Gli interpreti non sono riconosciuti, ma ridiamoci su

Nella classifica dei lavori più prestigiosi gli interpreti e i traduttori non occupano sicuramente i primi posti. Soprattutto in Italia ancora molta acqua dovrà passare sotto i ponti per arrivare ad un riconoscimento e ad una tutela della professione. E quando parlo di riconoscimento, ho in mente vari parametri: quello legale, quello fiscale e quello sociale. Nonostante la tragicità della situazione (soprattutto a livello di tassazione) credo non ci siano atteggiamenti più inutili di piangersi addosso, quindi cerchiamo di riderci su.

Oggi vorrei condividere alcune esperienze tragicomiche che mi sono capitate personalmente che dimostrano la scarsa consapevolezza che in generale regna sovrana nei confronti di questa professione.

Il primo episodio riguarda una riunione di un gruppo di lavoro a cui ho partecipato qualche anno fa in Germania. I partecipanti ai lavori, circa una ventina, provenivano da vari paesi europei e per permettere la comunicazione tra di loro era stato previsto un servizio di interpretazione simultanea. Durante questo incontro, come spesso succede, uno dei responsabili ha dimenticato di spegnere il cellulare (o quantomeno togliere la suoneria), dunque nel bel mezzo di lavori si è sentito uno squillo. A quel punto, per non disturbare i partecipanti e far proseguire la discussione in corso, il responsabile ha risposto al telefono e si è immediatamente alzato per lasciare la stanza. Peccato che però abbia deciso di andare a rifugiarsi proprio nella cabina di interpretazione, dove la povera collega ha continuato la sua simultanea senza scomporsi.

Il secondo episodio che vi vorrei raccontare si è svolto in un contesto molto più formale del precedente. Immaginate un teatro gremito di spettatori durante la cerimonia di premiazione di un importante premio internazionale. Essendo lo scrittore premiato straniero, durante il discorso di accettazione si stava esprimendo in inglese ed un interprete stava traducendo il suo discorso in italiano in consecutiva. Proprio in quel momento, mentre l’oratore con in mano il premio (una targa incisa) parlava e l’interprete era intento a prendere appunti, è arrivata un’hostess che ha pensato bene di andare dall’interprete e, come si è capito poco dopo, chiedergli di riferire allo scrittore di sollevare la targa e mostrarla alle telecamere. A causa dell’interruzione l’interprete ha perso parte del discorso dello scrittore, ma ha continuato il suo lavoro come se niente fosse.

Il terzo episodio mi è capitato personalmente durante un servizio di interpretazione simultanea nella cabina di francese. Mi trovavo ad un dibattito con principalmente partecipanti di lingua italiana e qualche oratore francofono. Durante la prima parte del dibattito avevano preso la parola solamente partecipanti di lingua italiana, dunque di fatto nessuno si era preoccupato di prendere le cuffie tranne i pochi partecipanti francofoni che seguivano i lavori attraverso la nostra traduzione italiano-francese. All’improvviso ha preso la parola un oratore francese. A quel punto i partecipanti italiani si sono resi conto di non avere le cuffie e hanno cominciato a guardarsi intorno. E a quel punto la svolta: una partecipante italiana che parlava francese ha preso la parola dicendo che non era necessario prendere le cuffie perché avrebbe tradotto lei il contenuto dell’intervento, magari riassumendolo un po’. Noi dunque siamo rimaste in cabina a tradurre per l’aere, sentendoci come dei pesci in un acquario, mentre l’aspirante collega si dilettava a tradurre in sala. Dopo qualche minuto di simil-interpretazione consecutiva, i partecipanti hanno iniziato a piccoli gruppi e con molta discrezione ad avviarsi in direzione delle cuffie e l’incontro è proseguito normalmente.

Avete assistito anche voi a scene simili? Se sì, come ha reagito l’interprete?

“Tredici passi verso il lavoro del traduttore” di Luca Lovisolo

Qualche tempo fa ho scoperto l’interessante blog Kommunika curato dal traduttore italiano Luca Lovisolo, attivo nella Svizzera italiana. Si tratta di un blog molto interessante, che viene regolarmente arricchito di contributi sottoforma di articoli e video relativi a vari aspetti del lavoro del traduttore: dal marketing, alle tariffe, alla qualità.

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Foto: www.archomai.ch/

Incuriosita dal blog, ho deciso di legger il libro firmato dallo stesso autore “Tredici passi verso il lavoro del traduttore. Diventare traduttore freelance in Italia e nella Svizzera italiana“. Si tratta di un manuale dal taglio estremamente pratico che, come suggerisce il titolo, si concentra su come muovere i primi passi nel mondo della traduzione: dall’acquisizione delle competenze linguistiche, ai rapporti coi clienti.

A mio avviso è un libro che dovrebbe essere letto da tutti coloro i quali hanno intenzione di affacciarsi sul mondo della traduzione, poiché offre informazioni utili su quelle che, secondo l’autore, sono le competenze realmente spendibili sul mercato, informazioni che sarebbe bene acquisire preventivamente per evitare di investire tempo e denaro in titoli di studio o percorsi professionali che poi difficilmente daranno accesso allo sbocco desiderato.

Personalmente ho trovato molto interessante la sezione dedicata al marketing, che distingue in maniera netta l’approccio che il traduttore dovrebbe adottare con le agenzie da quello da impiegare con i clienti diretti. Entrambi i capitoli sono ricchi di consigli pratici: dall’impostazione del curriculum vitae per le agenzie ai vari metodi per entrare in contatto con i clienti diretti.

Inoltre, ho trovato interessante la sezione dedicata alla responsabilità civile del traduttore, generosa di consigli per evitare di mettersi nei guai 🙂

“In a world”: una sfida di traduzione

Sono appena tornata da un viaggio di 2 settimane negli Stati Uniti carica carica di energia ed idee per i prossimi post. Il primo riguarda In a world, un film di Lake Bell che ho visto al cinema, uscito negli Stati Uniti questa estate e in Italia (forse) chissà quando.

La protagonista del film è una doppiatrice e formatrice specializzata negli accenti dell’inglese che presta la sua voce per realizzare pubblicità e trailer di film e che, per una serie di eventi, si trova a dover concorrere per ottenere un incarico molto prestigioso con due voci leggendarie nel mondo del doppiaggio, una delle quali appartenente a suo padre.

Il film è davvero esilarante, ma quello che più ha suscitato il mio interesse è stato pensare a come potrebbe essere tradotto il film in italiano, visto che in molte scene del film l’umorismo è legato all’utilizzo degli accenti in inglese.

Il problema è facilmente superabile quando in inglese viene usato un accento straniero: ad esempio c’è una scena in cui la protagonista parla inglese con un forte accento russo. In quel caso molto probabilmente il doppiatore italiano userà un accento riconoscibilmente russo in italiano. Il problema sorge nel momento in cui nella versione originale vengono utilizzati accenti e varietà native dell’inglese (irlandese, inglese o di determinate zone degli Stati Uniti). Come possono essere tradotte queste varietà in italiano?

Quella della trasposizione di accenti nativi in altre lingue è una questione che si è posta per molti film in passato e che è stato affrontata in vari modi. Prendiamo due esempi celebri: Bienvenue chez les Ch’tis e i Simpson.

Nel caso del primo film, nella versione italiana Giù al nord è stato scelto di inventare ad hoc una variante della lingua italiana che, pur essendo del tutto artificiale, ha permesso di conservare l’effetto comico.

Nel caso dei Simpson, invece, i personaggi che nella versione originale sono denotati da un accento particolare della lingua inglese, acquisiscono nella versione italiana un accento italiano davvero esistente. Questo è ad esempio il caso del commissario Clancy Wiggum (in italiano il commissario Winchester) la cui voce in inglese è ispirata a quella dell’attore Edward G. Robinson, mentre in italiano è marcata da uno spiccato accento napoletano.

Sarà molto interessante vedere quale scelta sarà adottata per l’eventuale versione italiana di In a world e se sarà possibile raggiungere un compromesso nell’eterno conflitto tra fedeltà e comicità.

“Thoughts on translation” di Corinne McKay

Foto: www.amazon.com

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Ho da poco finito di leggere  “Thoughts on translation” della traduttrice americana Corinne McKay, nonché autrice dell’omonimo e popolare blog.

Il libro è un manuale pensato per tutti i traduttori, dai principianti ai più navigati, ed ha a mio parere il grande merito di avere un taglio molto pratico, nei contenuti, nello stile e nel formato: è costituito infatti da una serie di brevi paragrafi (massimo due pagine) che non sono altro che post pubblicati dall’autrice sul suo blog tra il 2008 e il 2012, ordinati per argomento e riuniti in 9 capitoli indipendenti tra loro: ognuno può cominciare dal capitolo che reputa più interessante.

I temi affrontati spaziano dai primi passi nel mondo della traduzione alle questioni economiche, passando per il marketing, i rapporti con i clienti e le tecnologie impiegate nella traduzione. Essendo l’autrice americana, il mercato preso in considerazione è essenzialmente quello americano, ma è possibile adattare le informazioni contenute nel testo alla propria realtà locale. 

Anche se l’autrice analizza principalmente tematiche relative al lavoro dei traduttori, gli spunti interessanti anche per gli interpreti non mancano. Personalmente ho trovato particolarmente interessanti i capitoli sulle relazioni coi clienti e sul marketing, ricchi di consigli utili per comunicare la propria professionalità nel modo più appropriato e per evitare o, imparare a gestore situazioni spiacevoli.

Ennesimo attacco al principio del multilinguismo nell’UE

Torna alla ribalta, puntuale come un orologio svizzero, la polemica sui costi dei servizi di traduzione ed interpretazione presso le istituzioni europee. Come rivela un articolo pubblicato da The Guardian (qui nella versione italiana tradotta da Presseurop), per l’ennesima volta, non sapendo dove tagliare, qualcuno ha avanzato la proposta di rendere l’inglese l’unica lingua ufficiale, invece delle attuali 23 e dall’1 luglio 24, con l’adesione della Croazia.

Ho già espresso in passato la mia opinione nei confronti di questo tipo di proposte. Ora vorrei solo limitarmi a dire che se un giorno questa riforma andasse in porto, ammesso e non concesso che la comunicazione fra i nostri rappresentanti alle istituzioni UE fosse ancora possibile, sarebbe estremamente antidemocratica, in quanto i cittadini comunitari che non parlano l’inglese non potrebbero controllare l’operato dei rappresentanti da loro eletti.

Il motto “Uniti nella diversità” non è stato scelto a caso e se il principio del multilinguismo venisse sacrificato sull’altare della crisi economica,  crollerebbe uno dei pilastri del concetto stesso di Unione Europea.

La traduzione letteraria su France Culture

Come credo la maggior parte degli interpreti e traduttori, o più in generale, come tutti gli appassionati di lingue straniere, amo ascoltare la radio nelle lingue che conosco. Oltre che tenere sempre in esercizio le lingue che si studiano o si conoscono, ascoltare la radio permette di imparare moltissime cose in ogni campo e, altro vantaggio non indifferente, permette di farlo nei cosiddetti “momenti morti”, nel mio caso tipicamente mentre vado a lavorare o quando viaggio.

Per me il modo più pratico per ascoltare la radio è attraverso l’abbonamento gratuito ai podcast, così da ricevere automaticamete i nuovi episodi delle trasmissioni alle quali sono abbonata non appena vengono messi in rete.

Tra i vari podcast ai quali sono abbonata, uno dei miei preferiti tra quelli in francese è “Tout Un Monde”. I temi di questo interessantissimo programma settimanale di France Culture sono sintetizzati egregiamente nel sottotitolo della trasmissione “Le magazine des culture et des identités en mouvement”.

Vorrei segnalare in particolare la trasmissione del 29 gennaio, intitolata “Traduire, l’atelier des langues partagées”, dedicata alla traduzione letteraria. Durante il programma intervengono varie personalità attive nell’ambito della traduzione letteraria, in particolare, oltre a traduttori, anche docenti ed editori, che affrontano temi cruciali quali lo status dei traduttori letterari, i vari tipi di formazione e la questione della qualità.

Ecco il link al programma

L’eterno circolo vizioso: niente lavoro senza esperienza e niente esperienza senza lavoro

Come i giornali ci ricordano ogni giorno, questi sono tempi molto duri per i giovani. La disoccupazione giovanile è arrivata alle stelle, anche tra i più qualificati. Se vogliono lavorare, i giovani laureati si ritrovano a dover scegliere fra due alternative: trasferirsi verso Paesi più ricchi o smettere di essere choosy, come dice il nostro Ministro del Lavoro, e cercarsi un lavoro per il quale le qualifiche possedute sono solo carta straccia.

Chi vuole rimanere in Italia e intraprendere la professione per la quale ha studiato ha davanti a sè una strada tutta in salita, poiché i pochi posti di lavoro rimasti vengono preclusi ai giovani, ritenuti carenti di esperienza sufficiente.

Questo fenomeno esiste in tutti i settori, ma a mio avviso nel campo dell’interpretazione e della traduzione, assume dimensioni ancora maggiori. Innanzitutto va detto che il nostro settore è abbastanza piccolo, la domanda è inferiore all’offerta ed entrare nel mercato è già di per sè abbastanza difficile. A questo va poi aggiunto il fatto che purtroppo è in corso un’asta selvaggia che privilegia la quantità, ossia il minor prezzo, piuttosto che la qualità del servizio.

Tuttavia, uno dei maggiori ostacoli per i giovani interpreti e traduttori è costituito a mio avviso dal mancato funzionamento del passaggio generazionale. In molte professioni la norma vuole che chi ha più esperienza trasmetta le sue conoscenze ai colleghi più giovani. Nel campo dell’interpretazione invece, avviene molto spesso che chi è esperto voglia lavorare solo con chi è tanto esperto quanto lui e si rifiuti di trasmettere le proprie conoscenze ai più acerbi.

A riprova di questo atteggiamento, qualche giorno fa mi è capitato di consultare il sito di un’interprete che offriva i suoi servizi specificando che è disponibile a lavorare in équipe solamente con colleghi con almento 15 anni di esperienza.

Le obiezioni che si possono sollevare sarebbero infinite, ma mi limiterò solo alle più clamorose. Innanzitutto, ritengo che questa diffidenza a priori nei confronti dei giovani sia abbastanza scoraggiante, perché ci sono molti giovani di talento in ogni campo. In secondo luogo, mi verrebbe spontaneo chiedere a questa decana dell’interpretazione come abbia mosso i suoi primi passi nel campo. Se qualcuno non le avesse dato fiducia, certamente non avrebbe potuto diventare la professionista che è. In terzo luogo, penso che i giovani interpreti, se da una parte peccano di esperienza, dall’altra possono offrire una buona preparazione. Ad esempio, un giovane interprete si prepara ad una conferenza studiando molto bene l’argomento per evitare di trovarsi impreparato e si presenta con pagine e pagine di glossari ben fatti, mentre i professionisti già collaudati a volte fanno più affidamento all’esperienza che alla studio. Inoltre spesso i giovani interpreti hanno più familiarità con alcuni strumenti tecnologici.

La questione è di difficile risoluzione, ma tempo fa alla Sslmit di Forlì, un professore di interpretazione, nonché stimato interprete con molti anni di esperienza alla spalle, ha avanzato una proposta secondo me molto valida: affiancare in cabina un “esperto” ed un “giovane” dando al primo un compenso più elevato rispetto al secondo. In questo modo i professionisti con più esperienza hanno un incentivo in più a lavorare con i giovani, ed i giovani riescono a muovere più facilmente i primi passi nel mercato dell’interpretazione.