Le 10 virtù dell’interprete freelance (2)

Nello scorso post ho parlato di cinque virtù che secondo me non possono mancare a un interprete freelance. In questo post completerò la mia top 10 con altre 5.

Fiducia

L’interprete freelance lavora quasi sempre in squadra. Ci appoggiamo ai nostri colleghi quando siamo in cabina di simultanea e abbiamo bisogno di un suggerimento nei momenti di difficoltà, e dipendiamo dai colleghi di un’altra lingua per prendere il relais. In quei momenti dobbiamo fidarci, anche perché a volte non abbiamo scelta, e ricordarci che stiamo lavorando per lo stesso obiettivo: aiutare le persone a comunicare tra loro.

Lucidità

Non intendo che non bisogna arrivare in cabina ubriachi (cosa auspicabile :)), ma mi riferisco alla capacità di non farci prendere dal panico nei momenti topici: con discorsi molto rapidi, relatori ostici, quando parliamo in pubblico, ad esempio lavorando in consecutiva, o in presenza di un parterre particolarmente prestigioso. In quei momenti è normale che l’adrenalina si faccia sentire più del solito, ma bisogna riuscire a contenerla per dare il meglio di noi. Lucidità vuole anche dire riuscire a gestire i periodi di magra in maniera costruttiva: andare in panico non serve a niente, anzi è proprio in quei momenti che bisogna pensare a una strategia per uscire dall’impasse.

Lealtà

Dobbiamo essere leali prima di tutto nei confronti di noi stessi: per evitare che lo stress prenda il sopravvento è fondamentale riuscire a staccare quando il nostro corpo ce lo chiede, senza cercare di fare gli eroi. L’interprete deve inoltre essere leale nei confronti del cliente e di chi ascolta, cercando di trasmettere il messaggio nell’altra lingua nella maniera più completa possibile e senza distorsioni (evito volutamente il concetto di fedeltà perché è un termine controverso in ambito traduttivo). Infine, è fondamentale essere leali nei confronti dei nostri colleghi, evitando tassativamente di “rubare i clienti”, che oltre a essere eticamente sbagliatissimo, è anche il modo migliore per non lavorare più perché il mondo degli interpreti è un po’ come vivere in provincia: il paese è piccolo e la gente mormora.

Umiltà

Non mi risulta che esista un interprete immune dagli errori. Il nostro lavoro è difficile ed è inevitabile a volte sbagliare. Alcuni errori sono talmente piccoli da passare inosservati, altri invece sono potenzialmente molto pericolosi. Se ci rendiamo conto di aver detto una stupidaggine non trascurabile secondo me è molto meglio scusarci e/o correggerci il prima possibile per minimizzarne gli effetti piuttosto che disperdere energie inutili nel tentativo di nascondere il misfatto. Inoltre, umiltà vuole anche dire ricordare che il nostro ruolo non è mai quello di essere protagonisti, ma di permettere ad altre persone di comunicare tra loro.

Quel quid in più

Facciamo un lavoro a stretto contatto con le persone e tutti noi abbiamo un’inclinazione naturale a lavorare con coloro i quali ci troviamo bene. Quando è possibile e non sfocia nello sfruttamento, è sempre bello fare un gesto di generosità verso il cliente (come continuare a tradurre se il convegno finisce con 15 minuti di ritardo) o verso il collega (dargli un passaggio alla stazione): il nostro atteggiamento è la prima cosa che il cliente o il collega ricorderà di noi, prima ancora delle competenze tecniche.

Ovviamente la lista potrebbe continuare all’infinito. Voi quali virtù aggiungereste o cambiereste?

Le 10 virtù dell’interprete freelance (1)

Il lavoro dell’interprete freelance è l’antitesi della routine: ogni giorno ci ritroviamo a lavorare in luoghi diversi, con persone diverse e a discutere di temi diversi. Vivere del nostro lavoro, svolgerlo al meglio e mantenere l’equilibrio psico-fisico senza soccombere allo stress o allo sconforto a volte non è facile e richiede attitudini personali che vanno ben al di là delle competenze meramente linguistiche e tecniche. In questo e nel prossimo post vorrei elencare 10 virtù che secondo me non possono mancare a un interprete freelance.

Capacità di ascolto

Ascoltare significa seguire con la massima attenzione il ragionamento del relatore tanto da riuscire persino a prevedere quello che sta per dire. Nella sua accezione più ampia, essere all’ascolto vuole anche dire avere la sensibilità di capire qual è l’obiettivo del nostro cliente e aiutarlo a raggiungerlo.

Serietà

Prendere il nostro lavoro sul serio vuol dire essere affidabili e consapevoli delle responsabilità che comporta e offrire il miglior servizio possibile, accettando solo incarichi che siamo certi di poter svolgere al meglio, preparandoci nel migliore dei modi, arrivando in orario e offrendo la soluzione più adeguata in base alle esigenze del cliente.

Pazienza

I primi anni di attività sono difficili per tutti: farsi conoscere richiede molto tempo, ma quando si semina bene prima o poi i frutti arrivano. Il lavoro dell’interprete è molto basato sul passaparola, e un cliente soddisfatto sarà sempre propenso a consigliarci a qualcuno, così come una collega che si è trovata bene a lavorare con noi potrebbe chiamarci se ha bisogno di essere sostituita.

Propositività

Questo punto si lega un po’ al precedente. La pazienza è fondamentale, ma non vuol dire che se non facciamo nulla i clienti verranno a bussare alla nostra porta: bisogna rimboccarsi le maniche, farsi venire qualche idea (iscriversi a un’associazione, frequentare un corso, stampare un volantino e distribuirlo alle fiere, ecc.) e trovare il modo più giusto per proporsi.

Flessibilità

E qui torno all’incipit di questo post: il lavoro dell’interprete è proprio l’antitesi della routine… sì, ma sia nel bene che nel male e a volte bisogna essere pronti a cambiare programma molto rapidamente. Esempio di vita reale: tempo fa ero a Parigi per un lavoro e il mio programma era prendere l’aereo per l’Italia l’indomani mattina, ma mi è arrivata la telefonata di un’azienda che aveva bisogno di un interprete il giorno dopo proprio a Parigi per una delicata trattativa programmata all’ultimo minuto. Mi sono presa 5 minuti di tempo per riflettere. Ovviamente nessuno mi obbligava ad accettare, stravolgendo i miei piani, ma mi sono fatta guidare dall’istinto e ho accettato. In questo caso la flessibilità ha pagato, perché ho conosciuto un cliente con cui mi sono trovata benissimo e con cui ho avuto modo di lavorare anche in seguito.

Quali sono le altre cinque virtù? Appuntamento al prossimo post 😉

Sbocchi alternativi con una formazione da interprete

Quando frequentavo il corso di Laurea Magistrale in Interpretazione di Conferenza a Forlì la classe al completo (tra tutte le lingue) era composta da circa 30 studenti. A quasi 10 anni dalla laurea (o mamma mia, meglio se non ci penso…), a spanne direi che ad aver intrapreso la strada dell’interpretazione saremo una decina, quindi in percentuale circa il 30%. Ovviamente è un campione minuscolo e il rigore scientifico di questa statistica lascia molto a desiderare, ma “a sensazione” non credo che sia un dato molto lontano dalla realtà.

Dicevo quindi il 30%, una percentuale non molto alta: perché investire tempo, soldi ed energie in un percorso così impegnativo per poi non sfruttare le competenze acquisite? Bé, per tanti motivi: a volte per scelte personali, in altri casi pesano le mille variabili del mercato dell’interpretazione. Ma c’è una buona notizia: anche se si decide o si è costretti a cambiare strada, la formazione da interprete può essere riciclata, con i dovuti aggiustamenti, in molti modi diversi, dando accesso a sbocchi professionali alternativi.

Il traduttore

Potrebbe sembrare un salto breve, ma nella pratica ci sono differenze molto significative tra il lavoro dell’interprete e quello del traduttore, sia dal punto di vista dello stile di vita che nella pratica vera e propria. L’interprete viaggia spesso, mentre il traduttore lavora da casa. L’interprete lavora “in diretta” su discorsi orali e non può permettersi di ponderare per 10 minuti la miglior traduzione di una parola in quel determinato contesto, mentre il traduttore lavora su testi scritti e ha più tempo per dare sfogo al suo perfezionismo (pur non essendo immune dallo stress da consegna). Se le competenze linguistiche di partenza necessarie per esercitare le due professioni sono simili, cambiano radicalmente quelle tecniche e un interprete di formazione che vuole lavorare come traduttore a tempo pieno deve colmare alcune lacune, prima fra tutti deve essere in grado di padroneggiare i programmi di traduzione assistita (i cosiddetti CAT tools).

L’insegnante

Nell’ambito dell’insegnamento c’è una vasta gamma di opzioni possibili per chi ha una formazione da interprete: corsi di lingua per bambini, per adulti, in scuole statali, private, all’università, in aziende, ripetizioni private, corsi di interpretazione all’università o in enti privati, corsi di public speaking in presenza, online, webinar… insomma chi più ne ha più ne metta. Ovviamente fare formazione non è un percorso da sottovalutare perché avere delle conoscenze non vuol dire essere in grado di trasmetterle, ma chi sente la propensione per l’insegnamento ha molte possibilità da esplorare.

Il project manager

Molti neolaureati iniziano il loro percorso lavorativo in un’agenzia di traduzione. Pur non avendo mai fatto questa esperienza, credo sia utilissimo passare un po’ di tempo “dall’altra parte della barricata” per imparare a gestire le relazioni con i clienti, per comprendere la logica delle tariffe e per capire quello che le agenzie si aspettano dagli interpreti: tutte informazioni preziosissime se in seguito si decide di fare il salto nella libera professione.

Il commerciale estero

Anche questa un’opzione molto gettonata perché coniuga parte degli aspetti dinamici del lavoro da interprete (le trattative d’affari, i viaggi, l’utilizzo quotidiano delle lingue straniere), con la sicurezza di un contratto e di uno stipendio fisso.

Lavori in ambito turistico

E’ risaputo che chi lavora in ambito turistico non può fare a meno di conoscere le lingue straniere. In questo caso le opzioni sono le più disparate e variano da profili più “dietro le quinte” (dipendente di agenzia di viaggi, receptionist di hotel) a lavori più “nomadici” per chi proprio non riesce a staccarsi dalla valigia (staff di crociere, animatore turistico, scrittore di guide turistiche).

Osservatore elettorale

Questo è un caso reale di un’amica e collega con la formazione da interprete che di tanto in tanto parte per lunghe missioni in luoghi del mondo fuori dai sentieri battuti in occasione delle elezioni come osservatore elettorale dell’Unione Europea. Per questo profilo le competenze linguistiche sono fondamentali perché gli osservatori elettorali vanno nei Paesi di cui parlano la lingua, ma oltre a queste c’è bisogno di una preparazione specifica e approfondita.

Alcuni di questi profili sono conciliabili con il lavoro di interprete: molti colleghi interpreti fanno anche traduzioni (me compresa) e/o insegnano e l’amica osservatrice elettorale che ho citato prima lavora anche come interprete. Mentre a volte si rivelano deviazioni temporanee che sbucano sulla strada dell’interpretazione, arricchendo il nostro bagaglio di conoscenze. E voi conoscete altri sbocchi lavorativi per chi ha la formazione da interprete?

Il relais: che cos’è e come gestirlo al meglio

Nei convegni con molte lingue di lavoro in cui si fa ricorso all’interpretazione simultanea, laddove non tutti gli interpreti hanno nella loro combinazione linguistica tutte le lingue di lavoro del convegno, si fa spesso ricorso al relais, una conformazione organizzativa che, per essere efficace, richiede qualche cautela. Per chi non sapesse cos’è il relais, segue una breve spiegazione. Chi invece lo sa, può passare direttamente al paragrafo successivo.

Facciamo un esempio pratico: c’è una conferenza che ha come lingue di lavoro italiano, tedesco e russo con due cabine, quella di russo<>italiano e quella di tedesco<>italiano. Sia gli interpreti della cabina di russo che quelli della cabina di tedesco lavorano dall’italiano verso la propria lingua e viceversa, ma gli interpreti di russo non hanno il tedesco e, viceversa, quelli di tedesco non hanno il russo, quindi che si fa quando prendono la parola i relatori di russo? Come si fa ad assicurare la traduzione verso il tedesco? E viceversa, dal tedesco al russo? Semplice, si passa dall’italiano. Ovvero, quando un relatore parla russo, gli interpreti di russo traducono dal russo all’italiano. Gli interpreti di tedesco “prendono il relais” da loro, ossia ascoltano la traduzione dei colleghi russi verso l’italiano e a loro volta traducono verso il tedesco. In poche parole: il relais consiste in un’interpretazione in due tappe, da A a B, e poi da B a C, poiché non si può passare direttamente da A a C.

Nel relais c’è qualcuno che “dà il relais” e qualcuno che lo “prende” ed è fondamentale che tutti gli interpreti coinvolti in questo doppio passaggio prestino massima attenzione affinché il messaggio dell’oratore arrivi a tutti gli uditori in maniera accurata e completa, senza perdersi  nei vari passaggi. Se per l’interprete che “prende il relais” non c’è un ampio margine di manovra, perché non può fare altro che fidarsi di quello che dice il collega, l’interprete che “dà il relais” invece, sapendo di essere gravato da una doppia responsabilità, può intervenire adottando alcune premure per agevolare, nella misura del possibile, il compito del collega. Eccone alcune:

  • innanzitutto dovrebbe controllare con attenzione di “uscire” sul canale audio giusto, in modo tale che la sua resa possa essere ascoltata dal pubblico in sala e dal collega che “prende il relais”
  • nella misura del possibile, spezzettare le frasi in modo da alleggerire la struttura (la cosiddetta “salami technique”), evitando catene di subordinate e utilizzando in maniera corretta ed oculata i connettori logici per facilitare la comprensione del filo logico
  • rallentare il ritmo quando vengono riportati nomi propri (difficili da cogliere se le lingue sono particolarmente distanti) o cifre (sempre potenzialmente problematiche)
  • cercare di mantenere un ritmo il più possibile omogeneo, evitando rallentamenti e accelerazioni

Insomma: quando si lavora con il relais produrre una resa pulita diventa ancora più cruciale.

E voi, avete esperienze con il relais?

 

 

Che cos’è legittimo aspettarsi da un interprete? (…e cosa non lo è?)

Chi non ha mai usufruito dei servizi  di un interprete ha spesso idee abbastanza confuse sul ruolo che svolge e su cosa è legittimo aspettarsi da lui/lei. Come è stato più volte sottolineato in questo blog, la professione dell’interprete, così come quella del traduttore, in Italia non è regolamentata, né è legata a un albo professionale, quindi la questione della deontologia professionale ricade principalmente sui singoli professionisti e, per chi ne fa parte, sulle associazioni professionali.

Per chi volesse approfondire la posizione delle associazioni professionali, ecco i link ai codici deontologici delle maggiori associazioni di interpreti attive in Italia.

Vista la mancanza di norme precise, una domanda potrebbe sorgere spontanea: per un cliente che cosa è legittimo aspettarsi da un interprete? Ecco quelli che, a mio avviso, sono i 3 aspetti più importanti.

Discrezione

La prima preoccupazione di molti clienti. Ho perso il conto delle volte in cui un cliente si è rifiutato di inviarmi le presentazioni powerpoint prima di una conferenza perché “il materiale è riservato”. Peccato che spesso avere questo materiale in anticipo incide moltissimo sulla qualità del servizio, quindi metterlo a disposizione dell’interprete in realtà dovrebbe essere un interesse prima di tutto del cliente. Purtroppo non è sempre facile spiegare a un cliente che è fondamentale che un’interprete si prepari adeguatamente prima di una conferenza, ma soprattutto non è facile spiegargli che può contare sulla nostra riservatezza perché siamo dei professionisti. Con clienti molto restii a trasmettere in anticipo dati che reputo importanti per assicurare una buona qualità del servizio, personalmente propongo di sottoscrivere un accordo di riservatezza, anche se nella maggior parte dei casi il fatto stesso di ricevere questa proposta rassicura il cliente, che a quel punto decide di inviare la presentazione.

Preparazione

Un elemento già illustrato nel punto precedente. In sintesi: per un cliente è legittimo aspettarsi un servizio di qualità; per fornire un servizio di qualità, l’interprete deve prepararsi, ma per prepararsi ha bisogno di ricevere dal cliente tutte le informazioni e le risorse necessarie.

Puntualità

L’interprete è reclutato per aiutare i partecipanti di un determinato evento a comunicare e per farlo deve innanzitutto essere presente. Per me essere puntuale vuol dire arrivare sul posto almeno 30 minuti prima dell’inizio della conferenza per fare le prove tecniche e scambiare qualche parola con il cliente / gli organizzatori e gli oratori per controllare che sia tutto a posto.

Cambiando punto di vista, invece, per un cliente che cosa NON è legittimo aspettarsi da un interprete? Per equità, mi limito anche in questo caso ai 3 punti per me più importanti.

Lavoro in solitaria / senza pause / ore extra

Affinché un interprete fornisca un servizio di qualità, è necessario che operi in condizioni adeguate. Se un cliente si aspetta che l’interprete accetti di lavorare in simultanea da solo, senza pause, durante la pausa pranzo o se dà per scontato che acconsenta a lavorare un’ora in più rispetto a quanto stabilito, oltre a fare un torto al professionista che ha davanti, crea un problema soprattutto a sé stesso, perché fa sì che l’interprete non sia nella posizione di garantire un buon servizio.

Attrezzatura scadente

Può sembrare banale, ma l’attrezzatura può fare un’enorme differenza. Lavorare per 7 ore con il fischio in cuffia metterebbe a dura prova anche un maestro di yoga e reputo è scorretto pretendere che l’interprete accetti di lavorare in condizioni che non gli permettono di fare un buon lavoro solo per risparmiare due lire sull’installazione dell’attrezzatura.

Disponibilità sempre e comunque

E’ molto gratificante riuscire a stabilire una collaborazione duratura tra cliente e interprete perché porta benefici a entrambe le parti, ma non bisogna mai dimenticare che l’interprete è un libero professionista e non un dipendente. Di conseguenza, non è tenuto a rispondere al telefono alle 1o di sera o la domenica e ha il diritto di rifiutare incarichi offerti dal cliente se è già impegnato o per altre ragioni personali.

Altri suggerimenti, sia da una parte che dall’altra?

 

Il CV dell’interprete freelance

Nonostante l’esplosione di social network di tutti i tipi, sia professionali che non, almeno in Italia lo strumento principe per presentarsi come professionista è e rimane il curriculum vitae. Questo vale soprattutto per chi è alla ricerca di un contratto di lavoro come dipendente o dirigente, ma non è detto che valga lo stesso  anche per chi lavora come freelance.

In molti settori, una valida alternativa al CV è offerta dal portfolio, ossia una selezione di lavori svolti in passato. E’ quello che fanno spesso grafici, architetti, artisti, ma anche traduttori.

Per gli interpreti ovviamente non c’è la possibilità di creare un portfolio, quindi potremmo dover tornare al CV o, in alternativa, elaborare una presentazione di altro tipo (powerpoint, brochure o altro). In questo post vorrei concentrarmi sul CV.

Elaborare un CV efficace è molto difficile perché è strettamente correlato a chi andrà a leggerlo e può variare in misura rilevante in base a fattori come:

  • la cultura del destinatario: ad esempio in Italia resiste ahimé la tendenza a fare CV in formato romanzo, mentre nei Paesi anglofoni è tipicamente di 1 pagina, al massimo 2
  • il tipo di destinatario: a seconda che ci rivolgiamo a un’agenzia, a un cliente diretto o a un collega e/o chef d’équipe dobbiamo dosare bene i tecnicismi (siamo sicuri che un’azienda che produce pavimenti sappia che cos’è lo chuchotage?) e le informazioni che chi legge si aspetta di trovare

Ma quali sono gli elementi che non possono proprio mancare?

  • dati di contatto
  • titolo professionale (interprete / interprete e traduttore)
  • link al nostro sito
  • servizi svolti (interpretazione, traduzione, revisione, voice-over, ecc.)
  • combinazione linguistica (con indicazione delle lingue attive e passive sottoforma di elenco o di griglia)
  • anni di esperienza / numero di giornate / parole tradotte
  • associazioni professionali di appartenenza
  • eventuali settori di specializzazione
  • formazione (universitaria e altri corsi attinenti alla professione)
  • certificazioni o accreditamenti professionali

Oltre a queste informazioni base, a seconda dei casi, possiamo aggiungere anche:

  • una lista di clienti con cui lavoriamo o abbiamo lavorato in precedenza (previa loro autorizzazione)
  • una nostra foto professionale
  • una selezione degli incarichi più rilevanti svolti in passato
  • competenze informatiche relative al nostro settore (in primis i CAT tools per gli interpreti-traduttori)
  • soggiorni all’estero
  • altre esperienze lavorative (se attinenti a una delle nostre specializzazioni)
  • ambiti lavorativi come conferenze, fiere, trattative commerciali, ecc (utili soprattutto se a leggere il nostro CV è un’azienda che non sa esattamente in quali e quanti ambiti possiamo essere impiegati)
  • eventuali traduzioni pubblicate (per gli interpreti-traduttori)

Tenderei invece a scartare:

  • il CV in formato Europass perché non flessibile nei contenuti e nella grafica
  • data e luogo di nascita
  • stato civile
  • indicazioni come “patente B” o “automunito”
  • l’intera lista delle giornate di interpretazione (diventerebbe troppo lungo: molto meglio inserire un link cliccabile a una pagina del nostro sito con la lista delle giornate)

E infine un consiglio finale: vale la pena soffermarsi sulla grafica per rendere il nostro CV memorabile già al primo colpo d’occhio e invogliare chi lo riceve a leggerlo per intero.

Per chi fosse interessato ad approfondire il tema, segnalo con piacere l’utilissimo ebook in inglese di Marta Stelmaszak You need a CV that works scaricabile gratuitamente dal link inserito. Buon CV!

Meglio i clienti diretti o le agenzie?

Uno degli aspetti più belli della libera professione è, come dice la parola stessa, il fatto che è libera, ovvero ognuno può lavorare con chi vuole e costruirsi il proprio portafoglio clienti in base alle proprie preferenze e attitudini.

Per un interprete che lavora come libero professionista oltre al passaparola tra colleghi ci sono due tipologie principali di clienti: i clienti diretti (aziende, professionisti di altri settori, privati) e le agenzie di traduzione. In questo post vorrei soffermarmi sui vantaggi e gli svantaggi di lavorare con ciascuna delle due categorie.

Le agenzie di traduzione

Le agenzie sono tradizionalmente il primo approdo di un interprete quando inizia a muovere i primi passi nella professione. La motivazione è semplice: l’agenzia si assume una parte del lavoro e delle responsabilità che altrimenti dovrebbe sobbarcarsi interamente l’interprete, ad esempio:

  • svolge attività di marketing per trovare o essere trovata dal cliente
  • gestisce tutte le fasi del negoziato in merito alle condizioni contrattuali
  • si occupa dell’organizzazione dei dettagli tecnici (noleggio della cabina, contatti con i tecnici, ecc…)
  • sollecita il cliente per l’invio delle informazioni
  • è responsabile del reclutamento degli interpreti (che in caso di eventi plurilingue può rivelarsi complesso)
  • gestisce eventuali problemi durante lo svolgimento dei lavori
  • risponde della remunerazione dell’interprete

A fronte di tutti questi vantaggi, ovviamente ce n’è uno, anche abbastanza rilevante: le agenzie trattengono una commissione di entità più o meno rilevante.

I clienti diretti

Viceversa, gli svantaggi di quando lavoriamo con clienti diretti consistono nel fatto che dobbiamo dedicare parte del nostro tempo e delle nostre energie alle attività elencate sopra. Ecco invece i vantaggi:

  • non dobbiamo cedere una parte del nostro compenso ad un’agenzia
  • è nostra la scelta di quali colleghi coinvolgere
  • abbiamo un margine di manovra totale nella negoziazione delle condizioni contrattuali
  • ma soprattutto: possiamo fidelizzare il nostro cliente e costruire un rapporto lavorativo consolidato che in alcuni casi trasforma il nostro ruolo da mero fornitore di servizi una tantum a consulente a tutto tondo

Sulla base di queste valutazioni, a questo punto dovrei forse dare una risposta alla domanda nel titolo, ma la mia risposta è, come in molti casi, dipende. Dal mio punto di vista dipende dalle persone con cui si ha a che fare. Forse l’ideale è avere un giusto mix fatto di clienti diretti consapevoli del lavoro dell’interprete e di agenzie serie con personale preparato. E voi, preferite lavorare con clienti diretti o con agenzie?

5 stereotipi sugli interpreti

Il mondo degli interpreti è molto piccolo e paradossalmente, anche se la nostra professione ci porta tutti i giorni in mezzo alla gente, chi è fuori dal nostro settore a volte si fa idee scorrette su di noi. Negli anni mi sono imbattuta in alcune di queste idee, che a furia di essere ripetute, in alcuni casi sono diventate stereotipi. Eccone alcuni.

1. Qualsiasi bilingue può fare l’interprete

Per fare l’interprete conoscere almeno due lingue è sicuramente una condizione fondamentale, ma non sufficiente. Occorre anche avere molte altre conoscenze e competenze. Una fra tutti: bisogna studiare e padroneggiare le tecniche di interpretazione simultanea, consecutiva e di trattativa. Un bilingue parte sicuramente avvantaggiato sul fronte della competenza linguistica, ma in tutti gli altri aspetti deve faticare come tutti gli altri. Aggiungo anche che i bilingui possono persino essere svantaggiati, perché per loro la tentazione di trasportare direttamente e scorrettamente la struttura di una lingua in un’altra è più forte rispetto ai non bilingui.

2. Gli interpreti sono primedonne

Non ci nascondiamo dietro un dito: alcuni interpreti possono effettivamente sembrare un po’ primedonne. Nel nostro lavoro non è insolito incontrare scrittori, attori, politici e gente “importante” e capita di lavorare su palcoscenici di teatri prestigiosi, alla radio o in televisione. In queste situazioni può accadere che l’adrenalina ci faccia dimenticare per qualche istante che siamo lì solo per riportare il messaggio di qualcun altro e che le luci della ribalta non illuminano noi, ma la persona che accompagnamo, ma è molto importante tornare subito con i piedi per terra. Personalmente posso dire che i colleghi che stimo di più e che reputo più capaci sono invece persone molto discrete e tutt’altro che primedonne.

3. Gli interpreti si lamentano sempre

Interpretare è un’attività molto impegnativa dal punto di vista cognitivo e per svolgerla al meglio è fondamentale lavorare in condizioni adeguate. Ad esempio, se gli oratori parlano/leggono troppo velocemente o troppo lontano dal microfono, se in cuffia si sentono strani fruscii o se non si riesce a vedere l’oratore si fa molta più fatica a lavorare bene. In queste situazioni credo che non ci sia niente di male se un interprete chiede educatamente se è possibile eliminare o quantomeno ridurre questi fattori di disturbo proprio negli interessi del cliente: lo fa per offrire un servizio migliore possibile e non per il piacere di lamentarsi.

4. Gli interpreti sono degli squali

Anche in questo caso purtroppo c’è un fondo di verità. Come dicevo prima, il nostro mondo è molto piccolo e alcuni interpreti non si fanno molti problemi a fare le scarpe a colleghi per accaparrarsi un cliente. La buona notizia però è che, essendo appunto un mondo molto piccolo, prima o poi viene tutto a galla, quindi è bene non perdere di vista l’etica professionale e comportarsi in maniera corretta con tutti, clienti e colleghi, altrimenti il mercato non esiterà a tagliarci fuori. In sostanza: alcuni squali ci sono, ma hanno vita breve.

5. Gli interpreti costano troppo

In questo caso è fin troppo facile fornire argomentazioni per scardinare questo stereotipo. In Italia gli interpreti non hanno né un albo professionale, né una cassa e pagano i contributi alla cosiddetta gestione separata, come altre categorie professionali. Senza entrare troppo nei dettagli fiscali, semplifico dicendo che quasi la metà del compenso totale corrisposto dal cliente o dall’agenzia si volatilizza sottoforma di contributi INPS, ritenuta d’acconto e IVA (ad eccezione di alcuni regimi fiscali particolari). Inoltre, c’è da considerare che un interprete libero professionista lavora su base giornaliera e il numero delle giornate varia molto. Tipicamente all’inizio del percorso professionale le giornate sono molto poche e in alcuni periodi dell’anno non ci sono convegni (ad esempio agosto è quasi sempre vuoto). Ultimo punto da tenere in considerazione: la tariffa copre idealmente non solo la giornata di lavoro in sé, ma anche il tempo necessario alla preparazione.

 

 

Quando è meglio rifiutare un incarico di interpretazione?

Uno degli aspetti più affascinanti, ma allo stesso tempo più complicati del lavoro dell’interprete e del traduttore è che veniamo costamente messi di fronte ai nostri limiti. Ci sono delle situazioni in cui riusciamo a fare quel salto di qualità che ci permette di superarli, ma ci sono anche delle situazioni in cui è chiaro che un determinato incarico non è (ancora) alla nostra portata.

In quei casi una buona opzione può essere rifiutare l’incarico e proporre al nostro cliente/all’agenzia il nominativo di un collega che riteniamo adatto al ruolo. In questo post vorrei elencare alcune situazioni in cui a mio avviso è più saggio rifiutare un incarico di interpretazione.

  1. Quando il tema ci è totalmente alieno e non abbiamo tempo sufficiente per prepararci. Esempio: oggi mi chiama una collega che ha l’influenza e chiede se posso sostituirla per una simultanea sui trapianti del rene che si svolge domani e io non ho mai fatto un convegno di medicina. E’ evidente che in una circostanza di questo tipo non sarei nella posizione di fare un buon lavoro, quindi è più saggio rifiutare. In questo modo eviterò di fare un disservizio al pubblico, di rimediare una cattiva figura con il committente e di perdere credibilità anche agli occhi della collega che mi aveva segnalato.
  2. Quando non ci sentiamo sicuri della lingua. Esempio: ho da poco aggiunto il greco come nuova lingua e per il momento la uso solo come lingua C (ossia traduco solo DA e non VERSO quella lingua). Un cliente mi chiede se sono disponibile per una simultanea VERSO il greco. Improvvisare la competenza attiva di una lingua non è un’idea brillante, perché verrei messa in difficoltà dopo nemmeno 5 minuti di convegno. Ne vale la pena? Per i motivi del punto precedente secondo me no.
  3. Quando non abbiamo familiarità con una determinata tecnica di interpretazione. Esempio (in questo caso reale): un amico traduttore che vive negli Stati Uniti qualche anno fa ha ricevuto un’offerta da parte di un’importante emittente televisiva americana che gli chiedeva di interpretare in simultanea in diretta televisiva il discorso di Papa Francesco dopo l’annuncio della sua elezione. Lui non aveva mai fatto simultanea e giustamente ha rifiutato un incarico così impegnativo perché il rischio di rimediare una figuraccia di fronte a un pubblico così folto era abbastanza concreto (anzi, praticamente certo).

Una precisazione necessaria: è impossibile fare in anticipo una stima accurata della difficoltà di un incarico di interpretazione. Quante volte ci siamo sentiti dire da un’agenzia che quel lavoro sarebbe stata “una passeggiata” per poi ritrovarci con relatori che andavano a 100 km/h o che tiravano fuori a sorpresa il bilancio come un coniglio dal cilindro? Ogni incarico implica una certa dose di imprevisti e saremo sempre chiamati a “buttarci”, ma è importante sviluppare la capacità di prevedere se ci attende un rischio calcolato oppure una catastrofe.

6 dritte per andare d’amore e d’accordo col tecnico audio

Sembra quasi un paradosso, ma un interprete può dirsi soddisfatto quando il pubblico finisce quasi per dimenticare la sua presenza perché fila tutto liscio e la comunicazione avviene in maniera efficace. In queste situazioni, pur contribuendo all’evento in maniera sostanziale, l’interprete sembra invisibile, soprattutto durante l’interpretazione simultanea, perché lavorando in cabina è fuori dal campo visivo del pubblico.

Tuttavia, in ogni convegno c’è una persona ancora più invisibile dell’interprete senza la quale un evento multilingue non potrebbe svolgersi. Di chi si tratta? Aiutino: è la prima persona ad arrivare e l’ultima ad andarsene e se ci sono problemi diventa il capro espiatorio di tutti. Sto parlando del tecnico audio, l’angelo custode di ogni interprete. Il tecnico ha in mano il futuro di uno dei nostri strumenti di lavoro più importanti: le nostre orecchie. E’ grazie a lui se lavoriamo in condizioni acustiche perfette o, al contrario, se siamo costretti a tradurre con un fruscio perenne in cuffia (con conseguente mal di testa), quindi è bene non inimicarcelo.

La macrocategoria “tecnico” racchiude varie tipologie di individuo: si va dal nerd con gli occhialini, al rasta ricoperto di piercing e tatuaggi, dal diciottenne entusiasta, al sessantenne navigato, ma con queste sei dritte è possibile impostare da subito una collaborazione proficua per il bene di tutti (compreso quello delle nostre orecchie!).

  1. Prima cosa, fondamentale: appena arriviamo sul luogo dell’evento andiamo a salutare il tecnico e se ancora non lo conosciamo, presentiamoci.
  2. Se ci spiega come funziona l’impianto, anche se lo conosciamo perfettamente e lo abbiamo usato 100 volte, ascoltiamo la spiegazione ed evitiamo tassativamente frasi spocchiose del tipo: “Lo so già come funziona, sono una professionista!”.
  3. Chiediamo di fare una prova audio e se c’è qualcosa che non va comunichiamolo con calma ed educazione. Tra dire: “Sento un fruscio fastidiosissimo! Toglilo subito altrimenti qui non ci lavoro!” e “Ho l’impressione che ci sia un po’ di fruscio, per favore potresti controllare se è possibile toglierlo o per lo meno ridurlo?” c’è un abisso.
  4. Se mentre lavora il/la collega ci allontaniamo dalla cabina per prendere dell’acqua, chiediamo al tecnico se ha bisogno di qualcosa. Ricordiamoci che spesso i tecnici lavorano da soli e non possono allontanarsi durante il convegno.
  5. Durante la pausa pranzo invitiamo il tecnico al nostro tavolo: è probabile che non conoscerà nessuno.
  6. Alla fine del convegno ringraziamolo della sua collaborazione e scambiamoci i biglietti da visita: in futuro potrebbe capitare che un cliente ci chieda assistenza nell’organizzazione dei servizi audio o che un cliente chieda al tecnico il nominativo di un interprete e se si è trovato bene con noi probabilmente sarà più incline a fare il nostro nome.

In poche parole: se siamo gentili con il tecnico lui sarà più motivato a metterci nelle condizioni di lavorare al meglio.