“Being a successful interpreter” di Jonathan Downie

Due interpreti si incontrano e vanno a prendere un caffè al bar. Secondo voi di che cosa parleranno? Non ci metto la mano sul fuoco, ma sono quasi sicura che dedicheranno almeno mezz’ora a lamentarsi di quanto il mercato stia diventando difficile, di quanto sia complicato mantenere tariffe dignitose, di come le cose vadano sempre peggio, eccetera, eccetera, eccetera.

E’ vero: il mercato sta cambiando, ma rimanere immobili e investire le energie nelle lamentele di sicuro non porta a niente di positivo. Quello che serve, forse, è cambiare punto di vista e rimettersi in discussione.

Qui entra in gioco Jonathan Downie e il suo nuovo libro Being a successful interpreter. Già il sottotitolo Adding value and delivering excellence la dice lunga sul tono che percorre il libro, tutto improntato sul tema del valore che come interpreti offriamo ai nostri clienti e su come affrontare le sfide a cui ci sottopone il mercato in maniera costruttiva.

Il libro ha un taglio molto pratico, pur rimandando spesso alla ricerca scientifica, e affronta dieci tematiche che vanno dalla presunta neutralità dell’interprete, alla ricerca attiva di clienti, passando per tematiche poco frequentate come la salute psico-fisica e il lato umoristico del nostro lavoro. Ogni capitolo offre suggerimenti su azioni da intraprendere sia singolarmente che in gruppo e si chiude con un’intervista con un esperto della materia.

A me è piaciuto in particolare il capitolo sulla crescita professionale, ma consiglio caldamente di leggere tutto il libro. Colgo l’occasione per segnalare anche il podcast Troublesome Terps in cui Jonathan DownieAlexander Gansmeier e Alexander Drechsel discutono di temi attinenti all’interpretazione.

Interpretazione a distanza

Oggi mentre bazzicavo su uno dei miei canali Youtube preferiti con discorsi per fare esercizio di interpretazione (Interpreters in Brussels Practice Group) mi sono imbattuta casualmente in un bel discorso in italiano su un tema che riguarda proprio il mondo dell’interpretazione: l’interpretazione a distanza o in remoto.

Si tratta di una modalità di interpretazione contraddistinta, come dice il nome stesso, dal fatto che i tre attori tradizionali dell’evento interpretato (oratore, pubblico e interprete) non si trovano nello stesso luogo. Come viene spiegato nel video che trovate qui sotto, ci sono varie tipologie di interpretazione in remoto: alcune utilizzano la tecnica dell’interpretazione simultanea, altre l’interpretazione consecutiva e altre ancora l’interpretazione di trattativa.

Finora l’unica tipologia di interpretazione a distanza che ho avuto modo di sperimentare è stata l’interpretazione telefonica ed effettivamente ho potuto constatare quanto l’interpretazione a distanza sia impegnativa poiché, a differenza dell’interpretazione in presenza, mancano tutte le componenti non verbali della comunicazione, che spesso svolgono un ruolo molto importante nelle interazioni.

Per chi volesse approfondire il tema dell’interpretazione telefonica, ecco qualche spunto in inglese:

 

Interpretare una cerimonia nuziale

Questa settimana mi è capitato di fare da interprete in un contesto che ancora non avevo sperimentato: una cerimonia nuziale. E’ stata un’esperienza molto interessante e stimolante, sia dal punto di vista linguistico che da quello della gestione dell’interazione. Mi spiego meglio.

Dal punto di vista linguistico per interpretare un matrimonio (religioso) bisogna avere familiarità con i testi biblici, le preghiere e le formule utilizzate durante il rito in entrambe le lingue con cui stiamo lavorando. Non è un’impresa facile perché generalmente non usiamo la terminologia religiosa nella vita di tutti i giorni e perché la sintassi utilizzata nei testi sacri è generalmente più ampollosa di quella comune.

Però ci sono alcune buone notizie. La prima è che gran parte della cerimonia nuziale segue uno schema prevedibile (scambio degli anelli, eucarestia, Padre Nostro, ecc.), quindi possiamo preparaci in anticipo. La seconda buona notizia è che la Bibbia è il libro più venduto e tradotto al mondo, quindi abbiamo a disposizione una grandissima quantità di materiale da cui prendere tutto ciò che ci occorre praticamente in tutte le lingue del mondo.

C’è però una parte della messa che (almeno si spera) è unica per ogni cerimonia: l’omelia del sacerdote. Solitamente durante l’omelia vengono ripresi ed ampliati i concetti che sono stati introdotti durante la lettura del Vangelo, ma ogni sacerdote ha il suo estro, quindi è sempre utile saggiare il terreno e provare a chiedergli prima dell’inizio della cerimonia qualche anticipazione.

Dal punto di vista della gestione dell’interazione, la parte più impegnativa è svolgere il lavoro per cui siamo stati chiamati cercando di fare da terzo incomodo il meno possibile, compito molto arduo se, come nel mio caso, lavoriamo con la tecnica dello chuchotage o interpretazione sussurrata, che impone di essere a pochi centimetri dal committente. Non dobbiamo mai dimenticare che il matrimonio è una giornata unica per gli sposi e visto che non è il caso di comparire su tutte le fotografie, per non essere d’intralcio può essere utile fare qualche passo indietro quando non c’è bisogno di tradurre (ad esempio al momento dello scambio degli anelli).

Un altro compito che potremmo essere chiamati a svolgere è di natura più interculturale. In fatto di matrimoni le tradizioni variano moltissimo e potremmo dover intervenire per spiegare una certa tradizione agli ospiti stranieri che non stanno capendo cosa succede. Nel mio caso, lo sposo era americano e in quanto tale si aspettava di essere accompagnato all’altare dalla nonna, ma nel momento in cui stava per attraversare la navata insieme alla nonna si è reso conto che non c’era nessuno a guardarlo perché gli invitati (italiani, quindi ignari della tradizione che stava seguendo) erano tutti fuori ad aspettare l’arrivo della sposa, come da tradizione in Italia.

Per chi dovesse ritrovarsi alle prese con questo tipo di incarichi, ecco i miei consigli:

  • chiedere in anticipo agli sposi il libretto del matrimonio o comunque le letture e le formula scelte
  • concordare con gli sposi esattamente quali parti della cerimonia vogliono che traduciamo
  • verificare la pronuncia dei nomi che compaiono nei testi sacri (apostoli, libri della Bibbia, ecc) nella lingua straniera
  • sarebbe utile imparare a memoria le preghiere più comuni per evitare di leggere sempre dai nostri appunti durante la cerimonia
  • parlare col prete prima dell’inizio della cerimonia per chiedergli anticipazioni sull’omelia e per invitarlo a non parlare troppo velocemente
  • studiare la nostra postazione (sia per quando gli sposi sono seduti, sia quando sono in piedi)

Per chi volesse un po’ di materiale, ecco qualche link:

Infine, ecco il link al mio glossario ancora in divenire italiano-inglese con formule liturgiche relative al matrimonio e altri termini biblici.

Marco Pannella: l’uomo dalle cento cravatte e dalle mille parole

Il post di oggi esula un po’ dalle tematiche tradizionali, ma ieri è morto Marco Pannella, e avevo voglia di condividere con i miei lettori il ricordo che ho di lui. Ho avuto il piacere di incontrarlo nel 2010, in occasione del Consiglio Nazionale del Partito Radicale a Roma. All’epoca ero all’ultimo anno di università e il Partito Radicale aveva chiesto alla mia facoltà se c’erano due studenti di interpretazione disponibili a lavorare in cabina di francese durante le giornate del convegno che si sarebbe tenuto al Senato. Insieme alla mia amica e compagna di studi Patrizia ci siamo fiondate a Roma e abbiamo fatto una bellissima esperienza, sia dal punto di vista professionale, che da quello umano.

Marco Pannella è stato una parte importante di quella esperienza, sia dentro che fuori dalla cabina. La sera prima del convegno siamo andate ad incontrare lo staff del Partito Radicale per un briefing. Appena è arrivato Marco Pannella, preceduto dalla sua inseparabile nube di fumo, la prima cosa che mi ha colpito oltra alla sua statura è stata la sua cravatta variopinta. Nei giorni successivi ho potuto ammirare altri pezzi della sua personalissima collezione di cravatte “vivaci” (ma quante ne aveva?) e ho capito che se un uomo di 80 anni riesce a portare delle cravatte del genere con quella disinvoltura non può che essere un uomo davvero libero.

Quando ci hanno presentate ci ha subito accolto con grande calore e dalle sue prime parole ho capito la sua seconda peculiarità: la sua energia. Era un fiume in piena, sia nel ragionare che nel parlare. Questa sua peculiarità ci avrebbe messo a dura prova il giorno dopo durante la simultanea: era un uomo con una mente agilissima, talmente agile che a volte si faceva fatica a stare dietro ai suoi ragionamenti. In una sola frase era in grado di passare dal satyagraha all’ipad, magari facendo mezza frase in italiano e mezza in francese (che parlava benissimo). E noi eravamo lì, quasi in apnea, a cercare di comprendere e tradurre i suoi ragionamenti densissimi e a cambiare il canale della lingua di uscita ogni 2 secondi.

A quanto pare non eravamo le sole ad avere difficoltà a star dietro a questa forza della natura, perché a fine giornata il tecnico audio ci ha chiesto: “Ma come fate a tradurre Pannella? Io non riesco a seguirlo neanche quando parla italiano”.

Per chi avesse bisogno di fare un ripasso dell’eloquio di Marco Pannella, ecco una puntata della sua rubrica su Radio Radicale “Conversazione settimanale con Marco Pannella”.

Marco Pannella è stato il mio battesimo del fuoco come interprete ed è stato una fonte di ispirazione come persona. Spero che ovunque sia adesso ci sia qualcuno che ascolti i suoi ragionamenti e che abbia sempre a portata di mano il suo inseparabile pacchetto di sigarette.

In alto, una foto scattata da Patrizia dalla fantastica cabina-soppalco durante una sessione del Consiglio alla sede del Partito Radicale

 

Quando l’interprete smette di essere invisibile

Si dice che un buon interprete è un interprete invisibile. In altre parole: se fa un buon lavoro, per quanto in realtà svolga un ruolo attivo e fondamentale, nessuno si accorge della sua presenza, perché la comunicazione procede senza intoppi e agli occhi del pubblico c’è una perfetta sintonia tra la componente visiva della comunicazione (il relatore sul palco) e quella uditiva (la voce dell’interprete in cuffia, nel caso della simultanea). Al contrario, se il pubblico inizia a notare delle discrepanze tra quello che vede e quello che sente (ad esempio vede il relatore ridere, ma non sente la voce in cuffia ridere o dire qualcosa che fa ridere), si ricorda subito che la voce che sente non appartiene al relatore, ma all’interprete.

Per favorire questo processo di sovrapposizione interprete-relatore, l’interprete utilizza solitamente la prima persona singolare: in questo modo si cala nei panni del relatore, un po’ come se fosse un attore. Tuttavia, ci sono dei casi in cui l’interprete sconfina dal suo ruolo di mera “voce del relatore” e parla a nome suo. In questi casi, per fare capire al pubblico in maniera chiara che in quel momento non sta parlando più a nome del relatore, ma a nome suo, non utilizzerà la prima persona singolare (usata fino a quel momento per impersonificare il relatore), ma la terza persona singolare (sembra un po’ una sindrome di Giulio Cesare 🙂 ) e si riferirà al relatore utilizzando la terza persona singolare.

Ecco alcune situazioni in cui l’interprete può scegliere di / è costretto a smettere di essere invisibile:

  • quando ci sono problemi di audio: “L’interprete si scusa, ma non può tradurre perché l’oratore è fuori microfono” oppure “L’interprete chiede al relatore di parlare più vicino al microfono” (in quel caso solitamente la prima fila inizierà freneticamente a fare dei gesti all’oratore, che auspicabilmente capirà che deve avvicinarsi al microfono)
  • vengono rivolte domande direttamente all’interprete: “L’interprete sente bene?” –  “Sì, l’interprete sente bene” oppure “Ringraziamo l’interprete” – “L’interprete ringrazia a sua volta”.
  • aggiunte o correzioni: può capitare di perdere qualche informazione per strada e di recuperarla grazie al suggerimento del collega: “L’interprete si corregge: la crescita annua del PIL sarà del 2,2% e non del 2,4%” oppure “L’interprete aggiunge alla lista di paesi appena citati la Spagna”
  • autodifesa: se il relatore inizia a leggere a mille all’ora di punto in bianco un testo che non ha precedentemente fornito all’interprete, mette l’interprete nella condizione di non poter fare un buon lavoro, ma il pubblico in sala, sentendo una traduzione imperfetta, difficilmente capisce che la colpa è dell’oratore e 9 volte su 10 pensa che sia l’interprete a non essere all’altezza della situazione. Questo non è giusto, quindi in situazioni del genere è giusto che l’interprete si tuteli mettendo al corrente il pubblico della situazione, dicendo ad esempio: “L’oratore sta leggendo molto velocemente un testo che non ha precedentemente fornito all’interprete, quindi l’interprete dovrà necessariamente limitarsi a fare un riassunto”
  • complicità col pubblico: se l’oratore per rompere il ghiaccio e far ridere il pubblico decide di raccontare una barzelletta infarcita di giochi di parole e quindi intraducibile (ovviamente senza avvertire precedentemente l’interprete), l’interprete può decidere di agire in maniera astuta e dire al pubblico: “Il relatore sta raccontando una barzelletta divertente basata su giochi di parole e si aspetta che il pubblico rida”. A quel punto solitamente il pubblico si mette a ridere per solidarietà con l’interprete e il relatore è contento perché sente di aver compiuto la sua missione di intrattenitore. Devo ammettere che questa strategia presuppone una buona dose di sangue freddo ed audacia che probabilmente io non ho, quindi in una situazione del genere credo che sceglierei un’altra strategia, ma mai dire mai!

In conclusione: quando l’interprete smette di essere invisibile, spesso vuol dire che c’è qualche problema e che l’interprete sta utilizzando una strategia per risolverlo. Tutte queste situazioni sono tutt’altro che desiderabili, perché costituiscono una difficoltà aggiuntiva e costringono l’interprete ad esporsi, quindi è fondamentale utilizzare queste strategie con molto tatto e consapevolezza.

E voi avete mai vissuto situazioni simili?

Il kit dell’interprete previdente – 2

Nel precedente post ho fatto una panoramica degli strumenti generici che compongono il kit dell’interprete previdente, utili in qualsiasi contesto e con qualsiasi tecnica di interpretazione. Oggi, come promesso, mi soffermerò sugli strumenti specifici per l’interpretazione simultanea, croce e delizia di ogni interprete.

Il kit di simultanea

Cuffie – partiamo dai fondamentali: a volte le cuffie che troviamo in cabina non sono di buona qualità, o può capitare che si rompano, ma il problema sarà risolto in men che non si dica se abbiamo portato le nostre.

Connessione a internet – quando si lavora in cabina è di grandissimo aiuto avere una connessione internet a disposizione con cui fare ricerche terminologiche o controllare la posta elettronica per scaricare la presentazione del primo relatore della giornata inviata la sera prima alle 2 di notte (strano che non l’abbiamo vista prima!). In moltissime sale convegni c’è il wifi, ma se non c’è o non è accessibile poter usare la nostra connessione potrebbe evitarci qualche grattacapo.

Chiavetta USB – per “estorcere” le presentazioni dell’ultimo minuto. Alcuni relatori purtroppo non inviano in anticipo agli interpreti le loro presentazioni: alcune volte perché le finiscono la sera prima, a volte perché contengono delle informazioni riservate che temono verrebbero divulgate e altre volte ancora perché semplicemente non sanno quanto sarebbe utile per noi averle con un po’ di anticipo. Fatto sta che quando ci si trova faccia a faccia con il relatore e gli si chiede se può gentilmente darci la sua presentazione perché questo ci permetterebbe di fare un lavoro migliore (anche con un semplice sguardo fugace 10 minuti prima dell’inizio della conferenza), difficilmente il relatore dirà di no. Se dice di sì è bene avere già pronta la nostra chiavetta USB per velocizzare l’operazione di trasferimento dei file.

Evidenziatore – se il relatore decide di darci la sua presentazione pochi minuti  prima della conferenza in versione cartacea non avremo il tempo di leggerla tutta, ma comunque possiamo farne buon uso se la usiamo per fare una scansione veloce dei contenuti e se isoliamo, grazie ad un evidenziatore, le informazioni che potrebbero esserci più utili (nomi propri, cifre, riferimenti normatici, ecc.)

Post-it – per tenere fisicamente davanti ai nostri occhi dei termini particolarmente importanti/ricorrenti che temiamo di dimenticare.

Nastro adesivo – per attaccare il programma dei lavori o il glossario sul vetro della cabina in modo tale da non doverlo sempre cercare tra il mucchio di fogli che si accumula sul piano di appoggio della cabina.

Orologio – per avere una buona qualità di interpretazione è buona norma che i due interpreti che compongono il team di simultanea si diano il cambio al microfono regolarmente (solitamente ogni 20-30 minuti). Poiché quando si traduce è facile perdere la cognizione del tempo, è utile avere un orologio e segnare l’orario di inizio del turno di parola del collega per poi segnalargli quando è il momento di fare cambio.

Ammetto che per portare tutto ci vorrà una borsa un po’ più grande, ma almeno così riusciremo a gestire un po’ meglio i possibili imprevisti. Voi avete altro da aggiungere?

 

Il kit dell’interprete previdente – 1

Essere preparati per ogni evenienza perché l’imprevisto è sempre dietro l’angolo: ecco la regola numero 1 per essere un bravo interprete. Provate a parlare con qualsiasi interprete: sfido chiunque a trovarne uno che non abbia da raccontare aneddoti tragicomici su situazioni lavorative che hanno preso pieghe inaspettate. Purtroppo, come dice la parola stessa, l’imprevisto è imprevedibile, quindi la nostra unica arma di difesa è arrivare preparati ad ogni incarico per limitare i danni per quanto possibile.

Per preparazione intendo soprattutto un’approfondita ricerca linguistico-terminologia ed uno stato mentale adeguato, ma non è tutto. Come molti professionisti, anche gli interpreti hanno i loro ferri del mestiere. In questo post, che sarà suddiviso in due parti per evitare di essere eccessivamente lungo, vorrei parlare degli strumenti che non devono mai mancare nel kit dell’interprete previdente e farò una distinzione tra quelli generici, utili per qualsiasi situazione lavorativa, e quelli specifici per l’interpretazione simultanea.

Il kit generico

Laptop – per consultare i documenti e il glossario che avremo preparato per l’evento che siamo chiamati a interpretare e fare ricerche terminologiche. Mi raccomando: mai commettere l’errore fatale di dimenticare il cavo di alimentazione!

Stampe – anche se abbiamo tutto sul laptop, nel caso in cui la tecnologia decida di piantarci in asso sul più bello, è bene avere una stampa almeno delle cose vitali: programma della giornata (se esiste) e glossario, ma soprattutto indirizzo in cui si terrà l’evento in cui siamo chiamati a lavorare e numero di telefono dei referenti da contattare in caso di emergenza.

Carta e penne in abbondanza – sarò esagerata, ma io senza il mio blocco di consecutiva non vado da nessuna parte! Oltre che durante una consecutiva ovviamente, potrebbe essere fondamentale avere la possibilità di prendere appunti anche durante una trattativa (tipicamente, per scrivere i numeri ed essere assolutamente sicuri che siano chiari per tutti) e una simultanea (per suggerire un termine al(la) collega o per prendere appunti durante un briefing dell’ultimo minuto).

Acqua e spuntino – non possiamo dare per scontato che dappertutto verremo accolti con un banchetto luculliano. Per evitare di non riuscire più a parlare tanto abbiamo la gola secca o che il brontolare del nostro stomaco faccia da sottofondo musicale, è bene essere previdenti.

Biglietti da visita – la probabilità che dei potenziali clienti partecipino all’incontro in cui siamo stati reclutati è molto alta quindi è bene sfruttarla al meglio. Se durante la pausa caffè un collega o un delegato ci chiedono i nostri contatti perché in futuro potrebbero avere un progetto per noi è bene essere preparati. Sì, certo, si può sempre ricorrere all’antica tecnica del numero di telefono scritto sul fazzoletto (o sulla mano per i più nostalgici), ma è molto più rapido, efficace e professionale avere a portata qualche biglietto da visita.

Rimedi per il mal di testa – ascoltare e parlare per ore stanca e non è raro ritrovarsi con un bel mal di testa a metà giornata. Se questo succede, è bene avere una medicina o qualsiasi altro rimedio efficace perché è difficile arrivare a fine giornata mantenendo la concentrazione necessaria per tradurre quando ci sembra che qualcuno ci stia martellando la testa.

Per oggi è tutto, ma nel prossimo post mi sofferemerò sugli strumenti che, insieme ai precedenti, costituiscono il kit per l’interpretazione simultanea.

L’interprete può correggere l’oratore?

Uno dei priviliegi di un interprete è poter incontrare menti illuminate che hanno qualcosa di importante da dire agli altri. Recentemente mi è capitato di incontrare una di queste personalità incredibili e devo dire che è stato un onore prestargli la mia voce per permettergli di comunicare con la gente. In queste circostanze sento ancora di più la responsabilità di essere “fedele” (termine delicato in ambito traduttivo, ma in questo caso appropriato) sia all’oratore che al pubblico.

Il problema però è che in alcuni casi queste due forme di fedeltà entrano in conflitto. Uno di questi casi è quando l’oratore dice una scorrettezza durante un discorso tradotto in interpretazione simultanea (bè, sì, capita anche alle menti più acute di sbagliare!). Diversamente dall’interpretazione consecutiva o dialogica, ovviamente in simultanea l’interprete non ha tempo di chiedere chiarimenti o conferme, quindi è costretto a prendere una decisione in velocità. Dunque: se l’interprete coglie l’errore e lo corregge, prevale la sua fedeltà all’oratore perché evita che il suo errore arrivi al pubblico, mentre invece, se pur percependo l’errore, l’interprete decide di mantenerlo, sceglie di essere più fedele al pubblico “non filtrando” l’errore dell’oratore. Quindi che fare?

A mio avviso a questa domanda non si può rispondere con un’unica ricetta valida per tutti i casi, perché molto dipende dalla situazione e dal tipo di errore. Propongo due esempi molto diversi. Se l’oratore fa un banale errore di forma, come pronunciare il nome di una persona in maniera errata, l’interprete non ha motivo di pronunciare a sua volta quel nome in maniera consapevolmente scorretta: nella sua traduzione utilizzerà la pronuncia giusta. Ma se invece l’oratore fa nel suo discorso un errore di contenuto, ad esempio dicendo “nel mio libro mi sono molto ispirato ai Promessi Sposi di Dante Alighieri”, cosa deve fare l’interprete? Io vedo tre possibilità:

  • riproporre l’errore (“nel mio libro mi sono molto ispirato ai Promessi Sposi di Dante Alighieri”), ma l’oratore farà una figuraccia
  • correggere l’errore (“nel mio libro mi sono molto ispirato ai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni”) salviamo la faccia all’oratore ma siamo “infedeli” verso il pubblico
  • mantenere la neutralità (“nel mio libro mi sono molto ispirato ai Promessi Sposi”), una soluzione di compromesso.

A voi è mai capitata una situazione del genere? Che cosa avete / avreste fatto?

Come riconoscere il “cliente perfetto”

Il 2015 finisce domani e, per chiudere in bellezza, oggi vorrei fare un tributo al “cliente perfetto”, a mo’ di rito propiziatorio per augurare a tutti i colleghi interpreti/traduttori e a me stessa di averne molti nel 2016. Il “cliente perfetto” è quella tipologia di committente in grado di risollevare le sorti della nostra giornata, anche quando abbiamo appena avuto i conteggi delle tasse dal commercialista o quando abbiamo passato la notte in bianco per consegnare una traduzione. Non è facile trovare il “cliente perfetto”, ma quando lo si trova, è bene coccolarlo e non lasciarlo scappare.

Ma come si riconosce questa specie in via di estinzione? Ecco i tratti che lo contraddistinguono in modo inequivocabile.

  1. Ti tratta come un professionista, ossia si affida a te perché sa che tu hai le competenze necessarie a fornire il servizio richiesto
  2. Risponde prontamente 
  3. Risponde educatamente
  4. Coopera, rispondendo alle tue domande o richieste di chiarimento (ad esempio rendendosi disponibile ad un briefing prima di un convegno)
  5. Fornisce le informazioni richieste (nel caso di convegni il programma dei lavori, eventuali presentazioni o relazioni di incontri precedenti)
  6. Ti assicura adeguate condizioni di lavoro (microfono, cuffie e cabina di qualità per interpretazioni e scadenze umane per le traduzioni)
  7. Ti paga il giusto (non cerca spasmodicamente di risparmiare fino all’ultimo centesimo possibile e riconosce il valore del tuo lavoro)
  8. Ti fornisce la terminologia tecnica quando ce l’ha
  9. Ti fornisce un riscontro: positivo, se ha apprezzato il tuo lavoro, o negativo (ma in questo caso motivato) per darti la possibilità di dare chiarimenti e/o migliorare
  10. E ovviamente, paga nei termini concordati

Auguro a tutti un 2016 pieno di “clienti perfetti” e di soddisfazioni personali e professionali!