La gestualità dell’interprete

La prossima volta che vi capita di andare ad una conferenza internazionale con un servizio di interpretazione simultanea multilingue provate a fare un test: osservate tutte le cabine, soffermandovi sulla gestualità utilizzata dagli interpreti al lavoro nelle diverse lingue. Scommettiamo che la cabina italiana sarà quella più effervescente?

Stereotipi a parte, come scrivevo in un post di qualche anno fa, noi italiani proprio non ce la possiamo fare: gesticolare fa proprio parte della nostra natura, anche se chi ci ascolta in cuffia in teoria non può vederci, e quindi non può “beneficiare” della comunicazione veicolata dai nostri gesti. Ma è accettabile che un interprete gesticoli?

Cerchiamo di fare un distinguo tra i vari contesti. Se stiamo lavorando in cabina di simultanea, a meno che non diventiamo molesti con il nostro compagno di cabina (come invece accade nel video di questo post), perché mai dovremmo limitarci? Se gesticolare fa parte della nostra natura, sforzarci di non farlo richiederebbe concentrazione e autocontrollo, e dato che l’interpretazione simultanea assorbe già una grande quantità di energia, dal punto di vista cognitivo aggiungere un ulteriore compito costituirebbe uno spreco. Durante la simultanea ogni interprete si concentra a modo suo: c’è chi gesticola, chi scarabocchia e chi lavora a maglia. Purché si faccia un buon lavoro e non si disturbi il collega, a mio avviso è tutto permesso.

Se stiamo lavorando in consecutiva o in trattativa, situazioni in cui siamo fisicamente presenti nell’interazione, a mio avviso una certa componente non verbale può contribuire a trasmettere in maniera più incisiva il messaggio dell’oratore che stiamo traducendo, insieme al tono della voce e a tutto il resto. In questi contesti dovremmo sempre tenere a mente alcune linee guida:

  • mai esagerare: anche se qualcuno dice che gli interpreti sono attori mancati, non siamo stati chiamati per fare uno show
  • cerchiamo di attenerci alla lingua-cultura nella quale stiamo traducendo: se stiamo traducendo verso l’inglese cerchiamo di contenerci, mentre invece se stiamo traducendo verso l’italiano possiamo assecondare un po’ di più la nostra spontanea gestualità. Anche se questo “adeguamento linguistico-culturale” potrebbe sembrare in teoria un po’ complicato e forzato, in realtà col tempo diventa automatico
  • non dimentichiamo che alcuni gesti hanno significati completamente diversi in diverse culture: nel corso della nostra formazione di interpreti è importante diventare consapevoli di queste differenze. Nel dubbio, meglio adottare il principio di cautela e tenere le mani impegnate (una con il blocco degli appunti e una con la penna)

Se invece stiamo lavorando in chuchotage, per non disturbare gli altri partecipanti e il relatore, oltre a tenere basso il volume della voce (non a caso si chiama chuchotage o interpretazione sussurrata), è bene limitare al massimo la gestualità.

L’interprete volontario

Uno degli aspetti più gratificanti del lavoro dell’interprete è la possibilità di aiutare gli altri in maniera tangibile: dando loro la possibilità di comunicare con chi non parla la loro lingua. Questo aspetto “solidale” del lavoro dell’interprete assume una valenza ancora più marcata quando decidiamo di farlo a titolo gratuito, ossia come volontari.

Fare l’interprete volontario vuol dire rendersi disponibile a svolgere un incarico come interprete senza ricevere un compenso economico: insomma, lavorare gratis. MA ATTENZIONE: fare volontariato non vuol dire accettare qualsiasi condizione ci venga proposta, e men che meno accettare di essere sfruttati.

Ci sono infatti alcuni paletti che non dovrebbero mai essere superati. Ecco i miei.

  • Come interprete volontaria posso offrire il mio servizio a chi non può permettersi di pagarlo alle normali condizioni, in particolare ad organizzazioni che operano a livello sociale o umanitario di cui condivido la causa, ma non ad aziende con finalità di lucro (che invece dovrebbero pagare per tutti i servizi di cui usufruiscono, compresi quelli relativi all’interpretazione)
  • In quanto volontaria, non sono mai obbligata a svolgere un incarico: deve essere una mia libera scelta
  • Quando accetto un incarico come interprete volontaria mi aspetto un rimborso spese per i costi di trasporto, vitto e alloggio (in modo tale da non rimetterci di tasca mia)
  • Rinunciare al compenso non vuol dire che l’incarico non debba essere preso sul serio come qualsiasi altro. In altre parole, mi sento comunque in dovere di prepararmi adeguatamente e di tenere un comportamento professionale e se non credo che l’incarico sia alla mia altezza non lo accetto
  • Quando lavoro come volontaria mi aspetto (e verifico) che tutti gli interpreti che intervengono siano volontari: non è possibile che alcuni siano remunerati e altri no
  • I lavori pagati hanno la precedenza su quelli su base volontaria, quindi non devo sentirmi in colpa se sono costretta a disdire la mia partecipazione (ammesso che lo faccia con un adeguato preavviso)

Stabiliti questi paletti, quando mi è possibile, sono felice di poter offrire il mio contributo come volontaria, e quando mi capita di farlo ho sempre la netta sensazione di ricevere molto di più rispetto a ciò che dò.

Quali sono i benefici derivanti dall’attività di volontariato come interprete?

  • La sensazione di sentirsi utile e di aiutare gli altri, mettendo a disposizione il proprio tempo e le proprie competenze
  • Fare l’interprete su base volontaria è un ottimo modo per muovere i primi passi sul mercato dell’interpretazione in un contesto reale (in particolare questo vale per i neolaureati), ma in qualche modo protetto, spesso al fianco di colleghi con più esperienza
  • E’ un’ottima occasione per allargare la propria rete di contatti, conoscendo colleghi che magari potrebbero coinvolgerci in futuri lavori
  • E perché no, è una possibilità di acquisire nuovi clienti, visto che non è detto che chi usufruisce di interpreti volontari non abbia in futuro bisogno di interpreti regolarmente remunerati

E voi avete esperienze come volontari nel mondo dell’interpretazione o nel vostro campo di specializzazione?

Fotografia tratta dall’edizione 2019 del Festival Sabir di Arci (account Twitter @FestivalSabir)

Vale la pena entrare in un’associazione professionale?

Come promesso nel post precedente, oggi vorrei soffermarmi sul tema delle associazioni professionali per interpreti e traduttori. Diversamente dalla maggior parte dei post di questo blog che hanno per titolo una domanda, in questo caso la mia risposta non è “dipende”, ma è chiara e definitiva: assolutamente sì, entrare in un’associazione professionale è un’ottima idea perché i benefici offerti dall’affiliazione superano di gran lunga il costo della tessera annuale.

Premessa: io sono socio aggregato di AITI, ma tutto quello che scriverò in questo post vale anche per le altre associazioni professionali per interpreti e traduttori, che in Italia, oltre alla già citata AITI, sono AIICAssoInterpretiANITI e TradInfo, a cui va aggiunta anche ACTA, il sindacato dei freelance.

Un bel biglietto da visita

Come già spiegato molte volte, non essendoci in Italia un albo per interpreti e traduttori, chiunque può teoricamente definirsi tale senza alcuna necessità di dimostrarne le competenze. Essere membri di un’associazione professionale è un modo per far capire ai nostri potenziali clienti che non siamo chiunque, ma in quanto membri di un’associazione riconosciuta, abbiamo certificato di possedere le qualifiche per poter esercitare la professione in modo serio.

Uscire dall’isolamento

Agli interpreti, ma in misura ancora maggiore ai traduttori, può capitare di sentirsi isolati. Nella nostra realtà quotidiana passiamo molte ore della giornata seduti davanti al PC a tradurre, prepararci a conferenze oppure in cabina. Questa solitudine può farci perdere un po’ il contatto con la realtà e indurci a pensare che la problematica che stiamo affrontando con un cliente sia capitata solo e unicamente a noi, facendoci sentire ancora più frustrati. Essere membri di un’associazione dà la possibilità di avere un confronto con altri colleghi e capire che la situazione che stiamo vivendo è stata già vissuta da qualcun altro (e magari possiamo persino rimediare un ottimo consiglio!).

L’unione fa la forza

Lavorando sul mercato come “battitori liberi”, come la maggior parte dei freelance, interpreti e traduttori non hanno la possibilità di far sentire singolarmente la propria voce in ambiti cruciali come la fiscalità o la previdenza sociale. Riuniti in un’associazione, invece, possiamo fare proposte o reagire ad esse in maniera molto più incisiva.

Formazione professionale continua

Come spiegato in un post di qualche settimana fa, l’arricchimento e aggiornamento continuo delle competenze professionali è un requisito imprescindibile per un buon interprete e traduttore. Essere membri di un’associazione professionale dà la possibilità di accedere a una vasta gamma di seminari di formazione (sia webinar che in presenza) che spaziano dalla traduzione in ambito medico, alla scrittura creativa, alla fattura elettronica… insomma: ce n’è davvero per tutti i gusti. Aggiungo inoltre che per i membri a pieno titolo delle associazioni professionali la formazione professionale continua non è solo un diritto, ma anche un dovere, sussistendo l’obbligo di raccogliere un certo numero di crediti formativi ai fini del mantenimento dell’affiliazione.

Sconti e convenzioni

Un altro beneficio “allettante” derivante dall’appartenenza a un’associazione professionale è la possibilità di usufruire di sconti e convenzioni di varia natura. Ecco alcuni esempi: sconti sui costi di iscrizione a seminari, webinar ed eventi di networking, sconti sull’acquisto di testi e CAT tools, convenzioni con professionisti (commercialista, consulente legale, ecc), sconti su assicurazioni professionali.

Presenza sull’annuario

I membri di un’associazione professionale sono presenti sul sito web della propria associazione, con un profilo che generalmente indica combinazione linguistica, indirizzo email e numero di telefono. Anche se questo non implica automaticamente che la nostra presenza in annuario faccia esplodere il numero dei nostri clienti, può capitare di essere contattati da qualcuno che ha cercato un professionista sul sito della nostra associazione.

Networking

Essere membro di un’associazione e partecipare attivamente alle sue attività offre la preziosa opportunità di incontrare molti colleghi. Dato che il nostro lavoro si basa moltissimo sul passaparola, non è così raro che all’interno della cerchia degli associati qualcuno dei colleghi sia alla ricerca di un interprete o di un traduttore con la nostra combinazione linguistica, o viceversa, può capitare anche a noi di aver bisogno di un collega con una combinazione diversa dalla nostra o in grado di revisionare un nostro testo in una lingua straniera.

Ridiamoci su

Infine, e questa è la mia parte preferita, essere membro di un’associazione vuole anche dire ritagliarci di tanto in tanto un pomeriggio libero per andare a prendere un sano e disimpegnato aperitivo con colleghi simpatici per stare per qualche ora lontani dal PC, non pensare alle fatture e magari farci quattro risate raccontando della nostra ultima gaffe con un cliente.

Certificarsi come interprete

Come ho già scritto molte volte su questo blog, in Italia purtroppo la professione dell’interprete, così come quella del traduttore, non è regolata da un albo professionale. Oltre a ricadute di natura fiscale e previdenziale non indifferenti, la diretta conseguenza di questo vuoto normativo è che di fatto chiunque può proporsi come interprete senza alcun bisogno di dimostrare di averne le qualifiche o le competenze.

Non è raro infatti che chi, per un motivo o per un altro, conosce due lingue ritenga automaticamente che questo basti per lavorare come interprete o traduttore: non è così perché, come cerco sempre di dimostrare in questo blog, sono necessarie molte altre competenze. Se è anche vero che ci pensano i clienti ed il mercato a fare una cernita tra un “interprete titolato” ed uno improvvisato, non è comunque piacevole non vedere riconosciuta la propria professionalità in modo tangibile.

In mancanza di un albo, esitono tuttavia percorsi alternativi che permettono a un interprete qualificato (e per qualificato intendo con una laurea inerente al campo dell’interpretazione e/o con una lunga esperienza nel settore) di certificare le sue competenze. Eccone alcuni.

Associazioni professionali

Per essere accettati in un’associazione professionale di interpreti occorre dimostrare di averne le qualifiche. Ecco perché farne parte, oltre a offrire tutta una serie di benefici di cui parlerò nel prossimo post, è per i nostri clienti una garanzia di professionalità. In Italia esistono diverse associazioni professionali di interpreti: le più importanti sono AIIC, AssoInterpreti, AITI, ANITI e TradInfo.

Camera di Commercio

Tutte le Camere di Commercio dispongono di liste di interpreti accreditati in quello che viene chiamato Ruolo di Periti ed esperti, categoria Interpreti e traduttori da cui, in teoria, potenziali clienti potrebbero attingere in caso di necessità. Anche se personalmente non ho mai ricevuto un incarico grazie alla mia iscrizione alla Camera di Commercio della mia zona, ritengo si tratti comunque di un accreditamento che mi dà credibilità nei confronti dei clienti. Chi fosse interessato troverà informazioni dettagliate sul sito della propria Camera di Commercio di competenza.

Tribunale

C’è anche la possibilità di registrarsi presso il Tribunale della propria zona di competenza. In questo caso la procedura è un po’ più complessa e ha come prerequisito l’iscrizione alla Camera di Commercio. Per fare domanda occorre presentare tutta una serie di documenti e pagare una quota una tantum. Esistono due registri separati: quello dei Consulenti tecnici che operano in ambito civile e quello dei Periti in ambito penale. Attenzione però: prima di fare questo passo bisogna riflettere a fondo perché rendersi disponibile a lavorare per il tribunale vuol dire accettarne le condizioni di incarico che potrebbero includere in alcuni casi lavorare in carcere, essere chiamati a orari improbabili e essere pagati in vacazioni con tempi non propriamente celeri.

Norma UNI 11591:2015

Da qualche anno esiste anche la certificazione Norma Uni 11591:2015 che ha il merito di definire in maniera molto precisa i diversi profili professionali di interpreti (distinti in Interprete di conferenza, Inteprete in ambito giuridico-giudiziario, Interprete in ambito socio-sanitario e Inteprete in ambito commerciale) e traduttori (con le diverse categorie di Traduttore tecnico-scientifico, Traduttore giuridico-giudiziario e Localizzatore). L’iter per accedere alla certificazione, che ha una durata di 5 anni, è diversificato per chi è già socio ordinario di un’associazione professionale riconosciuta. A questo link si trovano tutte le informazioni.

Istituzioni internazionali

Infine, un altro modo per attestare la propria professionalità consiste nel sostenere e superare esami di accreditamento presso le istituzioni internazionali (Unione Europea, ONU, NATO, ecc.). Ogni istituzione ha le sue specifiche regole di accesso in termini di profilo lingiustico, competenza ed esperienza, ma di certo ricevere il benestare di istituzioni così rilevanti aggiunge molto lustro al profilo professionale di un interprete.

Il signor Panfilo è gentilmente desiderato sul palco

Qualche tempo fa una collega spagnola, che è soprattutto una cara amica, mi ha raccontato una storia che mi ha fatto molto ridere. Stava lavorando in simultanea durante un convegno molto serio e tra i delegati c’era anche un relatore italiano il cui cognome era Panfilo (che pronunciamo con l’accento sulla “a”: Pànfilo).

Pur non tra i più diffusi, per noi italiani questo è un cognome come un altro, che normalmente non desta nessuna reazione particolare. Invece, come mi ha spiegato la collega, sul pubblico spagnolo avrebbe avuto un effetto molto comico perché la parola pánfilo (che si pronuncia come in italiano, con l’accento sulla “a”) in spagnolo vuol dire “idiota/tardo nel comprendere/stupidotto”.

Prevedendo le risatine dei delegati spagnoli nel sentir pronunciare quella parola per loro comica in quel contesto e, soprattutto, immaginando lo stupore dell’ignaro relatore italiano, che molto probabilmente non avrebbe capito il motivo di quella reazione al suo cognome, la collega ha deciso di intervenire per evitare imbarazzi: ha pronunciato il cognome molto velocemente, a voce più bassa e cambiando l’accento (spostandolo sulla “i”: “Panfìlo”) nel tentativo di confondere le acque. In questo modo il pericolo ridarella è stato scampato e nessuno si è sentito incomprensibilmente deriso.

Questo episodio divertente mostra un’altra sfaccettatura che contraddistingue il ruolo dell’interprete, che va ben oltre il mero trasporto di parole da una lingua ad un’altra. Infatti, l’interprete è chiamato a fare costantemente scelte e valutazioni, sia linguistiche che comunicative, tenendo conto della specifica situazione comunicativa in cui si trova e cercando di mettersi sempre nei panni di chi lo sta ascoltando. La sua missione è fare in modo che il pubblico per cui sta traducendo recepisca il messaggio del relatore nel modo più simile in cui il relatore ha inteso produrlo nella sua lingua.

Questo significa che se il relatore fa una battuta, e quindi vuole creare un effetto comico, l’interprete deve cercare di creare il medesimo effetto, a volte anche modificando la forma. In questo caso il cognome del relatore avrebbe potuto produrre un effetto comico involontario, per questo la collega ha deciso di intervenire per evitare la distorsione. Non bisogna dimenticare che questi ragionamenti avvengono nella testa dell’interprete nell’arco di frazioni di secondi, in contemporanea con parecchie altre attività non da poco (ascolto del relatore, produzione del suo discorso nell’altra lingua, automonitoraggio, ecc.). Insomma chapeau alla prontezza e lucidità della collega: questa volta il signor Panfilo è salvo!

Serve una bella voce per fare l’interprete?

Una domanda che non ci poniamo mai. Sembra quasi una frivolezza, ma in realtà si tratta di un aspetto a cui pensa spesso chi ci ascolta in simultanea (comprensibilmente, visto che sentono la nostra voce in cuffia per ore).

Tuttavia, è difficile definire il concetto di “voce bella”. Non esiste un criterio oggettivo di valutazione, anche se ci sono degli estremi su cui ci si trova abbastanza concordi. Ad esempio una voce molto grave o, a maggior ragione, molto acuta, può risultare sgradevole, così come probabilmente non è bello ascoltare un interprete con la voce raffreddata o che tossisce in continuazione.

L’importanza attribuita alla “bella voce” dell’interprete varia molto in base al contesto di lavoro: ad esempio nell’ambito dell’interpretazione radiofonica o televisiva viene certamente percepito come un criterio molto più rilevante rispetto a quanto non lo sia durante un convegno di odontoiatria.

Detto questo, se parliamo del timbro vero e proprio, temo non ci sia un grande margine di manovra, perché pur non essendo un’esperta del settore, non mi risulta che possa essere modificato in modo sostanziale. La buona notizia però è che possiamo migliorare il modo in cui il nostro eloquio viene percepito da chi ci ascolta lavorando su alcuni aspetti:

  • fluidità: meglio produrre un discorso scorrevole, senza aumentare e diminuire in continuazione la velocità
  • intonazione: non dovrebbe essere eccessivamente piatta, per evitare effetti soporiferi
  • pause piene (ehm, mh, ah, ecc.): meglio privilegiare le pause vuote
  • respiro affannoso: evitiamolo per evitare di produrre un effetto ansiogeno
  • accento regionale: in una certa misura a mio avviso è anche gradevole, ma non dovrebbe superare certi limiti
  • volume e distanza dal microfono: per non stancare noi stessi, il nostro compagno di cabina e chi ci ascolta dovremmo trovare un buon equilibrio. Se parliamo a voce troppo bassa o troppo distanti dal microfono, il pubblico potrebbe fare fatica a sentire quello che diciamo, mentre se eccediamo nel senso opposto rischiamo di fare venire a tutti (noi stessi compresi) un fastidioso mal di testa dopo mezz’ora di conferenza.

Ricapitolando: un bel timbro di voce per un interprete è sicuramente un punto in più, ma anche chi non ha ricevuto il dono da madre natura può fare molto per migliorare il modo in cui il proprio modo di parlare viene percepito da chi ascolta. Anche per questo, è utilissimo registrarsi (nelle varie lingue di lavoro) e riascoltarsi di tanto in tanto per sentire l’effetto che fa non solo quello che diciamo, ma anche come lo diciamo.

Interpretazione estrema: Beppe Grillo a Oxford

Qualche mese fa Beppe Grillo è stato in visita all’Università di Oxford, accompagnato da un interprete che ha tradotto il suo intervento in inglese. Per chi non avesse visto il video, invito a guardarlo a questo link:

Al di là di ogni valutazione politica, che esula completamente dai temi trattati in questo blog, questo intervento mostra tutte le difficoltà che un interprete si augura sempre che non si presentino durante un lavoro di questo tipo. Eccone alcune:

  • il relatore parla ininterrottamente e non lascia il tempo di tradurre
  • dice cose assolutamente imprevedibili, passando di palo in frasca
  • il discorso è privo di ogni struttura, con frasi che vengono aperte e spesso non chiuse
  • il relatore utilizza ironia e barzellette come se piovesse
  • di tanto in tanto il relatore tenta di scavalcare il suo interprete facendo ricorso a un inglese zoppicante
  • il relatore interagisce direttamente con il suo interprete (“il mio traduttore è muto“, “traduttore traditore“)
  • si sprecano i giochi di parole intraducibili (“l’homeless è erectus, non si può più sdraiare“; “noi siamo alla bassezza della situazione“)
  • non mancano scambi accesi e toni polemici col pubblico (per di più a volte fuori microfono)
  • l’interprete traduce da solo per oltre un’ora
  • il relatore fa riferimenti difficili da capire per i non italiani (bunga bunga)
  • e infine il tutto è condito con un po’ di turpiloquio

Insomma, un vero incubo! Di fronte a tutte queste difficoltà, il malcapitato interprete riesce miracolosamente a rimanere lucido e fa ricorso a una strategia di sopravvivenza: facendo leva sulla sua complicità, certamente pregressa, con il relatore, diventa di fatto la sua “spalla”, partecipando come parte attiva allo spettacolo messo in scena da Grillo, con tanto di gesti, versi e mimica facciale pronunciata.

Dal punto di vista della gestione dei contenuti, inizialmente l’interprete tenta di utilizzare la tecnica dell’interpretazione consecutiva, ma ben presto si ritrova a dover fare delle sintesi abbastanza estreme perché il relatore non gli permette di inserirsi e accumula troppo ritardo. Prova più volte a reagire, ad esempio quando il presidente chiede all’interprete di tradurre, lui cerca di recuperare i contenuti esposti precedentemente dal relatore (“so, if we take a step back…“), ma l’esuberanza del relatore ha puntualmente la meglio su di lui. A un certo punto l’interprete tenta persino di rivolgersi direttamente a Grillo per chiedergli di tradurre in santa pace (“but can I translate the answer first?“) ma anche questa strategia finisce per rivelarsi poco efficace.

Successivamente, nella seconda parte dell’intervento, l’interprete decide di cambiare strategia e passa alla tecnica dell’interpretazione di trattativa: così facendo riesce a trasmettere molti più concetti rispetto alla prima parte, con lo svantaggio però di far perdere fluidità al discorso.

Il risultato finale è esilarante ma, al di là del risvolto comico, la gestione dell’interpretazione è stata tutt’altro che ottimale. L’interprete è stato a dir poco brillante ed è riuscito a padroneggiare la situazione estrema con grande intelligenza, ma è innegabile che, soprattutto nella prima parte dell’intervento, il pubblico che non capiva l’italiano si è certamente sentito escluso e ha perso una parte consistente di ciò che ha detto il relatore.

In questa situazione sarebbe stato di gran lunga preferibile optare per l’interpretazione simultanea, che avrebbe assicurato probabilmente meno intrattenimento, ma più completezza e accuratezza dei contenuti. In questo caso la consecutiva non era assolutamente la tecnica più adatta perché si presta a discorsi ben strutturati (e a relatori meno effervescenti!). Con la simultanea invece, l’interprete o meglio gli interpreti avrebbero potuto stare al passo con il ritmo incalzante del relatore e gestire più facilmente le sue frasi interminabili e slegate utilizzando la “tecnica del salame”, che permette di suddividere una lunga proposizione in tanti pezzettini per riuscire a controllare meglio i contenuti.

Morale della favola: quando si è in pista bisogna ballare, ma è sempre meglio lavorare in condizioni ottimali. E questo è uno dei motivi per cui è meglio rivolgersi sempre a un interprete professionista qualificato in grado di consigliare la tecnica di interpretazione più adatta per ogni contesto.

Non si finisce mai di imparare

La pigrizia mentale non è una caretteristica conciliabile con il mestiere dell’interprete: la curiosità è un prerequisito fondamentale, perché per riuscire a fornire un servizio di interpretazione di qualità c’è bisogno di studiare e aggiornarsi continuamente in diversi campi. Eccone alcuni.

Competenze linguistiche

E qui siamo all’ABC: ogni interprete deve conoscere in maniera approfondita le sue lingue di lavoro. Ma una lingua è un po’ come una caldaia: ha bisogno di continue manutenzioni, altrimenti non funziona più. Un interprete deve aggiornare e arricchire costantemente le sue lingue di lavoro, anche e soprattutto la sua lingua madre, altrimenti finisce irrimediabilmente per perderle. La buona notizia è che per fare “manutenzione linguistica” ormai ci sono possibilità infinite anche per chi ha poco tempo, spesso anche molto divertenti, come leggere giornali o libri, guardare la propria serie TV preferita, ascoltare musica o podcast, ecc.

Competenze tecniche

Per competenze tecniche intendo la padronanza delle tecniche di interpretazione: in particolare l’interpretazione simultanea e consecutiva. C’è bisogno di esercizio frequente anche in questo ambito. Ad esempio la tecnica della consecutiva è utilizzata sempre meno frequentemente perché richiede quasi il doppio del tempo rispetto alla simultanea. Proprio per questo è importante non smettere di fare esercizio di interpreteazione consecutiva: in caso contrario dimenticheremmo la tecnica e non riusciremmo a utilizzarla quando viene richiesta (o quando l’impianto audio della simultanea smette di funzionare di punto in bianco!). Per fare esercizio di interpretazione simultanea e consecutiva lo spettro delle possibilità è molto ampio: è possibile esercitarsi individualmente, utilizzando le moltissime risorse online o, in alternativa, “dal vivo” con altri colleghi. Ecco alcuni gruppi di esercizio:

Cultura generale e attualità

Gli interpreti non possono permettersi di trascurare l’attualità perché irrompe quotidianamente nel nostro lavoro: vengono nominati continuamente personaggi politici, luoghi di battaglie, artisti e scrittori, ma non bisogna neanche trascurare la cultura considerata meno “alta” perché non è insolito che vengano citati risultati calcistici, canzoni, videogiochi e serie TV. Come ho sentito dire a un interprete di grande esperienza: bisogna leggere il giornale dalla prima all’ultima pagina, comprese le pagine sportive. Oltre a essere informato sull’attualità, un interpete deve essere anche un po’ tuttologo per riuscire a orientarsi nell’infinita varietà di tematiche che si trova ad affontare. Anche in questo caso gli strumenti a nostra disposizione per accrescere le nostre conoscenze trasversali sono infiniti. I miei preferiti sono i MOOC (in particolare utilizzo le piattaforme Coursera e Future Learn).

Preparazione pre-conferenza

Qualche settimana fa ho scritto un post sulla preparazione che precede ogni conferenza. Sì, perché per parlare il giorno prima di oftalmologia e il giorno dopo di shampoo anticaduta non c’è spazio per l’improvvisazione: senza uno studio approfondito non si va molto lontano. Tra l’altro, in termini di tempo, la preparazione pre-conferenza è forse l’attività che occupa la maggior parte del tempo di un interprete.

Competenze informatiche

Pur non arrivando al livello dei nostri cugini traduttori, molto più smanettoni di noi, nonché maestri nell’utilizzo dei CAT tools, anche noi interpreti dobbiamo cercare di rimanere al passo con la tecnologia, che può fornirci ottimi strumenti di lavoro come: programmi per fare ricerca, programmi per la gestione della terminologia, IPAD per prendere appunti in consecutiva, cuffie, sito internet / blog professionale, ecc.

Competenze amministrative

Inspiegabilmente 🙂 questo settore è quello meno entusiasmante dal mio punto di vista, ma sono convinta che come interpreti non possiamo permetterci di trascurare questo campo perché è una parte importante del nostro lavoro. Un interprete deve essere informato sulle novità amministrative, perché ahimé non viviamo di aria e per riuscire a pagare le bollette dobbiamo sapere qual è la nostra aliquota Irpef, come si emette una fattura elettronica e se (e dico se) ci sono detrazioni previste per il nostro regime fiscale.

Insomma…

Fare l’interprete è un po’ come rimanere sempre a scuola perché è una professione che impone uno studio costante e la fiammella della curiosità sempre accesa, ma è proprio questa una delle caratteristiche che secondo me la rendono più affascinante.

Le 10 virtù dell’interprete freelance (2)

Nello scorso post ho parlato di cinque virtù che secondo me non possono mancare a un interprete freelance. In questo post completerò la mia top 10 con altre 5.

Fiducia

L’interprete freelance lavora quasi sempre in squadra. Ci appoggiamo ai nostri colleghi quando siamo in cabina di simultanea e abbiamo bisogno di un suggerimento nei momenti di difficoltà, e dipendiamo dai colleghi di un’altra lingua per prendere il relais. In quei momenti dobbiamo fidarci, anche perché a volte non abbiamo scelta, e ricordarci che stiamo lavorando per lo stesso obiettivo: aiutare le persone a comunicare tra loro.

Lucidità

Non intendo che non bisogna arrivare in cabina ubriachi (cosa auspicabile :)), ma mi riferisco alla capacità di non farci prendere dal panico nei momenti topici: con discorsi molto rapidi, relatori ostici, quando parliamo in pubblico, ad esempio lavorando in consecutiva, o in presenza di un parterre particolarmente prestigioso. In quei momenti è normale che l’adrenalina si faccia sentire più del solito, ma bisogna riuscire a contenerla per dare il meglio di noi. Lucidità vuole anche dire riuscire a gestire i periodi di magra in maniera costruttiva: andare in panico non serve a niente, anzi è proprio in quei momenti che bisogna pensare a una strategia per uscire dall’impasse.

Lealtà

Dobbiamo essere leali prima di tutto nei confronti di noi stessi: per evitare che lo stress prenda il sopravvento è fondamentale riuscire a staccare quando il nostro corpo ce lo chiede, senza cercare di fare gli eroi. L’interprete deve inoltre essere leale nei confronti del cliente e di chi ascolta, cercando di trasmettere il messaggio nell’altra lingua nella maniera più completa possibile e senza distorsioni (evito volutamente il concetto di fedeltà perché è un termine controverso in ambito traduttivo). Infine, è fondamentale essere leali nei confronti dei nostri colleghi, evitando tassativamente di “rubare i clienti”, che oltre a essere eticamente sbagliatissimo, è anche il modo migliore per non lavorare più perché il mondo degli interpreti è un po’ come vivere in provincia: il paese è piccolo e la gente mormora.

Umiltà

Non mi risulta che esista un interprete immune dagli errori. Il nostro lavoro è difficile ed è inevitabile a volte sbagliare. Alcuni errori sono talmente piccoli da passare inosservati, altri invece sono potenzialmente molto pericolosi. Se ci rendiamo conto di aver detto una stupidaggine non trascurabile secondo me è molto meglio scusarci e/o correggerci il prima possibile per minimizzarne gli effetti piuttosto che disperdere energie inutili nel tentativo di nascondere il misfatto. Inoltre, umiltà vuole anche dire ricordare che il nostro ruolo non è mai quello di essere protagonisti, ma di permettere ad altre persone di comunicare tra loro.

Quel quid in più

Facciamo un lavoro a stretto contatto con le persone e tutti noi abbiamo un’inclinazione naturale a lavorare con coloro i quali ci troviamo bene. Quando è possibile e non sfocia nello sfruttamento, è sempre bello fare un gesto di generosità verso il cliente (come continuare a tradurre se il convegno finisce con 15 minuti di ritardo) o verso il collega (dargli un passaggio alla stazione): il nostro atteggiamento è la prima cosa che il cliente o il collega ricorderà di noi, prima ancora delle competenze tecniche.

Ovviamente la lista potrebbe continuare all’infinito. Voi quali virtù aggiungereste o cambiereste?

Le 10 virtù dell’interprete freelance (1)

Il lavoro dell’interprete freelance è l’antitesi della routine: ogni giorno ci ritroviamo a lavorare in luoghi diversi, con persone diverse e a discutere di temi diversi. Vivere del nostro lavoro, svolgerlo al meglio e mantenere l’equilibrio psico-fisico senza soccombere allo stress o allo sconforto a volte non è facile e richiede attitudini personali che vanno ben al di là delle competenze meramente linguistiche e tecniche. In questo e nel prossimo post vorrei elencare 10 virtù che secondo me non possono mancare a un interprete freelance.

Capacità di ascolto

Ascoltare significa seguire con la massima attenzione il ragionamento del relatore tanto da riuscire persino a prevedere quello che sta per dire. Nella sua accezione più ampia, essere all’ascolto vuole anche dire avere la sensibilità di capire qual è l’obiettivo del nostro cliente e aiutarlo a raggiungerlo.

Serietà

Prendere il nostro lavoro sul serio vuol dire essere affidabili e consapevoli delle responsabilità che comporta e offrire il miglior servizio possibile, accettando solo incarichi che siamo certi di poter svolgere al meglio, preparandoci nel migliore dei modi, arrivando in orario e offrendo la soluzione più adeguata in base alle esigenze del cliente.

Pazienza

I primi anni di attività sono difficili per tutti: farsi conoscere richiede molto tempo, ma quando si semina bene prima o poi i frutti arrivano. Il lavoro dell’interprete è molto basato sul passaparola, e un cliente soddisfatto sarà sempre propenso a consigliarci a qualcuno, così come una collega che si è trovata bene a lavorare con noi potrebbe chiamarci se ha bisogno di essere sostituita.

Propositività

Questo punto si lega un po’ al precedente. La pazienza è fondamentale, ma non vuol dire che se non facciamo nulla i clienti verranno a bussare alla nostra porta: bisogna rimboccarsi le maniche, farsi venire qualche idea (iscriversi a un’associazione, frequentare un corso, stampare un volantino e distribuirlo alle fiere, ecc.) e trovare il modo più giusto per proporsi.

Flessibilità

E qui torno all’incipit di questo post: il lavoro dell’interprete è proprio l’antitesi della routine… sì, ma sia nel bene che nel male e a volte bisogna essere pronti a cambiare programma molto rapidamente. Esempio di vita reale: tempo fa ero a Parigi per un lavoro e il mio programma era prendere l’aereo per l’Italia l’indomani mattina, ma mi è arrivata la telefonata di un’azienda che aveva bisogno di un interprete il giorno dopo proprio a Parigi per una delicata trattativa programmata all’ultimo minuto. Mi sono presa 5 minuti di tempo per riflettere. Ovviamente nessuno mi obbligava ad accettare, stravolgendo i miei piani, ma mi sono fatta guidare dall’istinto e ho accettato. In questo caso la flessibilità ha pagato, perché ho conosciuto un cliente con cui mi sono trovata benissimo e con cui ho avuto modo di lavorare anche in seguito.

Quali sono le altre cinque virtù? Appuntamento al prossimo post 😉