Quando è meglio rifiutare un incarico di interpretazione?

Uno degli aspetti più affascinanti, ma allo stesso tempo più complicati del lavoro dell’interprete e del traduttore è che veniamo costamente messi di fronte ai nostri limiti. Ci sono delle situazioni in cui riusciamo a fare quel salto di qualità che ci permette di superarli, ma ci sono anche delle situazioni in cui è chiaro che un determinato incarico non è (ancora) alla nostra portata.

In quei casi una buona opzione può essere rifiutare l’incarico e proporre al nostro cliente/all’agenzia il nominativo di un collega che riteniamo adatto al ruolo. In questo post vorrei elencare alcune situazioni in cui a mio avviso è più saggio rifiutare un incarico di interpretazione.

  1. Quando il tema ci è totalmente alieno e non abbiamo tempo sufficiente per prepararci. Esempio: oggi mi chiama una collega che ha l’influenza e chiede se posso sostituirla per una simultanea sui trapianti del rene che si svolge domani e io non ho mai fatto un convegno di medicina. E’ evidente che in una circostanza di questo tipo non sarei nella posizione di fare un buon lavoro, quindi è più saggio rifiutare. In questo modo eviterò di fare un disservizio al pubblico, di rimediare una cattiva figura con il committente e di perdere credibilità anche agli occhi della collega che mi aveva segnalato.
  2. Quando non ci sentiamo sicuri della lingua. Esempio: ho da poco aggiunto il greco come nuova lingua e per il momento la uso solo come lingua C (ossia traduco solo DA e non VERSO quella lingua). Un cliente mi chiede se sono disponibile per una simultanea VERSO il greco. Improvvisare la competenza attiva di una lingua non è un’idea brillante, perché verrei messa in difficoltà dopo nemmeno 5 minuti di convegno. Ne vale la pena? Per i motivi del punto precedente secondo me no.
  3. Quando non abbiamo familiarità con una determinata tecnica di interpretazione. Esempio (in questo caso reale): un amico traduttore che vive negli Stati Uniti qualche anno fa ha ricevuto un’offerta da parte di un’importante emittente televisiva americana che gli chiedeva di interpretare in simultanea in diretta televisiva il discorso di Papa Francesco dopo l’annuncio della sua elezione. Lui non aveva mai fatto simultanea e giustamente ha rifiutato un incarico così impegnativo perché il rischio di rimediare una figuraccia di fronte a un pubblico così folto era abbastanza concreto (anzi, praticamente certo).

Una precisazione necessaria: è impossibile fare in anticipo una stima accurata della difficoltà di un incarico di interpretazione. Quante volte ci siamo sentiti dire da un’agenzia che quel lavoro sarebbe stata “una passeggiata” per poi ritrovarci con relatori che andavano a 100 km/h o che tiravano fuori a sorpresa il bilancio come un coniglio dal cilindro? Ogni incarico implica una certa dose di imprevisti e saremo sempre chiamati a “buttarci”, ma è importante sviluppare la capacità di prevedere se ci attende un rischio calcolato oppure una catastrofe.

6 dritte per andare d’amore e d’accordo col tecnico audio

Sembra quasi un paradosso, ma un interprete può dirsi soddisfatto quando il pubblico finisce quasi per dimenticare la sua presenza perché fila tutto liscio e la comunicazione avviene in maniera efficace. In queste situazioni, pur contribuendo all’evento in maniera sostanziale, l’interprete sembra invisibile, soprattutto durante l’interpretazione simultanea, perché lavorando in cabina è fuori dal campo visivo del pubblico.

Tuttavia, in ogni convegno c’è una persona ancora più invisibile dell’interprete senza la quale un evento multilingue non potrebbe svolgersi. Di chi si tratta? Aiutino: è la prima persona ad arrivare e l’ultima ad andarsene e se ci sono problemi diventa il capro espiatorio di tutti. Sto parlando del tecnico audio, l’angelo custode di ogni interprete. Il tecnico ha in mano il futuro di uno dei nostri strumenti di lavoro più importanti: le nostre orecchie. E’ grazie a lui se lavoriamo in condizioni acustiche perfette o, al contrario, se siamo costretti a tradurre con un fruscio perenne in cuffia (con conseguente mal di testa), quindi è bene non inimicarcelo.

La macrocategoria “tecnico” racchiude varie tipologie di individuo: si va dal nerd con gli occhialini, al rasta ricoperto di piercing e tatuaggi, dal diciottenne entusiasta, al sessantenne navigato, ma con queste sei dritte è possibile impostare da subito una collaborazione proficua per il bene di tutti (compreso quello delle nostre orecchie!).

  1. Prima cosa, fondamentale: appena arriviamo sul luogo dell’evento andiamo a salutare il tecnico e se ancora non lo conosciamo, presentiamoci.
  2. Se ci spiega come funziona l’impianto, anche se lo conosciamo perfettamente e lo abbiamo usato 100 volte, ascoltiamo la spiegazione ed evitiamo tassativamente frasi spocchiose del tipo: “Lo so già come funziona, sono una professionista!”.
  3. Chiediamo di fare una prova audio e se c’è qualcosa che non va comunichiamolo con calma ed educazione. Tra dire: “Sento un fruscio fastidiosissimo! Toglilo subito altrimenti qui non ci lavoro!” e “Ho l’impressione che ci sia un po’ di fruscio, per favore potresti controllare se è possibile toglierlo o per lo meno ridurlo?” c’è un abisso.
  4. Se mentre lavora il/la collega ci allontaniamo dalla cabina per prendere dell’acqua, chiediamo al tecnico se ha bisogno di qualcosa. Ricordiamoci che spesso i tecnici lavorano da soli e non possono allontanarsi durante il convegno.
  5. Durante la pausa pranzo invitiamo il tecnico al nostro tavolo: è probabile che non conoscerà nessuno.
  6. Alla fine del convegno ringraziamolo della sua collaborazione e scambiamoci i biglietti da visita: in futuro potrebbe capitare che un cliente ci chieda assistenza nell’organizzazione dei servizi audio o che un cliente chieda al tecnico il nominativo di un interprete e se si è trovato bene con noi probabilmente sarà più incline a fare il nostro nome.

In poche parole: se siamo gentili con il tecnico lui sarà più motivato a metterci nelle condizioni di lavorare al meglio.

 

“Being a successful interpreter” di Jonathan Downie

Due interpreti si incontrano e vanno a prendere un caffè al bar. Secondo voi di che cosa parleranno? Non ci metto la mano sul fuoco, ma sono quasi sicura che dedicheranno almeno mezz’ora a lamentarsi di quanto il mercato stia diventando difficile, di quanto sia complicato mantenere tariffe dignitose, di come le cose vadano sempre peggio, eccetera, eccetera, eccetera.

E’ vero: il mercato sta cambiando, ma rimanere immobili e investire le energie nelle lamentele di sicuro non porta a niente di positivo. Quello che serve, forse, è cambiare punto di vista e rimettersi in discussione.

Qui entra in gioco Jonathan Downie e il suo nuovo libro Being a successful interpreter. Già il sottotitolo Adding value and delivering excellence la dice lunga sul tono che percorre il libro, tutto improntato sul tema del valore che come interpreti offriamo ai nostri clienti e su come affrontare le sfide a cui ci sottopone il mercato in maniera costruttiva.

Il libro ha un taglio molto pratico, pur rimandando spesso alla ricerca scientifica, e affronta dieci tematiche che vanno dalla presunta neutralità dell’interprete, alla ricerca attiva di clienti, passando per tematiche poco frequentate come la salute psico-fisica e il lato umoristico del nostro lavoro. Ogni capitolo offre suggerimenti su azioni da intraprendere sia singolarmente che in gruppo e si chiude con un’intervista con un esperto della materia.

A me è piaciuto in particolare il capitolo sulla crescita professionale, ma consiglio caldamente di leggere tutto il libro. Colgo l’occasione per segnalare anche il podcast Troublesome Terps in cui Jonathan DownieAlexander Gansmeier e Alexander Drechsel discutono di temi attinenti all’interpretazione.

La prova di traduzione: favorevoli o contrari?

Il primo post di quest’anno riguarda una questione abbastanza controversa per i traduttori: la prova di traduzione. La prova di traduzione consiste in un breve testo che a volte le agenzie inviano ad un traduttore con cui non hanno ancora lavorato per testare le sue competenze in vista di un potenziale incarico o al fine di inserirlo nel proprio database di traduttori. Una volta ricevuto il testo, il traduttore svolge la traduzione (senza compenso) e la invia all’agenzia, che la valuta e comunica al traduttore la sua risposta.

Le ragioni del no

Come dicevo prima è una questione un po’ controversa perché alcuni traduttori sono contrari al concetto stesso di prova di traduzione. La loro posizione è questa: se quando abbiamo bisogno di una consulenza medica nessuno di noi si sognerebbe mai di chiedere ad un medico una “prova di visita medica gratuita”, perché invece la stessa richiesta è considerata legittima quando parliamo di un traduttore? Non si tratta in entrambi i casi di servizi professionali in cui il committente è tenuto a dare fiducia al professionista?

Inoltre, se ciascun potenziale cliente (agenzie e clienti privati) chiedesse ad un traduttore una prova di traduzione gratuita, il traduttore finirebbe per lavorare senza compenso per una parte significativa della sua giornata.

Infine, non è detto che chi valuta la prova di traduzione abbia le compentenze per giudicarla in maniera adeguata, e in ogni caso, la traduzione non è una scienza esatta e a volte il confine tra stile personale ed errore oggettivo non è molto netto.

Le ragioni del sì

Pur comprendendo in parte le ragioni dei detrattori della prova di traduzione, personalmente non sono infastidita se un’agenzia che ancora non mi conosce mi chiede di fare una piccola prova, soprattutto se l’agenzia in questione è italiana: in Italia purtroppo per lavorare come interprete o traduttore non occorre avere nessun requisito e non è raro imbattersi in persone che dall’oggi al domani si improvvisano traduttori senza avere la minima idea di cosa significhi tradurre. Considerata questa anarchia, una prova di traduzione ha il vantaggio di separare immediatamente un traduttore professionista da un dilettante, e secondo me questo è positivo sia per il committente che per il traduttore professionista.

Un altro motivo per cui non sono ostile alla prova di traduzione è che, oltre a permettere al committente di testare il traduttore, permette anche al traduttore di testare il potenziale committente. Anche noi traduttori possiamo scegliere con chi collaborare e se in fase di prova di traduzione ci rendiamo conto che quel determinato committente ha un modo di fare che non ci piace (modi bruschi, tempi di risposta lunghissimi, osservazioni sulla nostra traduzione irrilevanti) possiamo scegliere di non dare seguito alla collaborazione nascente.

Se sì, come?

Detto questo, pur essendo favorevole alla prova di traduzione, è fondamentale delimitarne i confini in maniera netta.

  1. Il testo della prova di traduzione deve essere breve (non oltre le 2 o 3 pagine): un testo di 15 pagine si chiama “lavoro gratis”, non prova di traduzione!
  2. Se il committente ritiene che la nostra prova di traduzione sia inadeguata è tenuto a spiegare in maniera dettagliata e puntuale le sue obiezioni in modo tale da darci la possibilità di motivare le nostre scelte.
  3. Se il committente ci chiede di svolgere una prova di traduzione, ci sta chiedendo una cortesia, quindi non è nella condizione di pretendere una consegna urgente.

E voi siete favorevoli o contrari alla prova di traduzione?

L’ansia da vacanze del freelance

Le vacanze volgono al termine, ma per cercare di prolungare l’atmosfera vacanziera il più possibile, il post di oggi riguarda una patologia del freelance che si manifesta tipicamente in questo periodo: l’ansia da vacanze, detta anche ansia da abbandono del cliente.

I sintomi

Generalmente le prime avvisaglie si avvertono circa una settimana prima della data di partenza programmata, quando il freelance inizia a ricevere incarichi che è costretto a rifiutare perché sa di non poterli terminare in tempo prima della partenza. In questa prima fase il malcapitato freelance solitamente riesce bene o male a tenere sotto controllo l’ansia da vacanze ripetendosi come mantra frasi come queste: “Quest’anno ho lavorato tanto e merito di staccare la spina per un po'” o “Sono certo che il cliente mi rimarrà fedele”, ecc.

Purtroppo però la terapia di autoconvincimento a un certo punto perde efficacia e il primo picco si registra solitamente il giorno prima della partenza, al momento dell’impostazione della risposta automatica in caso di assenza. In quel momento il freelance viene assalito dalle sue più grandi paure: “Ci ho messo tanto a fidelizzare i miei clienti e ora li perderò tutti!”, “Mi offriranno il progetto della vita e una volta rifiutato non tornerà mai più!”. Insomma, prende il sopravvento la nostra vena pessimista.

In questa fase, il colpo di grazia potrebbe essere inferto dall’offerta di un progetto interessantissimo/molto ben pagato/entrambi il giorno prima della partenza. Per i soggetti più vulnerabili la tentazione di ritardare la partenza potrebbe essere fortissima, ma cedere in quel momento equivarrebbe a imboccare la via del non ritorno, quella che porta al mare sotto l’ombrellone col PC portatile sulle gambe. Se non vogliamo ritrovarci in quelle condizioni, è bene giocare d’anticipo.

La prevenzione

Innanzitutto per prevenire l’ansia da vacanze, il freelance dovrebbe tenere sempre a mente dei concetti base.

  • Se ho seminato bene, i miei clienti non saranno motivati ad abbandonarmi per il primo che passa.
  • Il riposo è fondamentale per ricaricare le batterie e fornire un servizio sempre migliore ai miei clienti.
  • E poi non bisogna mai dimenticare la cosa più importante: il lavoro è lavoro, per quanto stimolante ed entusiasmante sia per me, e oltre a quello ho una vita da vivere.

Al di là di questi concetti teorici, ci sono anche delle strategie pratiche che il freelance può mettere in campo per prevenire l’ansia da partenza.

  • E’ fondamentale, nonché molto apprezzato, comunicare l’assenza in anticipo ai clienti più affezionati, in modo tale che possano organizzarsi di conseguenza.
  • Se arriva un progetto appena prima della partenza (in particolare se si tratta di un cliente diretto), piuttosto che limitarsi a rispondere “Non sono disponibile”, è buona norma dare il contatto di un collega. Molti freelance preferiscono non dare ai clienti il contatto diretto di un collega perché temono che il collega possa rubare il cliente, ma io invece credo che ci siano molte più probabilità che il cliente torni da noi se ci prendiamo la briga di soddisfare un suo bisogno (anche se tramite un altro collega), piuttosto che abbandonarlo al suo destino. Senza contare che quando si passa del lavoro ad un collega solitamente il collega ha piacere a ricambiare il favore.
  • Quando invece siamo irreperibili, per evitare che il cliente riceva una risposta automatica che, sì, gli comunica la nostra assenza, ma comunque non risolve il suo bisogno, un’ottima strategia potrebbe anche essere inserire nella risposta automatica in caso di assenza il contatto di un collega (vedere punto precedente). Grazie a questa strategia si può  rispondere immediatamente alla richiesta del cliente anche quando non si è reperibili, ma purtroppo non l’ho ancora testata di persona perché non ho ancora trovato una persona di fiducia e con la mia stessa combinazione linguistica, ma spero di trovarla presto.

E voi avete mai sperimentato l’ansia da vacanze del freelance? Avete altri consigli per superarla?

 

Vita da freelance: come gestire i momenti di magra

Diciamocelo: per alcuni versi lavorare come freelance è fantastico. Non ci sono superiori antipatici da sopportare, non bisogna fare la lotta coi colleghi per prendere le ferie, compatibilmente con le scadenze si ha la libertà di organizzare il proprio lavoro e, se non si ha nulla da fare, ci si può tranquillamente concedere il lusso di andare a fare un bagno in piscina anche alle 3 del pomeriggio. Ovviamente non è tutto oro quel che luccica perché c’è uno scotto da pagare per questa libertà: un freelance non ha uno stipendio fisso, non ha le ferie e il congedo di malattia pagati e soprattutto non ha un flusso di lavoro prevedibile e tanto meno costante.

Nella mia esperienza, quest’ultima peculiarità è la più difficile da gestire. Soprattutto nei primi anni, un freelance passa da momenti di estasi, in corrispondenza di incarichi consistenti e soddisfacenti, a momenti di magra, in cui sembra che nessuno abbia più bisogno di noi e in cui, nelle fasi più acute, finiamo per rimpiangere il nostro caro vecchio lavoro da dipendente. E’ proprio in questi momenti che è fondamentale mantenere alto lo spirito e ricordarsi che i momenti di magra capitano a tutti e che non c’è motivo di disperarsi.

Al contrario, bisogna ricordare che i momenti morti possono essere preziosi perché ci offrono l’opportunità di dedicarci ad attività non sono piacevoli, ma anche utili, che però normalmente non abbiamo il tempo di fare. Sono proprio questi i momenti in cui possiamo gettare i semi che in futuro ci permetteranno di crescere professionalmente. Parlo di tutte quelle attività che arricchiscono il nostro bagaglio professionale di nuove competenze o che semplicemente ci rendono persone e, di conseguenza, anche professionisti migliori.

Ecco qualche esempio valido per il campo che conosco meglio, la traduzione:

AttivitàPotenziali benefici professionali
Ricerca di nuovi clientiAumento del flusso di lavoro
Aggiornamento sito / CV / profili sui social network professionaliUna maggiore visibilità aumenta le possibilità di trovare nuovi clienti
Fare rete e confrontarsi coi colleghi (online o di persona)Miglioramento delle competenze professionali e aumento del flusso di lavoro
Aggiornamento professionale (lettura articoli / ascolto contenuti nelle nostre lingue di lavoro)Miglioramento delle competenze professionali
Approfondimento di un campo totalmente diverso dal nostro (potremmo fare un corso di medicina / pittura / cinema… qualsiasi cosa solletichi il nostro interesse)Preparazione a un eventuale incarico su quel tema
SportMantenimento di un buono stato di salute psicofisico
Relax e ricarica delle batterie in vista della prossima ondata di lavoroMantenimento di un buono stato salute mentale

E voi, freelance e non, avete altri suggerimenti per tenere lontano lo sconforto e mettere a frutto i momenti di magra?

 

Come riconoscere il “cliente perfetto”

Il 2015 finisce domani e, per chiudere in bellezza, oggi vorrei fare un tributo al “cliente perfetto”, a mo’ di rito propiziatorio per augurare a tutti i colleghi interpreti/traduttori e a me stessa di averne molti nel 2016. Il “cliente perfetto” è quella tipologia di committente in grado di risollevare le sorti della nostra giornata, anche quando abbiamo appena avuto i conteggi delle tasse dal commercialista o quando abbiamo passato la notte in bianco per consegnare una traduzione. Non è facile trovare il “cliente perfetto”, ma quando lo si trova, è bene coccolarlo e non lasciarlo scappare.

Ma come si riconosce questa specie in via di estinzione? Ecco i tratti che lo contraddistinguono in modo inequivocabile.

  1. Ti tratta come un professionista, ossia si affida a te perché sa che tu hai le competenze necessarie a fornire il servizio richiesto
  2. Risponde prontamente 
  3. Risponde educatamente
  4. Coopera, rispondendo alle tue domande o richieste di chiarimento (ad esempio rendendosi disponibile ad un briefing prima di un convegno)
  5. Fornisce le informazioni richieste (nel caso di convegni il programma dei lavori, eventuali presentazioni o relazioni di incontri precedenti)
  6. Ti assicura adeguate condizioni di lavoro (microfono, cuffie e cabina di qualità per interpretazioni e scadenze umane per le traduzioni)
  7. Ti paga il giusto (non cerca spasmodicamente di risparmiare fino all’ultimo centesimo possibile e riconosce il valore del tuo lavoro)
  8. Ti fornisce la terminologia tecnica quando ce l’ha
  9. Ti fornisce un riscontro: positivo, se ha apprezzato il tuo lavoro, o negativo (ma in questo caso motivato) per darti la possibilità di dare chiarimenti e/o migliorare
  10. E ovviamente, paga nei termini concordati

Auguro a tutti un 2016 pieno di “clienti perfetti” e di soddisfazioni personali e professionali!

 

Fare rete tra freelance

Anche se nell’immaginario collettivo il freelance è spesso ancora visto come un lupo solitario (vedi foto), ormai i tempi sono cambiati: chi si isola, rimane fuori dai giochi. Qualunque sia il tipo di lavoro che un freelance fa, avrà sempre bisogno di “fare rete”: collaborare, o per lo meno interagire, con altri professionisti del suo campo e/o con altre figure professionali. Se non siete convinti, ecco le prime 5 ragioni che mi vengono in mente per cui vale la pena farlo:

  1. Solidarietà (soprattutto nel momento in cui bisogna fare la dichiarazione dei redditi!)
  2. Contatti, che spesso si trasformano in incarichi futuri
  3. Informazioni (scambio di migliori prassi e confronto in caso di dubbi)
  4. Potere contrattuale 
  5. Arricchimento culturale reciproco

… a cui aggiungerei anche sorrisi, svagodivertimento, che non fa mai male.

Per relazionarsi coi colleghi, una delle possibilità è iscriversi ad un’associazione di categoria. Io ad esempio sono iscritta ad AITI (Associazione Italiana Interpreti e Traduttori). Invece, al di là di piccole collaborazioni occasionali limitate ad un obiettivo specifico, stabilire relazioni più o meno stabili con professionisti di altri settori è un po’ più difficile. Almeno questo è quello che ho sempre pensato, prima di frequentare il seminario “Fare impresa costruendo retiche si è svolto lo scorso 9 giugno nello spazio coworking del Talent Garden di Pordenone nell’ambito del progetto regionale Imprenderò 4.0.

Durante la giornata, il tema del “far rete” è stato declinato in vari modi, ma in quanto freelance, ho particolarmente apprezzato l’ultimo intervento, tenuto da Gianluca Fiscato e Cristiano Nordio, due dei fondatori di FrogMarketing, una rete di 20 professionisti dislocati in 4 regioni che forniscono servizi di marketing. Gianluca e Cristiano ci hanno raccontato di quanto abbiano tratto beneficio, sia dal punto si vista umano che professionale, dalla condivisione e dal superamento della “logica dell’orticello”. Ecco il loro freelance manifesto:

Vinitaly 2015: perché sì e perché no

Ieri si è concluso il più importante evento dell’anno nel panorama vitivinicolo italiano: la 49° edizione del Vinitaly. Ovviamente non potevo mancare all’appuntamento, che mi ha sorpreso positivamente per alcuni aspetti e negativamente per altri.

5 cose per cui è valsa la pena andare al Vinitaly

  1. La quantità e la varietà dei vini. La maggiore attrattiva del Vinitaly la concentrazione per 4 giorni in un unico luogo di oltre 4.000 espositori (dati del 2014), che vanno dai big del vino, alla minuscola cantina a conduzione familiare, passando per tutte le regioni italiane (tranne 1: la Calabria che fine ha fatto?): si può degustare un ottimo Franciacorta e dopo poco più di 4 passi passare ad un Primitivo di Gioia del Colle.
  2. Guardare in faccia chi fa il vino che bevi. Lo ammetto, forse questa è un’idea un po’ romantica del vino, ma collegare l’etichetta, il profumo ed il sapore di un vino ad una faccia è cento volte meglio che bere un bicchiere dello stesso vino in un’osteria.
  3. I convegni. Da programma erano tutti molto interessanti. Peccato che sia riuscita a seguirne solo uno, “30 lessons in wine communication for Italian brands(qui è possibile scaricare le slide e qui leggere un riassunto, in entrambi i casi in inglese): un incontro estremamente utile e dal taglio molto pratico rivolto alle aziende vitivinicole italiane che vogliono esportare negli Stati Uniti. Non posso però fare a meno di sottolineare l’inappropriatezza della scelta degli organizzatori di non fornire il servizio di interpretazione dall’inglese all’italiano: in un’ora hanno parlato 5 oratori, che a causa del poco tempo a disposizone, logicamente parlavano molto velocemente, con ovvi problemi di comprensione per il pubblico (come ho constatato sentendo i loro commenti).
  4. Le degustazioni. Alcuni vini per essere capiti devono essere corredati da qualche spiegazione e ogni giorno al Vinitaly sono state organizzate le degustazioni più svariate che oltretutto, cosa che non guasta, sono gratuite (basta registrarsi).
  5. Il marketing. Al Vinitaly si presenta all’appello praticamente tutto il popolo del vino (prevalentemente italiano, ma non solo), quindi è un’ottima opportunità per presentarsi e, si spera, intessere relazioni che potrebbero rivelarsi proficue.

5 cose per cui sarebbe stato meglio evitare il Vinitaly

  1. Le code. Prima di andare al Vinitaly bisogna armarsi di santa pazienza perché le code sono sempre una costante: in autostrada, sulla strada dal casello autostradale alla fiera; e poi una volta in fiera: al bar, al bagno, negli stand dei big, ecc.
  2. La confusione. Come ogni fiera che si rispetti, al Vinitaly regna il caos ed un brusio incessante che a fine giornata ti lascia con un fastidioso mal di testa (ovviamente amplificato dal vino), quindi chi ama degustare il vino in un ambiente calmo, silenzioso e senza distrazioni deve fare un bel corso di training autogeno prima di andare a Verona.
  3.  I bicchieri di plastica. (Purtroppo li ho visti davvero). A una certa ora i calici sono tutti sporchi e alcune cantine non se la sentono di rifiutare un bicchiere di vino all’ignaro visitatore e che fanno? Servono quello che dovrebbe essere il frutto di mesi o a volte anni del loro lavoro in bicchieri di plastica che potrebbero far assomigliare un Barolo a una coca cola…
  4. I prezzi. Ogni anno purtroppo il biglietto d’ingresso sembra lievitare. Dai 50€ (per un biglietto giornaliero) dell’anno scorso, quest’anno siamo arrivati a 60€. Sono proprio curiosa di vedere cosa succederà il prossimo anno.
  5. Gli ubriachi. Non è tanto per lo spettacolo impietoso di soggetti rubicondi che camminano a zigzag. Più che altro mi piange il cuore a vedere trangugiare come se fosse coca cola (sì, forse sono un tantino fissata) bicchieri che meriterebbero molta più attenzione.

Foto tratta dal sito di Vinitaly

 

 

Conferenze sulle lingue e sulla traduzione

In Friuli Venezia Giulia la scorsa settimana è stata particolarmente ricca di eventi per gli amanti della traduzione e delle lingue in generale. Ho partecipato a 3 bellissimi incontri che adesso riassumo brevemente.

Domenica 11 maggio, si è svolto “Dopo Babele. L’Europa e le lingue”, un incontro parte della rassegna Vicino Lontano, uno degli appuntamenti più importanti di Udine, durante il quale si è discusso dello status delle lingue minoritarie, in particolare il sardo ed il friulano, della (mancanza di?) tutela giuridica di cui godono, e di conseguenza, della conservazione della cultura che rappresentano.

Una delle domande che hanno appassionato di più il pubblico durante l’incontro è stata “può la cultura friulana sopravvivere senza la lingua friulana?”. Inutile dire che il dibattito che si è aperto è stato molto animato. Io, da pugliese trapiantata in Friuli, l’ho seguito con attenzione imparando molte cose sul mio popolo adottivo 🙂

ll secondo incontro, dal titolo “Udine, l’Europa e le lingue” si è svolto lunedì 12 maggio al Comune di Udine e ha visto la partecipazione del sindaco del capoluogo friulano Furio Honsell, della Presidente del centro cittadino di educazione per adulti Università delle LiberEtà Pina Raso e della professoressa Silvana Facchin Schiavi. L’incontro, preceduto da una caccia al tesoro delle lingue, voleva essere un omaggio all’Europa, per festeggiare la ricorrenza del 9 maggio, e si è trasformato in una piacevole e informale conversazione sulla diversità linguistica e culturale.

Il terzo incontro è stata la presentazione del libro “Il vademecum del traduttore. Idee e strumenti per una nuova figura di traduttore” di Andrea di Gregorio, svoltosi sabato 17 maggio alla Scuola per Interpreti e Traduttori di Trieste. L’incontro, organizzato da AITI FVG, oltre ad un’occasione per incontrare le colleghe di AITI che ancora non avevo avuto l’occasione (mea culpa) di incontrare da quando sono entrata nell’associazione, è stato una miniera di spunti pratici su vari aspetti della professione del traduttore in particolare, ma anche di quella dell’interprete.

http://www.amazon.it

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Il libro si concentra in particolare su tre aspetti della professione: il rapporto tra il traduttore ed il committente, la revisione del testo di arrivo e la redazione del testo di arrivo. Durante la presentazione (che a dire il vero sarebbe più corretto chiamare conversazione, visto l’interazione che c’è stata tra Andrea Di Gregorio ed i partecipanti), si è discusso di molti punti “caldi”: l’autorialità del traduttore, la necessità di “educare” il committente per riuscire a creare un “prodotto su misura” di qualità, la fatidica prova di traduzione, l’iper-revisione (o come dice l’autore “il delirio correttivo” 🙂 ) e molto altro.

Non ho ancora letto il libro, ma mi propongo di farlo al più presto. Per chi volesse reperirlo, ecco un link utile.