29 agosto: insurrezione nazionale slovacca

Ieri in Slovacchia si è celebrato l’anniversario dell’insurrezione nazionale slovacca, in Slovacchia noto come SNP (Slovenské Národné Povstanie), come riporta il post di ieri del blog The Lingua File. Il 29 agosto 1944 a Banská Bystrica ebbe inizio la rivolta degli slovacchi contro il regime filonazista di Josef Tiso, soffocata nel giro di pochi mesi.

Il Museo SNP a Banská Bystrica

Il Museo SNP a Banská Bystrica

La rivoluzione linguistica dei matrimoni omosessuali

Esattamente un mese fa negli Stati Uniti la storia dei diritti umani ha tagliato uno storico traguardo: con l’abrogazione del Defense of Marriage Act (DOMA) finalmente alle coppie omosessuali che contraggono matrimonio vengono riconosciuti gli stessi diritti delle coppie eterosessuali.

Su questo importante evento, il mio carissimo amico Lorenzo ha scritto un bellissimo articolo (Lo voglio: il sì americano alla coppie gay e la storia che cambia) pubblicato sul Diario di Adamo di “Vanity Fair” in cui, oltre ad offrire la sua riflessione sull’evoluzione della storia dei diritti degli omosessuali, si sofferma anche sulle trasformazioni linguistiche legate al riconoscimento dei matrimoni tra coppie omosessuali, invitando i parlanti delle lingue romanze a snobbare l’utilizzo del vocabolo inglese “partner” ed ad adottare “moglie” e “marito”.

Questo invito mi ha fatto riflettere sul fatto che ad essere ancora impreparate alle evoluzioni sociali in corso non sembrano essere solamente le persone, ma anche le lingue. Da questo punto di vista, ad esempio, lo slovacco non è un’eccezione poiché la possibilità che esista un matrimonio tra due persone dello stesso sesso non è linguisticamente prevista.

Sposarsi si dice in due modi: vydať sa per le donne (letteralmente “darsi” da dať, “dare”) e oženiť sa per gli uomini (simile ad “ammogliarsi”, da žena, “donna”), dunque una donna sposata è vydatá mentre un uomo sposato è ženatý. Nel caso di coppie omosessuali, ciascuna delle due mogli non si può definire vydatá e ciascuno dei due mariti non sarà ženatý.

L’unico modo in cui si può dire in slovacco che due persone dello stesso sesso contraggono matrimonio è usando il verbo zobrať sa, letteralmente “prendersi” o “cominciare a camminare insieme”.

A questo punto non resta che aspettare e vedere chi sarà più veloce ad adattarsi alle ultime evoluzioni della società: le lingue o chi le parla?

La minoranza rom in Slovacchia (seconda parte)

Come promesso nel post precedente, rieccomi a parlare della mia esperienza con la comunità rom in Slovacchia.

Innanzitutto come è più giusto chiamare i membri di questa comunità? In italiano si utilizzano i termini rom, gitani, zingari o nomadi, mentre in slovacco si parla di romovia o cigáni. E’ interessante notare che in slovacco è diffusa anche la variante politicamente corretta osadnici (da osada: insediamento/frazione), termine inizialmente neutro, la cui frequente associazione alla comunità rom ha causato uno slittamente di significato. Ma torniamo alla domanda precedente. Anche se il termine ufficiale è rom, che in lingua romanì vuol dire “uomo”, ho notato che i ragazzi che ho incontrato a Veľký Meder preferiscono definirsi cigáni, tanto che quando ho chiesto ad uno di loro se avesse la cittadinanza slovacca o ungherese, lui mi ha risposto pieno di orgoglio: “Ja som cigán” (io sono gitano/zingaro).

I rom hanno una bandiera, un inno, Djelem Djelem, ed una giornata mondiale a loro dedicata, l’8 aprile, in ricordo  del primo Congresso Mondiale dei Rom (1971). In Slovacchia i loro interessi sono rappresentati da tre partiti politici: Strana rómskej koalície (SRK), Rómska iniciatíva Slovenska (RIS) e Strana Rómskej únie (SRU).

Come già accennato, i rom hanno una loro lingua che si chiama romanì (in slovacco rómskycigánsky). Si tratta di una lingua prevalentemente orale di matrice indiana, non standardizzata (anche se è in corso un dibattito tra gli intellettuali rom su una possibile standardizzazione) costituita da molte varietà in ragione dell’influenza delle lingue parlate nelle zone in cui i rom sono insediati: in sostanza, un rom italiano ed un rom slovacco si capiscono, anche se alcuni dei termini che utilizzano saranno diversi, poiché influenzati dall’italiano e dallo slovacco.

Per farsi un’idea della lingua romanì, ecco alcune parole nella variante parlata a Veľký Meder (dunque influenzata dallo slovacco e dall’ungherese):

  • numeri da 1 a 10: 1 jék, 2 duj, 3 trin, 4 star (pronuncia shtaar), 5 panzs (panj, con j pronunciata alla francese), 6 sov (pronuncia shoov), 7 épta, 8 okto, 9 iija, 10 des (pronuncia desh)
  • come stai: sar sal
  • sto bene: mi sto (pronuncia: mi shtò)
  • bambino: savora (pronuncia: shavora)
  • uomo: rom
  • donna: romni

Il romanì ha anche una parola che vuol dire “persona non rom”: gağó (pronuncia: gagio).

I ragazzi rom che ho incontrato a Veľký Meder erano tutti cattolici. Sono stata colpita dal fatto che, nonostante mi abbiano riservato dal primo momento una calda accoglienza e fossero estremamente disponibili a raccontarmi della loro cultura e ad interagire con me, quando ho chiesto loro se avevano voglia di fare qualche fotografia insieme a me per ricordo, si sono tutti rifiutati (salvo poi cambiare idea l’ultimo giorno in virtù della bella atmosfera creatasi) e mi hanno spiegato che nella loro cultura fare una fotografia a qualcuno vuol dire entrare nella sua “sfera intima”.

Non mi dilungo oltre: raccontare in questa sede tutto quello che ho imparato e dare un’idea di tutto il calore e il buon umore che mi è stato regalato in pochi giorni è impossibile, ma inserisco qui qualche link per chi avesse voglia di scoprire qualcosa in più sulla cultura rom:

La minoranza rom in Slovacchia (prima parte)

Nei 10 mesi passati in Slovacchia mi è capitato più volte di constatare che una delle tematiche più “calde” e controverse è la “questione rom”. Ho avuto la possibilità di affrontare questo tema con persone di diverso orientamento e formazione e mi sono resa conto che la questione è estremamente complessa e multisfaccettata e non è possibile trarre una conclusione netta.

Quello che è certo è che la convivenza non è sempre serena. Personalmente, ho l’impressione che le differenze sociali e culturali, che già da sole costituiscono un elemento di divisione, siano esacerbate da alcuni stereotipi radicati e spesso lontani dalla realtà. Ecco alcuni dei più frequenti: i rom non vogliono lavorare, fanno tanti figli solo per ricevere soldi dell’assistenza sociale, i bambini abbandonano la scuola e i genitori non fanno niente perché ci vadano, i rom rubano, ecc. Questa percezione stereotipata negativa però, convive con un’altra ben più positiva che associa alla comunità rom uno spiccato genio artistico, in particolare in campo musicale: cito ad esempio due gruppi musicali di origina orgogliosamente gitana, Cigánski diabli e Diabolské husle, che in Slovacchia hanno moltissimo successo.

Ma quanto numerosa è la minoranza rom in Slovacchia? La comunità rom è distribuita in misura variabile sul territorio slovacco. A livello nazionale non ci sono cifre definitive che attestino il numero di abitanti di etnia rom, poiché nei censimenti viene chiesto ai cittadini di segnare l’etnia alla quale “sentono” di appartenere. Inoltre, alcuni sono di origine mista. L’ultimo censimento (2011) ha riportato come percentuale ufficiale il 2%, mentre le stime ufficiose riportano una percentuale del 10%. La comunità più consistente è concentrata a Košice, la seconda città del Paese, nell’est della Slovacchia, in particolare nel tristemente noto quartiere Luník IX.

Questa settimana, grazie al mio progetto del Servizio Volontario Europeo, ho avuto l’opportunità di entrare a contatto con la minoranza rom di Veľký Meder, un paese di 9.000 abitanti nel sud della Slovacchia, a confine con l’Ungheria. A Veľký Meder la maggioranza della popolazione (85%) è di nazionalità ungherese: questo vuol dire che le insegne dei negozi, le indicazioni stradali e tutto il resto sono sia in slovacco che in ungherese e che ci sono scuole ungheresi e scuole slovacche. La stragrande maggioranza dei residenti è di madrelingua ungherese ed alcuni di loro non parlano affatto la lingua slovacca.

Il mosaico culturale della cittadina è reso ancora più vivace dalla presenza di una consistente comunità rom. Anche in questo caso le cifre ufficiali non sono molto utili: riportano una percentuale inferiore all’1%, ma potrebbero essere significativamente più elevate.

Grazie al mio progetto, dunque, ho passato una settimana nel centro giovanile di Veľký Meder, durante la quale ho avuto la possibilità di parlare con molti ragazzi rom che frequentano regolarmente il centro e che sono stati felici di aprirmi le porte alla loro lingua e alla loro cultura.

Per non rendere questo post troppo lungo per oggi mi fermo qui, ma nel prossimo post mi concentrerò sulla lingua e la cultura rom. A presto!

Come si dice “castello” in slovacco?

Un articolo pubblicato da Buongiorno Slovacchia su una delle punte di diamante della Slovacchia: i castelli.

La Slovacchia è un Paese meraviglioso: il suo patrimonio naturale e storico-culturale è sterminato ed i castelli rappresentano senza dubbio alcuni dei suoi fiori all’occhiello. Se ne contano circa 180: conservati più o meno bene, punteggiano tutto il territorio nazionale ed alcuni sono gettonatissime mete turistiche.

Parlando di castelli, è interessante notare che, a differenza della lingua italiana, in slovacco non esiste un unico equivalente per il termine “castello”, ma ne vengono utilizzati due distinti: hrad e zámok. La differenza tra le due tipologie di castello è per gli slovacchi piuttosto netta.

Il termine hrad descrive una fortezza spesso di epoca medievale, avente funzioni difensive e per questo costruita in posizione sopraelevata. Tra i più famosi esempi di hrad presenti sul territorio slovacco, possiamo menzionare il castello di Spiš – Spišský hrad e il castello di Čachtice – Čachtický hrad.

Quando si parla di zámok, invece, si intende generalmente una costruzione spesso di epoca più recente, la cui funzione non è più difensiva, ma di residenza signorile, come ad esempio il castello di Bojnice – Bojnický zámok.

Poiché la lingua italiana non rende necessario specificare dal punto di vista lessicale la tipologia di costruzione, come si tradurranno hrad e zámok in italiano? È meglio utilizzare due termini distinti o tradurre entrambi con “castello”?

Ho notato che spesso i siti in lingua italiana (ad es. slovakiatravels.com) sembrano preferire la prima soluzione: hrad viene tradotto con “castello” e zámok con chateau.

Personalmente non concordo pienamente con questa scelta, perché per un italiano medio la parola chateau risulterà poco trasparente (basta fare una rapida ricerca dei risultati di chateau in italiano su Google per rendersene conto). Probabilmente la chiara origine francese della parola induce gli italofoni ad associare al termine il concetto di sontuosità, associazione in effetti corretta, trattandosi di dimore signorili. Tuttavia, il termine non chiarisce la differenza con il ben più ricorrente “castello”, che può suscitare anch’esso l’immagine di residenza regale.

Dall’altra parte, invece, utilizzare in entrambi i casi il termine “castello” sacrificherebbe parte delle informazioni contenute in hrad e zámok.

Un’alternativa possibile potrebbe essere l’aggiunta di un aggettivo riferito al periodo storico-culturale e/o all’epoca di edificazione. Ad esempio: castello medievale/rinascimentale/ottocentesco, oppure nel caso di hrad si potrebbe parlare di “fortezza”.

Per completezza, segnalo infine anche il termine slovacco kaštiel che, a dispetto dalle apparenze, non significa castello, ma villa/reggia, come la villa di Betliar – Betliarsky kaštieľ.

Gli Sto Múch: una canzone slovacco – italiana

Qualche giorno fa sono andata a sentire un concerto di un gruppo slovacco che si chiama Sto Múch (tradotto letteralmente sarebbe 100 mosche).

Si tratta di un gruppo molto popolare, con uno stile eccentrico e molto ironico, sia come impatto visivo, che come genere musicale. Le loro canzoni sono in slovacco, ma con mia grande sorpresa, una era in italiano. Si chiama “Našiel som talianský slovnik” (Ho trovato un dizionario italiano).

Ecco la canzone: godetevela, c’è da sbellicarsi!

La parola del giorno: panelák

Il panelák (al plurale paneláky) è un palazzo molto alto, dai 10 ai 20 piani, contraddistinto da colori, diciamo così, poco vivaci. Chiunque abbia messo piede in Slovacchia o in Repubblica Ceca, avrà sicuramente notato questo tipo di palazzo.

I paneláky, come dice il nome stesso, furono costruiti con pannelli prefabbricati durante gli anni ’60 e ’70 e furono una delle tante applicazioni della filosofia pragmatista del regime socialista. Si trovano nella maggior parte delle città dell’ex Cecoslovacchia, ma la  zona attualmente con la maggior concentrazione di paneláky è il quartiere Petržalka a Bratislava.

I paneláky sono riuniti in sidliska (al singolare sidlisko) e molti dei sidliska hanno all’interno una zona con con giochi per bambini (ihrisko). Non lo chiamo volutamente giadinetto perché spesso l’ihrisko è ricoperto di asfalto.

Oggi in slovacco la parola panelák ha anche un’altra associazione, poiché è anche il nome di una popolare serie televisiva.

A proposito dei paneláky, ecco un link ad un articolo in italiano pubblicato qualche settimana fa su Buongiorno Slovacchia sul quartiere Petržalka, un altro interessante articolo in inglese sulla vita nei paneláky ed un articolo di Wikipedia in inglese sulla loro storia.