ci sia un po’ di fruscio, per favore potresti controllare se è possibile toglierlo o per lo meno ridurlo?” c’è un abisso.
  4. Se mentre lavora il/la collega ci allontaniamo dalla cabina per prendere dell’acqua, chiediamo al tecnico se ha bisogno di qualcosa. Ricordiamoci che spesso i tecnici lavorano da soli e non possono allontanarsi durante il convegno.
  5. Durante la pausa pranzo invitiamo il tecnico al nostro tavolo: è probabile che non conoscerà nessuno.
  6. Alla fine del convegno ringraziamolo della sua collaborazione e scambiamoci i biglietti da visita: in futuro potrebbe capitare che un cliente ci chieda assistenza nell’organizzazione dei servizi audio o che un cliente chieda al tecnico il nominativo di un interprete e se si è trovato bene con noi probabilmente sarà più incline a fare il nostro nome.

In poche parole: se siamo gentili con il tecnico lui sarà più motivato a metterci nelle condizioni di lavorare al meglio.

 

“Being a successful interpreter” di Jonathan Downie

Due interpreti si incontrano e vanno a prendere un caffè al bar. Secondo voi di che cosa parleranno? Non ci metto la mano sul fuoco, ma sono quasi sicura che dedicheranno almeno mezz’ora a lamentarsi di quanto il mercato stia diventando difficile, di quanto sia complicato mantenere tariffe dignitose, di come le cose vadano sempre peggio, eccetera, eccetera, eccetera.

E’ vero: il mercato sta cambiando, ma rimanere immobili e investire le energie nelle lamentele di sicuro non porta a niente di positivo. Quello che serve, forse, è cambiare punto di vista e rimettersi in discussione.

Qui entra in gioco Jonathan Downie e il suo nuovo libro Being a successful interpreter. Già il sottotitolo Adding value and delivering excellence la dice lunga sul tono che percorre il libro, tutto improntato sul tema del valore che come interpreti offriamo ai nostri clienti e su come affrontare le sfide a cui ci sottopone il mercato in maniera costruttiva.

Il libro ha un taglio molto pratico, pur rimandando spesso alla ricerca scientifica, e affronta dieci tematiche che vanno dalla presunta neutralità dell’interprete, alla ricerca attiva di clienti, passando per tematiche poco frequentate come la salute psico-fisica e il lato umoristico del nostro lavoro. Ogni capitolo offre suggerimenti su azioni da intraprendere sia singolarmente che in gruppo e si chiude con un’intervista con un esperto della materia.

A me è piaciuto in particolare il capitolo sulla crescita professionale, ma consiglio caldamente di leggere tutto il libro. Colgo l’occasione per segnalare anche il podcast Troublesome Terps in cui Jonathan DownieAlexander Gansmeier e Alexander Drechsel discutono di temi attinenti all’interpretazione.

La prova di traduzione: favorevoli o contrari?

Il primo post di quest’anno riguarda una questione abbastanza controversa per i traduttori: la prova di traduzione. La prova di traduzione consiste in un breve testo che a volte le agenzie inviano ad un traduttore con cui non hanno ancora lavorato per testare le sue competenze in vista di un potenziale incarico o al fine di inserirlo nel proprio database di traduttori. Una volta ricevuto il testo, il traduttore svolge la traduzione (senza compenso) e la invia all’agenzia, che la valuta e comunica al traduttore la sua risposta.

Le ragioni del no

Come dicevo prima è una questione un po’ controversa perché alcuni traduttori sono contrari al concetto stesso di prova di traduzione. La loro posizione è questa: se quando abbiamo bisogno di una consulenza medica nessuno di noi si sognerebbe mai di chiedere ad un medico una “prova di visita medica gratuita”, perché invece la stessa richiesta è considerata legittima quando parliamo di un traduttore? Non si tratta in entrambi i casi di servizi professionali in cui il committente è tenuto a dare fiducia al professionista?

Inoltre, se ciascun potenziale cliente (agenzie e clienti privati) chiedesse ad un traduttore una prova di traduzione gratuita, il traduttore finirebbe per lavorare senza compenso per una parte significativa della sua giornata.

Infine, non è detto che chi valuta la prova di traduzione abbia le compentenze per giudicarla in maniera adeguata, e in ogni caso, la traduzione non è una scienza esatta e a volte il confine tra stile personale ed errore oggettivo non è molto netto.

Le ragioni del sì

Pur comprendendo in parte le ragioni dei detrattori della prova di traduzione, personalmente non sono infastidita se un’agenzia che ancora non mi conosce mi chiede di fare una piccola prova, soprattutto se l’agenzia in questione è italiana: in Italia purtroppo per lavorare come interprete o traduttore non occorre avere nessun requisito e non è raro imbattersi in persone che dall’oggi al domani si improvvisano traduttori senza avere la minima idea di cosa significhi tradurre. Considerata questa anarchia, una prova di traduzione ha il vantaggio di separare immediatamente un traduttore professionista da un dilettante, e secondo me questo è positivo sia per il committente che per il traduttore professionista.

Un altro motivo per cui non sono ostile alla prova di traduzione è che, oltre a permettere al committente di testare il traduttore, permette anche al traduttore di testare il potenziale committente. Anche noi traduttori possiamo scegliere con chi collaborare e se in fase di prova di traduzione ci rendiamo conto che quel determinato committente ha un modo di fare che non ci piace (modi bruschi, tempi di risposta lunghissimi, osservazioni sulla nostra traduzione irrilevanti) possiamo scegliere di non dare seguito alla collaborazione nascente.

Se sì, come?

Detto questo, pur essendo favorevole alla prova di traduzione, è fondamentale delimitarne i confini in maniera netta.

  1. Il testo della prova di traduzione deve essere breve (non oltre le 2 o 3 pagine): un testo di 15 pagine si chiama “lavoro gratis”, non prova di traduzione!
  2. Se il committente ritiene che la nostra prova di traduzione sia inadeguata è tenuto a spiegare in maniera dettagliata e puntuale le sue obiezioni in modo tale da darci la possibilità di motivare le nostre scelte.
  3. Se il committente ci chiede di svolgere una prova di traduzione, ci sta chiedendo una cortesia, quindi non è nella condizione di pretendere una consegna urgente.

E voi siete favorevoli o contrari alla prova di traduzione?

La lingua dei sogni

Per la prima volta oggi ho il piacere di ospitare sul mio blog un post non mio: le autrici sono Imma e Giusy, le due creatrici del blog Languajob, una comunità che connette professori, studenti e chiunque abbia esperienza, formazione o necessità nel mondo formativo delle lingue. Languajob ha l’obiettivo divulgare articoli e annunci che promuovono l’importanza tanto educazionale quanto professionale di imparare una seconda lingua. 

In questo post Imma, grande appassionata di lingue straniere, in particolare di spagnolo, racconta il suo punto di vista riguardo la lingua in cui si sogna.

Senza dover rispolverare Freud, è importante sapere che durante un sogno, la nostra mente attinge al nostro bagaglio di esperienze e ricordi, le rielabora e ce le ripresenta sotto una forma diversa. Per
questo motivo ci capita di sognare quanto gironzola nei meandri più o meno nascosti della nostra testa e dei nostri pensieri…

E’ possibile sognare in una lingua straniera, se questa è parte integrante della nostra quotidianità. Se un individuo vive in un paese estero ed è in contatto quotidiano con una lingua straniera, allora eventi del genere diventano molto più probabili. La stessa influenza linguistica può riguardare anche il flusso dei nostri pensieri: senza addentrarci nei meandri dell’antropologia culturale, possiamo affermare che l’ambiente circostante influenza molto il nostro modo di pensare, fino al punto da condizionare anche la lingua dei nostri pensieri. Quindi, per esempio, dopo il terzo mese che trascorriamo a Barcellona, ci potrà capitare di perderci in divagazioni mentali e di accorgerci improvvisamente che lo stiamo facendo in spagnolo!

Nel 1993, il ricercatore David Foulkes ha osservato e studiato i comportamenti onirici di individui con un’ottima padronanza di due lingue differenti, l’inglese e il tedesco. I risultati hanno evidenziato una certa corrispondenza tra la lingua del sogno e la lingua parlata nella fase precedente al sonno.

Quello della creazione dei sogni è un ambito che desta molta curiosità, forse anche per via di questa aura di mistero che vi aleggia intorno. Ad ogni modo numerosi studi scientifici hanno dimostrato che parlare correttamente almeno una lingua straniera aumenta la capacità di apprendimento e la velocità di comprensione, favorisce il sistema nervoso e quindi l’attività del cervello, affina l’udito e l’attenzione e può ritardare se non addirittura scongiurare, malattie come il morbo di Alzheimer e la demenza senile. Studi condotti all’università di York, Canada, e pubblicati sul Journal of Psychology and Ageing, hanno dimostrato che i soggetti tra i 30 e gli 88 anni in grado di parlare almeno due lingue erano meno a rischio di declino mentale con l’invecchiamento rispetto ad altrettanti soggetti che parlavano una sola lingua.

Il consiglio è quello di immergerci a 360° in un’altra lingua straniera, sognarla e parlarla nel quotidiano, chissà, potrebbe essere il segreto per “l’eterna giovinezza”.

Interpretazione a distanza

Oggi mentre bazzicavo su uno dei miei canali Youtube preferiti con discorsi per fare esercizio di interpretazione (Interpreters in Brussels Practice Group) mi sono imbattuta casualmente in un bel discorso in italiano su un tema che riguarda proprio il mondo dell’interpretazione: l’interpretazione a distanza o in remoto.

Si tratta di una modalità di interpretazione contraddistinta, come dice il nome stesso, dal fatto che i tre attori tradizionali dell’evento interpretato (oratore, pubblico e interprete) non si trovano nello stesso luogo. Come viene spiegato nel video che trovate qui sotto, ci sono varie tipologie di interpretazione in remoto: alcune utilizzano la tecnica dell’interpretazione simultanea, altre l’interpretazione consecutiva e altre ancora l’interpretazione di trattativa.

Finora l’unica tipologia di interpretazione a distanza che ho avuto modo di sperimentare è stata l’interpretazione telefonica ed effettivamente ho potuto constatare quanto l’interpretazione a distanza sia impegnativa poiché, a differenza dell’interpretazione in presenza, mancano tutte le componenti non verbali della comunicazione, che spesso svolgono un ruolo molto importante nelle interazioni.

Per chi volesse approfondire il tema dell’interpretazione telefonica, ecco qualche spunto in inglese:

 

Interpretare una cerimonia nuziale

Questa settimana mi è capitato di fare da interprete in un contesto che ancora non avevo sperimentato: una cerimonia nuziale. E’ stata un’esperienza molto interessante e stimolante, sia dal punto di vista linguistico che da quello della gestione dell’interazione. Mi spiego meglio.

Dal punto di vista linguistico per interpretare un matrimonio (religioso) bisogna avere familiarità con i testi biblici, le preghiere e le formule utilizzate durante il rito in entrambe le lingue con cui stiamo lavorando. Non è un’impresa facile perché generalmente non usiamo la terminologia religiosa nella vita di tutti i giorni e perché la sintassi utilizzata nei testi sacri è generalmente più ampollosa di quella comune.

Però ci sono alcune buone notizie. La prima è che gran parte della cerimonia nuziale segue uno schema prevedibile (scambio degli anelli, eucarestia, Padre Nostro, ecc.), quindi possiamo preparaci in anticipo. La seconda buona notizia è che la Bibbia è il libro più venduto e tradotto al mondo, quindi abbiamo a disposizione una grandissima quantità di materiale da cui prendere tutto ciò che ci occorre praticamente in tutte le lingue del mondo.

C’è però una parte della messa che (almeno si spera) è unica per ogni cerimonia: l’omelia del sacerdote. Solitamente durante l’omelia vengono ripresi ed ampliati i concetti che sono stati introdotti durante la lettura del Vangelo, ma ogni sacerdote ha il suo estro, quindi è sempre utile saggiare il terreno e provare a chiedergli prima dell’inizio della cerimonia qualche anticipazione.

Dal punto di vista della gestione dell’interazione, la parte più impegnativa è svolgere il lavoro per cui siamo stati chiamati cercando di fare da terzo incomodo il meno possibile, compito molto arduo se, come nel mio caso, lavoriamo con la tecnica dello chuchotage o interpretazione sussurrata, che impone di essere a pochi centimetri dal committente. Non dobbiamo mai dimenticare che il matrimonio è una giornata unica per gli sposi e visto che non è il caso di comparire su tutte le fotografie, per non essere d’intralcio può essere utile fare qualche passo indietro quando non c’è bisogno di tradurre (ad esempio al momento dello scambio degli anelli).

Un altro compito che potremmo essere chiamati a svolgere è di natura più interculturale. In fatto di matrimoni le tradizioni variano moltissimo e potremmo dover intervenire per spiegare una certa tradizione agli ospiti stranieri che non stanno capendo cosa succede. Nel mio caso, lo sposo era americano e in quanto tale si aspettava di essere accompagnato all’altare dalla nonna, ma nel momento in cui stava per attraversare la navata insieme alla nonna si è reso conto che non c’era nessuno a guardarlo perché gli invitati (italiani, quindi ignari della tradizione che stava seguendo) erano tutti fuori ad aspettare l’arrivo della sposa, come da tradizione in Italia.

Per chi dovesse ritrovarsi alle prese con questo tipo di incarichi, ecco i miei consigli:

  • chiedere in anticipo agli sposi il libretto del matrimonio o comunque le letture e le formula scelte
  • concordare con gli sposi esattamente quali parti della cerimonia vogliono che traduciamo
  • verificare la pronuncia dei nomi che compaiono nei testi sacri (apostoli, libri della Bibbia, ecc) nella lingua straniera
  • sarebbe utile imparare a memoria le preghiere più comuni per evitare di leggere sempre dai nostri appunti durante la cerimonia
  • parlare col prete prima dell’inizio della cerimonia per chiedergli anticipazioni sull’omelia e per invitarlo a non parlare troppo velocemente
  • studiare la nostra postazione (sia per quando gli sposi sono seduti, sia quando sono in piedi)

Per chi volesse un po’ di materiale, ecco qualche link:

Infine, ecco il link al mio glossario ancora in divenire italiano-inglese con formule liturgiche relative al matrimonio e altri termini biblici.

L’ansia da vacanze del freelance

Le vacanze volgono al termine, ma per cercare di prolungare l’atmosfera vacanziera il più possibile, il post di oggi riguarda una patologia del freelance che si manifesta tipicamente in questo periodo: l’ansia da vacanze, detta anche ansia da abbandono del cliente.

I sintomi

Generalmente le prime avvisaglie si avvertono circa una settimana prima della data di partenza programmata, quando il freelance inizia a ricevere incarichi che è costretto a rifiutare perché sa di non poterli terminare in tempo prima della partenza. In questa prima fase il malcapitato freelance solitamente riesce bene o male a tenere sotto controllo l’ansia da vacanze ripetendosi come mantra frasi come queste: “Quest’anno ho lavorato tanto e merito di staccare la spina per un po'” o “Sono certo che il cliente mi rimarrà fedele”, ecc.

Purtroppo però la terapia di autoconvincimento a un certo punto perde efficacia e il primo picco si registra solitamente il giorno prima della partenza, al momento dell’impostazione della risposta automatica in caso di assenza. In quel momento il freelance viene assalito dalle sue più grandi paure: “Ci ho messo tanto a fidelizzare i miei clienti e ora li perderò tutti!”, “Mi offriranno il progetto della vita e una volta rifiutato non tornerà mai più!”. Insomma, prende il sopravvento la nostra vena pessimista.

In questa fase, il colpo di grazia potrebbe essere inferto dall’offerta di un progetto interessantissimo/molto ben pagato/entrambi il giorno prima della partenza. Per i soggetti più vulnerabili la tentazione di ritardare la partenza potrebbe essere fortissima, ma cedere in quel momento equivarrebbe a imboccare la via del non ritorno, quella che porta al mare sotto l’ombrellone col PC portatile sulle gambe. Se non vogliamo ritrovarci in quelle condizioni, è bene giocare d’anticipo.

La prevenzione

Innanzitutto per prevenire l’ansia da vacanze, il freelance dovrebbe tenere sempre a mente dei concetti base.

  • Se ho seminato bene, i miei clienti non saranno motivati ad abbandonarmi per il primo che passa.
  • Il riposo è fondamentale per ricaricare le batterie e fornire un servizio sempre migliore ai miei clienti.
  • E poi non bisogna mai dimenticare la cosa più importante: il lavoro è lavoro, per quanto stimolante ed entusiasmante sia per me, e oltre a quello ho una vita da vivere.

Al di là di questi concetti teorici, ci sono anche delle strategie pratiche che il freelance può mettere in campo per prevenire l’ansia da partenza.

  • E’ fondamentale, nonché molto apprezzato, comunicare l’assenza in anticipo ai clienti più affezionati, in modo tale che possano organizzarsi di conseguenza.
  • Se arriva un progetto appena prima della partenza (in particolare se si tratta di un cliente diretto), piuttosto che limitarsi a rispondere “Non sono disponibile”, è buona norma dare il contatto di un collega. Molti freelance preferiscono non dare ai clienti il contatto diretto di un collega perché temono che il collega possa rubare il cliente, ma io invece credo che ci siano molte più probabilità che il cliente torni da noi se ci prendiamo la briga di soddisfare un suo bisogno (anche se tramite un altro collega), piuttosto che abbandonarlo al suo destino. Senza contare che quando si passa del lavoro ad un collega solitamente il collega ha piacere a ricambiare il favore.
  • Quando invece siamo irreperibili, per evitare che il cliente riceva una risposta automatica che, sì, gli comunica la nostra assenza, ma comunque non risolve il suo bisogno, un’ottima strategia potrebbe anche essere inserire nella risposta automatica in caso di assenza il contatto di un collega (vedere punto precedente). Grazie a questa strategia si può  rispondere immediatamente alla richiesta del cliente anche quando non si è reperibili, ma purtroppo non l’ho ancora testata di persona perché non ho ancora trovato una persona di fiducia e con la mia stessa combinazione linguistica, ma spero di trovarla presto.

E voi avete mai sperimentato l’ansia da vacanze del freelance? Avete altri consigli per superarla?

 

“Eastern” di Andrea Salajova

Immaginando (o sperando) che i miei lettori in questo momento siano in vacanza a godersi un po’ di riposo, il mio post di oggi è un consiglio di lettura. Si tratta di “Eastern”, romanzo d’esordio di Andrea Salajova, autrice e cineasta slovacca residente in Francia, pubblicato nel 2015 da Gallimard. Premessa fondamentale: il libro è in francese, quindi chi non conosce la lingua di Molière purtroppo, almeno per il momento, non potrà godersi il testo.

“Eastern” è la storia di Martin, un ballerino slovacco ormai trapiantato da anni a Parigi che a causa della malattia di suo nonno torna a far visita alla famiglia di origine a Michalovce, nella parte orientale della Slovacchia. Una volta a casa, accompagnato dall’amica Gabriela, si ritroverà a fare i conti con quello che è diventato e con quello che sono diventati i suoi familiari: la sorella Ivana, gelida dottoressa senza vita privata, il papà Rudolf, che sembra riservare tutte le sue attenzioni all’alcol e la nonna matriarca.

Seppur molto coinvolgenti, al di là delle vicissitudini familiari del protagonista, il motivo principale per cui consiglio il libro è che offre una prospettiva abbastanza rara per i lettori nati “al di qua del muro di Berlino” sulla cultura slovacca, in particolare la Slovacchia dell’est, ed analizza le ripercussioni delle rapide trasformazioni che la società si è ritrovata ad affrontare dopo il collasso dell’Unione Sovietica e l’arrivo a gamba tesa del capitalismo.

Se sono riuscita a solleticare il vostro interesse ecco qualche link:

  • Scheda del libro con estratto
  • Lettura di un estratto del libro fatta dall’autrice
  • Per chi volesse comprare il libro, consiglio di ordinarlo in libreria (io l’ho ordinato alla Feltrinelli) o di comprarlo su internet in formato cartaceo o e-book tramite i-Tunes o Amazon.

Buona lettura e buona estate!

 

Crediti fotografia: Gallimard