Le dispiace se la registro?

Lavorando come interprete prima o poi arriva inevitabilmente il giorno in cui un cliente ci chiederà il permesso di registrare la nostra interpretazione. Anche se a prima vista potrebbe sembrare una richiesta legittima e “innocente”, in realtà va ponderata con molta attenzione.

A differenza di una traduzione scritta, che una volta terminata rimane per sempre a disposizione dei posteri, l’interpretazione orale di un discorso o di una riunione è strettamente legata al contesto e all’evento comunicativo in cui si svolge, da cui non andrebbe mai scissa.

Quando l’interprete traduce, essendo presente in carne e ossa all’evento, tiene conto anche delle componenti non verbali e paraverbali della comunicazione, come il tono e la postura del relatore. Parimenti, chi ascolta l’interprete ha a disposizione anche le componenti non verbali e paraverbali della sua resa, soprattutto quando si utilizzano le tecniche dell’interpretazione consecutiva o dello chuchotage, in cui l’interprete è anche fisicamente visibile al pubblico. In altre parole, se la resa venisse registrata, estrapolata dal suo contesto e riascoltata dopo molto tempo potrebbe risultare incompleta o in alcuni casi non perfettamente comprensibile.

All’elemento della fruibilità si aggiunge anche quello della responsabilità. Interpretare presuppone già di per sé una grande responsabilità, perché la comprensione del messaggio da parte di chi ascolta l’interprete dipende dalla sua resa, ma registrare la traduzione dell’interprete rende questa responsabilità ancora più gravosa.

Infine c’è la questione della proprietà intellettuale. L’interprete viene reclutato per fornire i suoi servizi espressamente per quell’evento con l’obiettivo specifico di far comprendere a chi lo ascolta il contenuto della riunione. Tuttavia, in termini di proprietà intellettuale, il contenuto dei discorsi appartiene ai relativi relatori, mentre la traduzione corrispondente nella lingua di arrivo appartiene all’interprete.

Per le ragioni sopra elencate, va da sé che un committente non dovrebbe sentirsi automaticamente autorizzato a registrare la resa dell’interprete. Al contrario, la questione della registrazione deve essere negoziata tra cliente e interprete come qualsiasi altro aspetto dell’incarico.

Quindi, se un cliente vuole registrare la resa dell’interprete dovrebbe:

  • chiederlo all’interprete / agli interpreti con largo anticipo, non il giorno stesso della riunione
  • chiedere anche l’assenso dei relatori
  • MAI registrare di nascosto senza chiedere prima il permesso
  • concordare con l’interprete / gli interpreti un compenso extra, che in Italia normalmente si aggira intorno al 50% del compenso giornaliero
  • inserire la clausola della registrazione nel contratto di interpretazione
  • in caso di accordo, effettuare la registrazione predisponendo con i tecnici audio una soluzione che registri direttamente dagli impianti e non ad esempio inserendo in maniera rudimentale un registratore in cabina in caso di interpretazione simultanea (luogo in cui gli interpreti possono legittimamente durante le pause scambiarsi comunicazioni personali)

Per quanto riguarda il pagamento del compenso extra, solitamente si fa un’eccezione in caso di registrazione di riunioni interne, quindi non destinata alla pubblicazione (ad esempio finalizzata solo alla stesura del verbale). Le altre regole rimangono valide.

Infine, in caso di trasmissione (precedentemente concordata con gli interpreti) della resa in diretta streaming, è sempre buona norma, come fanno le maggiori istituzioni internazionali, inserire sul sito che trasmette lo streaming un disclaimer che precisa che la resa degli interpreti serve solo a fini comunicativi e che fa fede l’originale.

Come gestire la cancellazione di un incarico

In questo post vorrei trattare un aspetto poco simpatico della nostra professione: la cancellazione dell’incarico. Partiamo da una situazione tipo (inventata ma realistica).

Il 10 settembre un’agenzia mi contatta per chiedermi la disponibilità per lavorare in simultanea nella cabina italiano<>francese per un convegno sulla politica europea della pesca programmato per il 15 novembre. Io do la mia disponibilità e l’opzione viene confermata in maniera definitiva il 20 settembre. Il 5 ottobre mi contatta un altro cliente che mi propone un altro incarico per tre giornate di lavoro, dal 14 al 16 novembre. La proposta mi tenta, perché sarebbero due giornate di lavoro in più, ma avendo già confermato la mia disponibilità per l’altro convegno ritengo più corretto rinunciare. Nel frattempo, nei giorni successivi inizio a ricevere i documenti relativi al convegno sulla pesca e inizio a prepararmi. Il 12 novembre di punto in bianco l’agenzia che mi ha assegnato l’incarico del convegno sulla pesca mi chiama e mi comunica che la mia presenza non è più richiesta perché gli organizzatori hanno deciso di eliminare il francese come lingua di lavoro per contenere i costi. A questo punto cosa succede?

Propongo tre soluzioni, voi quale votate?

A) Non succede niente. Amici come prima con l’agenzia e il 15 novembre ne approfitto per fare una gita fuori porta

B) Mi arrabbio con l’agenzia e mi impunto perché l’incarico venga confermato

C) Mi affretto a chiamare il cliente che mi aveva offerto le tre giornate di lavoro pretendendo che mi “restituisca” l’incarico

A me non piace nessuna delle tre ipotesi e ne suggerisco un’altra. Innanzitutto occorre precisare che in una situazione come quella proposta ho già fatto un investimento sull’incarico del convegno sulla pesca in quanto:

  • ho rinunciato ad un altro incarico, per giunta più remunerativo, che non posso più recuperare (se non creando il medesimo problema ad un altro collega, che vedrebbe il suo incarico cancellato)
  • ho passato il mio tempo a prepararmi per quel convegno, tempo che avrei potuto utilizzare in altre attività e che non mi sarà pagato da nessuno

Di conseguenza è sacrosanto, in una situazione di questo tipo, pretendere che venga versato un compenso anche in caso di cancellazione dell’incarico. Per questo è fondamentale prevenire queste situazioni spiacevoliinserendo sempre e con estrema chiarezza nella lettera d’incarico o contratto che si sottoscrive con un cliente i termini di cancellazione. Di norma questi termini sono progressivi. Ciascuno può stabilirli a seconda della propria organizzazione personale, ma ecco un esempio:

  • Compenso al 100% in caso di cancellazione entro 4 giorni dall’inizio dell’incarico
  • Compenso al 50% in caso di cancellazione entro 10 giorni dall’inizio dell’incarico
  • Compenso al 30% in caso di cancellazione entro 20 giorni dall’inizio dell’incarico

Avete avuto disavventure di questo tipo? Come vi siete comportati e come ha reagito il vostro cliente?

Ha senso per un interprete avere una specializzazione?

Come ho spiegato molte volte in questo blog, per fare un buon lavoro un interprete deve essere un po’ tuttologo e avere la capacità di immergersi con rapidità e disinvoltura nei settori più disparati. Detto questo, anche se con una buona preparazione è possibile riuscire ad acquisire un’infarinatura dell’argomento di un convegno, questo non rende certamente l’interprete un vero esperto di quell’ambito.

Esempio: se mi preparo per un convegno sulla riproduzione delle api, anche se studio diligentemente per due settimane, certamente imparerò i fondamentali, ma non avrò mai la stessa preparazione di un apicoltore che da anni si dedica completamente a quella materia. E se invece l’interprete diventasse un vero e proprio esperto?

In generale ho l’impressione che la questione della specializzazione sia percepita diversamente nel campo della traduzione e dell’interpretazione. Praticamente tutti i traduttori hanno settori di specializzazione, mentre spesso gli interpreti passano con molta rapidità da una tematica all’altra, senza avere un vero e proprio campo di specializzazione. Questa differenza è dovuta soprattutto a ragioni che riguardano la diversa strutturazione del mercato, ciononostante credo che anche per un interprete avere una specializzazione possa essere una buona opzione per svariati motivi. Eccone alcuni.

Soddisfazione della propria curiosità

Solitamente la scelta della specializzazione è guidata dall’interesse personale. Nel mio caso la mia specializzazione principale è il vino, che è anche il mio hobby, e tutte le volte che mi capita di lavorare in questo settore ho l’occasione di accrescere le mie conoscenze in un ambito che mi interessa.

Possibilità di mettere a frutto esperienze lavorative pregresse

Alcuni colleghi sono approdati alla professione dell’interprete dopo aver lavorato in altri ambiti. Se ad esempio un interprete ha lavorato per alcuni anni come chimico, potrebbe essere un’ottima idea proporsi per convegni di quel settore.

Vantaggio competitivo nei confronti di colleghi non specializzati

Riallacciandomi ai due punti precedenti, ne consegue che chi si presenta a un cliente di un determinato settore come interprete con in più un profilo di “esperto” nel suo stesso ambito, avrà molte più possibilità di ottenere quell’incarico rispetto ad un altro collega interprete che non ha mai familiarizzato con quell’argomento.

Ottimizzazione dei tempi della preparazione

Con una preparazione adeguata è sicuramente possibile per un interprete fare un buon lavoro in un settore molto specifico anche senza avere il profilo di un esperto. Tuttavia, possedere delle competenze già in partenza semplifica di molto la preparazione. Esempio reale: la prima volta che ho lavorato ad un convegno medico ho dovuto studiare per settimane perché la medicina non era la mia specializzazione, dunque sono dovuta partire dai fondamentali. Al contrario, chi conosce già il settore perché ha una laurea in medicina, un interesse personale o ha lavorato molte volte come interprete in convegni medici si sarebbe preparato per lo stesso convegno in 3 giorni. E si sa: soprattutto per noi freelance il tempo è denaro.

Maggiore sicurezza

Quando si lavora in un settore di cui si ha una certa padronanza si percepisce una sensazione di maggiore comfort. E’ più raro che ci siano incomprensioni e si riesce a seguire il filo del discorso con meno fatica.

In conclusione, se non si fosse capito, la mia risposta alla domanda posta all’inizio di questo post è decisamente sì: avere una specializzazione per un interprete, pur non essendo obbligatorio come ormai lo è per un traduttore, è certamente un buon investimento.

Bonus: se qualcuno volesse mettere alla prova il proprio livello di specializzazione in un determinato ambito, suggerisco il Turing test di Chris Durban, segnalato da Corinne McKay: riuscite a tenere una conversazione di 10 minuti con un gruppo di esperti di quel settore sembrando uno di loro?

La gestualità dell’interprete

La prossima volta che vi capita di andare ad una conferenza internazionale con un servizio di interpretazione simultanea multilingue provate a fare un test: osservate tutte le cabine, soffermandovi sulla gestualità utilizzata dagli interpreti al lavoro nelle diverse lingue. Scommettiamo che la cabina italiana sarà quella più effervescente?

Stereotipi a parte, come scrivevo in un post di qualche anno fa, noi italiani proprio non ce la possiamo fare: gesticolare fa proprio parte della nostra natura, anche se chi ci ascolta in cuffia in teoria non può vederci, e quindi non può “beneficiare” della comunicazione veicolata dai nostri gesti. Ma è accettabile che un interprete gesticoli?

Cerchiamo di fare un distinguo tra i vari contesti. Se stiamo lavorando in cabina di simultanea, a meno che non diventiamo molesti con il nostro compagno di cabina (come invece accade nel video di questo post), perché mai dovremmo limitarci? Se gesticolare fa parte della nostra natura, sforzarci di non farlo richiederebbe concentrazione e autocontrollo, e dato che l’interpretazione simultanea assorbe già una grande quantità di energia, dal punto di vista cognitivo aggiungere un ulteriore compito costituirebbe uno spreco. Durante la simultanea ogni interprete si concentra a modo suo: c’è chi gesticola, chi scarabocchia e chi lavora a maglia. Purché si faccia un buon lavoro e non si disturbi il collega, a mio avviso è tutto permesso.

Se stiamo lavorando in consecutiva o in trattativa, situazioni in cui siamo fisicamente presenti nell’interazione, a mio avviso una certa componente non verbale può contribuire a trasmettere in maniera più incisiva il messaggio dell’oratore che stiamo traducendo, insieme al tono della voce e a tutto il resto. In questi contesti dovremmo sempre tenere a mente alcune linee guida:

  • mai esagerare: anche se qualcuno dice che gli interpreti sono attori mancati, non siamo stati chiamati per fare uno show
  • cerchiamo di attenerci alla lingua-cultura nella quale stiamo traducendo: se stiamo traducendo verso l’inglese cerchiamo di contenerci, mentre invece se stiamo traducendo verso l’italiano possiamo assecondare un po’ di più la nostra spontanea gestualità. Anche se questo “adeguamento linguistico-culturale” potrebbe sembrare in teoria un po’ complicato e forzato, in realtà col tempo diventa automatico
  • non dimentichiamo che alcuni gesti hanno significati completamente diversi in diverse culture: nel corso della nostra formazione di interpreti è importante diventare consapevoli di queste differenze. Nel dubbio, meglio adottare il principio di cautela e tenere le mani impegnate (una con il blocco degli appunti e una con la penna)

Se invece stiamo lavorando in chuchotage, per non disturbare gli altri partecipanti e il relatore, oltre a tenere basso il volume della voce (non a caso si chiama chuchotage o interpretazione sussurrata), è bene limitare al massimo la gestualità.

L’interprete volontario

Uno degli aspetti più gratificanti del lavoro dell’interprete è la possibilità di aiutare gli altri in maniera tangibile: dando loro la possibilità di comunicare con chi non parla la loro lingua. Questo aspetto “solidale” del lavoro dell’interprete assume una valenza ancora più marcata quando decidiamo di farlo a titolo gratuito, ossia come volontari.

Fare l’interprete volontario vuol dire rendersi disponibile a svolgere un incarico come interprete senza ricevere un compenso economico: insomma, lavorare gratis. MA ATTENZIONE: fare volontariato non vuol dire accettare qualsiasi condizione ci venga proposta, e men che meno accettare di essere sfruttati.

Ci sono infatti alcuni paletti che non dovrebbero mai essere superati. Ecco i miei.

  • Come interprete volontaria posso offrire il mio servizio a chi non può permettersi di pagarlo alle normali condizioni, in particolare ad organizzazioni che operano a livello sociale o umanitario di cui condivido la causa, ma non ad aziende con finalità di lucro (che invece dovrebbero pagare per tutti i servizi di cui usufruiscono, compresi quelli relativi all’interpretazione)
  • In quanto volontaria, non sono mai obbligata a svolgere un incarico: deve essere una mia libera scelta
  • Quando accetto un incarico come interprete volontaria mi aspetto un rimborso spese per i costi di trasporto, vitto e alloggio (in modo tale da non rimetterci di tasca mia)
  • Rinunciare al compenso non vuol dire che l’incarico non debba essere preso sul serio come qualsiasi altro. In altre parole, mi sento comunque in dovere di prepararmi adeguatamente e di tenere un comportamento professionale e se non credo che l’incarico sia alla mia altezza non lo accetto
  • Quando lavoro come volontaria mi aspetto (e verifico) che tutti gli interpreti che intervengono siano volontari: non è possibile che alcuni siano remunerati e altri no
  • I lavori pagati hanno la precedenza su quelli su base volontaria, quindi non devo sentirmi in colpa se sono costretta a disdire la mia partecipazione (ammesso che lo faccia con un adeguato preavviso)

Stabiliti questi paletti, quando mi è possibile, sono felice di poter offrire il mio contributo come volontaria, e quando mi capita di farlo ho sempre la netta sensazione di ricevere molto di più rispetto a ciò che dò.

Quali sono i benefici derivanti dall’attività di volontariato come interprete?

  • La sensazione di sentirsi utile e di aiutare gli altri, mettendo a disposizione il proprio tempo e le proprie competenze
  • Fare l’interprete su base volontaria è un ottimo modo per muovere i primi passi sul mercato dell’interpretazione in un contesto reale (in particolare questo vale per i neolaureati), ma in qualche modo protetto, spesso al fianco di colleghi con più esperienza
  • E’ un’ottima occasione per allargare la propria rete di contatti, conoscendo colleghi che magari potrebbero coinvolgerci in futuri lavori
  • E perché no, è una possibilità di acquisire nuovi clienti, visto che non è detto che chi usufruisce di interpreti volontari non abbia in futuro bisogno di interpreti regolarmente remunerati

E voi avete esperienze come volontari nel mondo dell’interpretazione o nel vostro campo di specializzazione?

Fotografia tratta dall’edizione 2019 del Festival Sabir di Arci (account Twitter @FestivalSabir)

Vale la pena entrare in un’associazione professionale?

Come promesso nel post precedente, oggi vorrei soffermarmi sul tema delle associazioni professionali per interpreti e traduttori. Diversamente dalla maggior parte dei post di questo blog che hanno per titolo una domanda, in questo caso la mia risposta non è “dipende”, ma è chiara e definitiva: assolutamente sì, entrare in un’associazione professionale è un’ottima idea perché i benefici offerti dall’affiliazione superano di gran lunga il costo della tessera annuale.

Premessa: io sono socio aggregato di AITI, ma tutto quello che scriverò in questo post vale anche per le altre associazioni professionali per interpreti e traduttori, che in Italia, oltre alla già citata AITI, sono AIICAssoInterpretiANITI e TradInfo, a cui va aggiunta anche ACTA, il sindacato dei freelance.

Un bel biglietto da visita

Come già spiegato molte volte, non essendoci in Italia un albo per interpreti e traduttori, chiunque può teoricamente definirsi tale senza alcuna necessità di dimostrarne le competenze. Essere membri di un’associazione professionale è un modo per far capire ai nostri potenziali clienti che non siamo chiunque, ma in quanto membri di un’associazione riconosciuta, abbiamo certificato di possedere le qualifiche per poter esercitare la professione in modo serio.

Uscire dall’isolamento

Agli interpreti, ma in misura ancora maggiore ai traduttori, può capitare di sentirsi isolati. Nella nostra realtà quotidiana passiamo molte ore della giornata seduti davanti al PC a tradurre, prepararci a conferenze oppure in cabina. Questa solitudine può farci perdere un po’ il contatto con la realtà e indurci a pensare che la problematica che stiamo affrontando con un cliente sia capitata solo e unicamente a noi, facendoci sentire ancora più frustrati. Essere membri di un’associazione dà la possibilità di avere un confronto con altri colleghi e capire che la situazione che stiamo vivendo è stata già vissuta da qualcun altro (e magari possiamo persino rimediare un ottimo consiglio!).

L’unione fa la forza

Lavorando sul mercato come “battitori liberi”, come la maggior parte dei freelance, interpreti e traduttori non hanno la possibilità di far sentire singolarmente la propria voce in ambiti cruciali come la fiscalità o la previdenza sociale. Riuniti in un’associazione, invece, possiamo fare proposte o reagire ad esse in maniera molto più incisiva.

Formazione professionale continua

Come spiegato in un post di qualche settimana fa, l’arricchimento e aggiornamento continuo delle competenze professionali è un requisito imprescindibile per un buon interprete e traduttore. Essere membri di un’associazione professionale dà la possibilità di accedere a una vasta gamma di seminari di formazione (sia webinar che in presenza) che spaziano dalla traduzione in ambito medico, alla scrittura creativa, alla fattura elettronica… insomma: ce n’è davvero per tutti i gusti. Aggiungo inoltre che per i membri a pieno titolo delle associazioni professionali la formazione professionale continua non è solo un diritto, ma anche un dovere, sussistendo l’obbligo di raccogliere un certo numero di crediti formativi ai fini del mantenimento dell’affiliazione.

Sconti e convenzioni

Un altro beneficio “allettante” derivante dall’appartenenza a un’associazione professionale è la possibilità di usufruire di sconti e convenzioni di varia natura. Ecco alcuni esempi: sconti sui costi di iscrizione a seminari, webinar ed eventi di networking, sconti sull’acquisto di testi e CAT tools, convenzioni con professionisti (commercialista, consulente legale, ecc), sconti su assicurazioni professionali.

Presenza sull’annuario

I membri di un’associazione professionale sono presenti sul sito web della propria associazione, con un profilo che generalmente indica combinazione linguistica, indirizzo email e numero di telefono. Anche se questo non implica automaticamente che la nostra presenza in annuario faccia esplodere il numero dei nostri clienti, può capitare di essere contattati da qualcuno che ha cercato un professionista sul sito della nostra associazione.

Networking

Essere membro di un’associazione e partecipare attivamente alle sue attività offre la preziosa opportunità di incontrare molti colleghi. Dato che il nostro lavoro si basa moltissimo sul passaparola, non è così raro che all’interno della cerchia degli associati qualcuno dei colleghi sia alla ricerca di un interprete o di un traduttore con la nostra combinazione linguistica, o viceversa, può capitare anche a noi di aver bisogno di un collega con una combinazione diversa dalla nostra o in grado di revisionare un nostro testo in una lingua straniera.

Ridiamoci su

Infine, e questa è la mia parte preferita, essere membro di un’associazione vuole anche dire ritagliarci di tanto in tanto un pomeriggio libero per andare a prendere un sano e disimpegnato aperitivo con colleghi simpatici per stare per qualche ora lontani dal PC, non pensare alle fatture e magari farci quattro risate raccontando della nostra ultima gaffe con un cliente.

Certificarsi come interprete

Come ho già scritto molte volte su questo blog, in Italia purtroppo la professione dell’interprete, così come quella del traduttore, non è regolata da un albo professionale. Oltre a ricadute di natura fiscale e previdenziale non indifferenti, la diretta conseguenza di questo vuoto normativo è che di fatto chiunque può proporsi come interprete senza alcun bisogno di dimostrare di averne le qualifiche o le competenze.

Non è raro infatti che chi, per un motivo o per un altro, conosce due lingue ritenga automaticamente che questo basti per lavorare come interprete o traduttore: non è così perché, come cerco sempre di dimostrare in questo blog, sono necessarie molte altre competenze. Se è anche vero che ci pensano i clienti ed il mercato a fare una cernita tra un “interprete titolato” ed uno improvvisato, non è comunque piacevole non vedere riconosciuta la propria professionalità in modo tangibile.

In mancanza di un albo, esitono tuttavia percorsi alternativi che permettono a un interprete qualificato (e per qualificato intendo con una laurea inerente al campo dell’interpretazione e/o con una lunga esperienza nel settore) di certificare le sue competenze. Eccone alcuni.

Associazioni professionali

Per essere accettati in un’associazione professionale di interpreti occorre dimostrare di averne le qualifiche. Ecco perché farne parte, oltre a offrire tutta una serie di benefici di cui parlerò nel prossimo post, è per i nostri clienti una garanzia di professionalità. In Italia esistono diverse associazioni professionali di interpreti: le più importanti sono AIIC, AssoInterpreti, AITI, ANITI e TradInfo.

Camera di Commercio

Tutte le Camere di Commercio dispongono di liste di interpreti accreditati in quello che viene chiamato Ruolo di Periti ed esperti, categoria Interpreti e traduttori da cui, in teoria, potenziali clienti potrebbero attingere in caso di necessità. Anche se personalmente non ho mai ricevuto un incarico grazie alla mia iscrizione alla Camera di Commercio della mia zona, ritengo si tratti comunque di un accreditamento che mi dà credibilità nei confronti dei clienti. Chi fosse interessato troverà informazioni dettagliate sul sito della propria Camera di Commercio di competenza.

Tribunale

C’è anche la possibilità di registrarsi presso il Tribunale della propria zona di competenza. In questo caso la procedura è un po’ più complessa e ha come prerequisito l’iscrizione alla Camera di Commercio. Per fare domanda occorre presentare tutta una serie di documenti e pagare una quota una tantum. Esistono due registri separati: quello dei Consulenti tecnici che operano in ambito civile e quello dei Periti in ambito penale. Attenzione però: prima di fare questo passo bisogna riflettere a fondo perché rendersi disponibile a lavorare per il tribunale vuol dire accettarne le condizioni di incarico che potrebbero includere in alcuni casi lavorare in carcere, essere chiamati a orari improbabili e essere pagati in vacazioni con tempi non propriamente celeri.

Norma UNI 11591:2015

Da qualche anno esiste anche la certificazione Norma Uni 11591:2015 che ha il merito di definire in maniera molto precisa i diversi profili professionali di interpreti (distinti in Interprete di conferenza, Inteprete in ambito giuridico-giudiziario, Interprete in ambito socio-sanitario e Inteprete in ambito commerciale) e traduttori (con le diverse categorie di Traduttore tecnico-scientifico, Traduttore giuridico-giudiziario e Localizzatore). L’iter per accedere alla certificazione, che ha una durata di 5 anni, è diversificato per chi è già socio ordinario di un’associazione professionale riconosciuta. A questo link si trovano tutte le informazioni.

Istituzioni internazionali

Infine, un altro modo per attestare la propria professionalità consiste nel sostenere e superare esami di accreditamento presso le istituzioni internazionali (Unione Europea, ONU, NATO, ecc.). Ogni istituzione ha le sue specifiche regole di accesso in termini di profilo lingiustico, competenza ed esperienza, ma di certo ricevere il benestare di istituzioni così rilevanti aggiunge molto lustro al profilo professionale di un interprete.

Il signor Panfilo è gentilmente desiderato sul palco

Qualche tempo fa una collega spagnola, che è soprattutto una cara amica, mi ha raccontato una storia che mi ha fatto molto ridere. Stava lavorando in simultanea durante un convegno molto serio e tra i delegati c’era anche un relatore italiano il cui cognome era Panfilo (che pronunciamo con l’accento sulla “a”: Pànfilo).

Pur non tra i più diffusi, per noi italiani questo è un cognome come un altro, che normalmente non desta nessuna reazione particolare. Invece, come mi ha spiegato la collega, sul pubblico spagnolo avrebbe avuto un effetto molto comico perché la parola pánfilo (che si pronuncia come in italiano, con l’accento sulla “a”) in spagnolo vuol dire “idiota/tardo nel comprendere/stupidotto”.

Prevedendo le risatine dei delegati spagnoli nel sentir pronunciare quella parola per loro comica in quel contesto e, soprattutto, immaginando lo stupore dell’ignaro relatore italiano, che molto probabilmente non avrebbe capito il motivo di quella reazione al suo cognome, la collega ha deciso di intervenire per evitare imbarazzi: ha pronunciato il cognome molto velocemente, a voce più bassa e cambiando l’accento (spostandolo sulla “i”: “Panfìlo”) nel tentativo di confondere le acque. In questo modo il pericolo ridarella è stato scampato e nessuno si è sentito incomprensibilmente deriso.

Questo episodio divertente mostra un’altra sfaccettatura che contraddistingue il ruolo dell’interprete, che va ben oltre il mero trasporto di parole da una lingua ad un’altra. Infatti, l’interprete è chiamato a fare costantemente scelte e valutazioni, sia linguistiche che comunicative, tenendo conto della specifica situazione comunicativa in cui si trova e cercando di mettersi sempre nei panni di chi lo sta ascoltando. La sua missione è fare in modo che il pubblico per cui sta traducendo recepisca il messaggio del relatore nel modo più simile in cui il relatore ha inteso produrlo nella sua lingua.

Questo significa che se il relatore fa una battuta, e quindi vuole creare un effetto comico, l’interprete deve cercare di creare il medesimo effetto, a volte anche modificando la forma. In questo caso il cognome del relatore avrebbe potuto produrre un effetto comico involontario, per questo la collega ha deciso di intervenire per evitare la distorsione. Non bisogna dimenticare che questi ragionamenti avvengono nella testa dell’interprete nell’arco di frazioni di secondi, in contemporanea con parecchie altre attività non da poco (ascolto del relatore, produzione del suo discorso nell’altra lingua, automonitoraggio, ecc.). Insomma chapeau alla prontezza e lucidità della collega: questa volta il signor Panfilo è salvo!

Serve una bella voce per fare l’interprete?

Una domanda che non ci poniamo mai. Sembra quasi una frivolezza, ma in realtà si tratta di un aspetto a cui pensa spesso chi ci ascolta in simultanea (comprensibilmente, visto che sentono la nostra voce in cuffia per ore).

Tuttavia, è difficile definire il concetto di “voce bella”. Non esiste un criterio oggettivo di valutazione, anche se ci sono degli estremi su cui ci si trova abbastanza concordi. Ad esempio una voce molto grave o, a maggior ragione, molto acuta, può risultare sgradevole, così come probabilmente non è bello ascoltare un interprete con la voce raffreddata o che tossisce in continuazione.

L’importanza attribuita alla “bella voce” dell’interprete varia molto in base al contesto di lavoro: ad esempio nell’ambito dell’interpretazione radiofonica o televisiva viene certamente percepito come un criterio molto più rilevante rispetto a quanto non lo sia durante un convegno di odontoiatria.

Detto questo, se parliamo del timbro vero e proprio, temo non ci sia un grande margine di manovra, perché pur non essendo un’esperta del settore, non mi risulta che possa essere modificato in modo sostanziale. La buona notizia però è che possiamo migliorare il modo in cui il nostro eloquio viene percepito da chi ci ascolta lavorando su alcuni aspetti:

  • fluidità: meglio produrre un discorso scorrevole, senza aumentare e diminuire in continuazione la velocità
  • intonazione: non dovrebbe essere eccessivamente piatta, per evitare effetti soporiferi
  • pause piene (ehm, mh, ah, ecc.): meglio privilegiare le pause vuote
  • respiro affannoso: evitiamolo per evitare di produrre un effetto ansiogeno
  • accento regionale: in una certa misura a mio avviso è anche gradevole, ma non dovrebbe superare certi limiti
  • volume e distanza dal microfono: per non stancare noi stessi, il nostro compagno di cabina e chi ci ascolta dovremmo trovare un buon equilibrio. Se parliamo a voce troppo bassa o troppo distanti dal microfono, il pubblico potrebbe fare fatica a sentire quello che diciamo, mentre se eccediamo nel senso opposto rischiamo di fare venire a tutti (noi stessi compresi) un fastidioso mal di testa dopo mezz’ora di conferenza.

Ricapitolando: un bel timbro di voce per un interprete è sicuramente un punto in più, ma anche chi non ha ricevuto il dono da madre natura può fare molto per migliorare il modo in cui il proprio modo di parlare viene percepito da chi ascolta. Anche per questo, è utilissimo registrarsi (nelle varie lingue di lavoro) e riascoltarsi di tanto in tanto per sentire l’effetto che fa non solo quello che diciamo, ma anche come lo diciamo.

Interpretazione estrema: Beppe Grillo a Oxford

Qualche mese fa Beppe Grillo è stato in visita all’Università di Oxford, accompagnato da un interprete che ha tradotto il suo intervento in inglese. Per chi non avesse visto il video, invito a guardarlo a questo link:

Al di là di ogni valutazione politica, che esula completamente dai temi trattati in questo blog, questo intervento mostra tutte le difficoltà che un interprete si augura sempre che non si presentino durante un lavoro di questo tipo. Eccone alcune:

  • il relatore parla ininterrottamente e non lascia il tempo di tradurre
  • dice cose assolutamente imprevedibili, passando di palo in frasca
  • il discorso è privo di ogni struttura, con frasi che vengono aperte e spesso non chiuse
  • il relatore utilizza ironia e barzellette come se piovesse
  • di tanto in tanto il relatore tenta di scavalcare il suo interprete facendo ricorso a un inglese zoppicante
  • il relatore interagisce direttamente con il suo interprete (“il mio traduttore è muto“, “traduttore traditore“)
  • si sprecano i giochi di parole intraducibili (“l’homeless è erectus, non si può più sdraiare“; “noi siamo alla bassezza della situazione“)
  • non mancano scambi accesi e toni polemici col pubblico (per di più a volte fuori microfono)
  • l’interprete traduce da solo per oltre un’ora
  • il relatore fa riferimenti difficili da capire per i non italiani (bunga bunga)
  • e infine il tutto è condito con un po’ di turpiloquio

Insomma, un vero incubo! Di fronte a tutte queste difficoltà, il malcapitato interprete riesce miracolosamente a rimanere lucido e fa ricorso a una strategia di sopravvivenza: facendo leva sulla sua complicità, certamente pregressa, con il relatore, diventa di fatto la sua “spalla”, partecipando come parte attiva allo spettacolo messo in scena da Grillo, con tanto di gesti, versi e mimica facciale pronunciata.

Dal punto di vista della gestione dei contenuti, inizialmente l’interprete tenta di utilizzare la tecnica dell’interpretazione consecutiva, ma ben presto si ritrova a dover fare delle sintesi abbastanza estreme perché il relatore non gli permette di inserirsi e accumula troppo ritardo. Prova più volte a reagire, ad esempio quando il presidente chiede all’interprete di tradurre, lui cerca di recuperare i contenuti esposti precedentemente dal relatore (“so, if we take a step back…“), ma l’esuberanza del relatore ha puntualmente la meglio su di lui. A un certo punto l’interprete tenta persino di rivolgersi direttamente a Grillo per chiedergli di tradurre in santa pace (“but can I translate the answer first?“) ma anche questa strategia finisce per rivelarsi poco efficace.

Successivamente, nella seconda parte dell’intervento, l’interprete decide di cambiare strategia e passa alla tecnica dell’interpretazione di trattativa: così facendo riesce a trasmettere molti più concetti rispetto alla prima parte, con lo svantaggio però di far perdere fluidità al discorso.

Il risultato finale è esilarante ma, al di là del risvolto comico, la gestione dell’interpretazione è stata tutt’altro che ottimale. L’interprete è stato a dir poco brillante ed è riuscito a padroneggiare la situazione estrema con grande intelligenza, ma è innegabile che, soprattutto nella prima parte dell’intervento, il pubblico che non capiva l’italiano si è certamente sentito escluso e ha perso una parte consistente di ciò che ha detto il relatore.

In questa situazione sarebbe stato di gran lunga preferibile optare per l’interpretazione simultanea, che avrebbe assicurato probabilmente meno intrattenimento, ma più completezza e accuratezza dei contenuti. In questo caso la consecutiva non era assolutamente la tecnica più adatta perché si presta a discorsi ben strutturati (e a relatori meno effervescenti!). Con la simultanea invece, l’interprete o meglio gli interpreti avrebbero potuto stare al passo con il ritmo incalzante del relatore e gestire più facilmente le sue frasi interminabili e slegate utilizzando la “tecnica del salame”, che permette di suddividere una lunga proposizione in tanti pezzettini per riuscire a controllare meglio i contenuti.

Morale della favola: quando si è in pista bisogna ballare, ma è sempre meglio lavorare in condizioni ottimali. E questo è uno dei motivi per cui è meglio rivolgersi sempre a un interprete professionista qualificato in grado di consigliare la tecnica di interpretazione più adatta per ogni contesto.