Interpretazione e unità di misura

Stilare un preventivo per un servizio di traduzione o interpretazione non è una scienza esatta. Senza toccare la questione spinosa delle tariffe, che meriterebbe un capitolo a parte, bisogna innanzitutto imparare a districarsi nel dedalo delle unità di misura.

In questo post tratterò delle unità di misura impiegate nei servizi di interpretazione mentre nel prossimo post analizzerò quelle usate nella traduzione.

Quando si parla di interpretazione, normalmente si parla di giornate di lavoro (costituite da 7 ore di lavoro). Dovrebbe andare da sé, ma per sicurezza è meglio dirlo comunque, che quando l’incarico riguarda l’interpretazione simultanea, 7 è il numero delle ore globali cui il team di interpreti lavora avvicendandosi al microfono (un interprete non può lavorare  in simultanea 7 ore da solo!).

Alcune agenzie, tuttavia, richiedono preventivi per mezze giornate o addirittura tariffe orarie. Ad onor del vero, questa pratica è quantomeno discutibile, poiché quando si fornisce un servizio di interpretazione, il lavoro che si rende non è quantificabile solamente con la durata del servizio di interpretazione in quanto tale: si dovrebbe anche tenere in considerazione il tempo impiegato per lo studio dell’argomento trattato, che indipendentemente dalla durata dell’evento, non cambia.

Tale tempo di preparazione ha una durata variabile a seconda della tematica e dell’esperienza del professionista. A titolo esemplificativo, per preparare un convegno medico, un interprete senza esperienza significativa in quel determinato settore potrebbe aver bisogno di molti giorni, se non addirittura di qualche settimana.

Negli ultimi anni, con il diffondersi dei servizi di interpretazione telefonica si è anche iniziato a parlare di tariffa di interpretazione al minuto.

Per completare la rassegna, infine, non può mancare la vacazione, l’unità di misura dei servizi di interpretazione e traduzione resi al tribunale. Una vacazione è pari a due ore di lavoro (che sia interpretazione o traduzione): ad esempio, un incarico durato 6 ore equivale a tre vacazioni.

E’ colpa della traduzione?

Sembrerebbe che uno dei vantaggi di lavorare con traduttori e interpreti è che nel caso in cui qualcosa vada male, si può sempre dire (a volte a ragione, ma altre a torto) che c’è stato un malinteso dovuto a una traduzione sbagliata. L’ultimo episodio che mette in scena questa commedia ormai arcinota risale a ieri.

Il giornalista di Libération ed autore del blog Les coulisses de Bruxelles Jean Quatremer ha realizzato un’intervista con il Ministro delle Finanze greco Yannis Stournaras, che ha parlato della necessità di contrastare l’elusione fiscale evocando, tra le altre cose, l’ipotesi di parificare l’aliquota IVA delle isole a quella della penisola (l’IVA delle isole è inferiore).

Les coulisses de Bxl_trad

Trattandosi di un argomento tabù in Grecia, l’intervista ha sollevato un vespaio di polemiche e, successivamente, una secca smentita da parte del Primo Ministro greco Antonis Samaras, secondo cui le dichiarazioni del Ministro sono state male interpretate a causa del passaggio dalla lingua greca alla lingua francese.

A sua difesa Jean Quatremer dichiara che per precauzione aveva inviato la trascrizione dell’intervista alla segreteria del Ministro prima di pubblicarla, non ricevendo in cambio nessuna richiesta di correzione. L’interpretazione della vicenda offerta dal giornalista è che non c’è stato nessun problema di traduzione: il Ministro avrebbe colto la palla al balzo per tentare di aprire un dibattito su un tema spinoso e, una volta resosi conto della reazione ferocemente avversa della popolazione, abbia tentato di rimangiarsi quello che ha detto usando la traduzione come capro espiatorio.

 

Gli interpreti non sono riconosciuti, ma ridiamoci su

Nella classifica dei lavori più prestigiosi gli interpreti e i traduttori non occupano sicuramente i primi posti. Soprattutto in Italia ancora molta acqua dovrà passare sotto i ponti per arrivare ad un riconoscimento e ad una tutela della professione. E quando parlo di riconoscimento, ho in mente vari parametri: quello legale, quello fiscale e quello sociale. Nonostante la tragicità della situazione (soprattutto a livello di tassazione) credo non ci siano atteggiamenti più inutili di piangersi addosso, quindi cerchiamo di riderci su.

Oggi vorrei condividere alcune esperienze tragicomiche che mi sono capitate personalmente che dimostrano la scarsa consapevolezza che in generale regna sovrana nei confronti di questa professione.

Il primo episodio riguarda una riunione di un gruppo di lavoro a cui ho partecipato qualche anno fa in Germania. I partecipanti ai lavori, circa una ventina, provenivano da vari paesi europei e per permettere la comunicazione tra di loro era stato previsto un servizio di interpretazione simultanea. Durante questo incontro, come spesso succede, uno dei responsabili ha dimenticato di spegnere il cellulare (o quantomeno togliere la suoneria), dunque nel bel mezzo di lavori si è sentito uno squillo. A quel punto, per non disturbare i partecipanti e far proseguire la discussione in corso, il responsabile ha risposto al telefono e si è immediatamente alzato per lasciare la stanza. Peccato che però abbia deciso di andare a rifugiarsi proprio nella cabina di interpretazione, dove la povera collega ha continuato la sua simultanea senza scomporsi.

Il secondo episodio che vi vorrei raccontare si è svolto in un contesto molto più formale del precedente. Immaginate un teatro gremito di spettatori durante la cerimonia di premiazione di un importante premio internazionale. Essendo lo scrittore premiato straniero, durante il discorso di accettazione si stava esprimendo in inglese ed un interprete stava traducendo il suo discorso in italiano in consecutiva. Proprio in quel momento, mentre l’oratore con in mano il premio (una targa incisa) parlava e l’interprete era intento a prendere appunti, è arrivata un’hostess che ha pensato bene di andare dall’interprete e, come si è capito poco dopo, chiedergli di riferire allo scrittore di sollevare la targa e mostrarla alle telecamere. A causa dell’interruzione l’interprete ha perso parte del discorso dello scrittore, ma ha continuato il suo lavoro come se niente fosse.

Il terzo episodio mi è capitato personalmente durante un servizio di interpretazione simultanea nella cabina di francese. Mi trovavo ad un dibattito con principalmente partecipanti di lingua italiana e qualche oratore francofono. Durante la prima parte del dibattito avevano preso la parola solamente partecipanti di lingua italiana, dunque di fatto nessuno si era preoccupato di prendere le cuffie tranne i pochi partecipanti francofoni che seguivano i lavori attraverso la nostra traduzione italiano-francese. All’improvviso ha preso la parola un oratore francese. A quel punto i partecipanti italiani si sono resi conto di non avere le cuffie e hanno cominciato a guardarsi intorno. E a quel punto la svolta: una partecipante italiana che parlava francese ha preso la parola dicendo che non era necessario prendere le cuffie perché avrebbe tradotto lei il contenuto dell’intervento, magari riassumendolo un po’. Noi dunque siamo rimaste in cabina a tradurre per l’aere, sentendoci come dei pesci in un acquario, mentre l’aspirante collega si dilettava a tradurre in sala. Dopo qualche minuto di simil-interpretazione consecutiva, i partecipanti hanno iniziato a piccoli gruppi e con molta discrezione ad avviarsi in direzione delle cuffie e l’incontro è proseguito normalmente.

Avete assistito anche voi a scene simili? Se sì, come ha reagito l’interprete?

“Tredici passi verso il lavoro del traduttore” di Luca Lovisolo

Qualche tempo fa ho scoperto l’interessante blog Kommunika curato dal traduttore italiano Luca Lovisolo, attivo nella Svizzera italiana. Si tratta di un blog molto interessante, che viene regolarmente arricchito di contributi sottoforma di articoli e video relativi a vari aspetti del lavoro del traduttore: dal marketing, alle tariffe, alla qualità.

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Foto: www.archomai.ch/

Incuriosita dal blog, ho deciso di legger il libro firmato dallo stesso autore “Tredici passi verso il lavoro del traduttore. Diventare traduttore freelance in Italia e nella Svizzera italiana“. Si tratta di un manuale dal taglio estremamente pratico che, come suggerisce il titolo, si concentra su come muovere i primi passi nel mondo della traduzione: dall’acquisizione delle competenze linguistiche, ai rapporti coi clienti.

A mio avviso è un libro che dovrebbe essere letto da tutti coloro i quali hanno intenzione di affacciarsi sul mondo della traduzione, poiché offre informazioni utili su quelle che, secondo l’autore, sono le competenze realmente spendibili sul mercato, informazioni che sarebbe bene acquisire preventivamente per evitare di investire tempo e denaro in titoli di studio o percorsi professionali che poi difficilmente daranno accesso allo sbocco desiderato.

Personalmente ho trovato molto interessante la sezione dedicata al marketing, che distingue in maniera netta l’approccio che il traduttore dovrebbe adottare con le agenzie da quello da impiegare con i clienti diretti. Entrambi i capitoli sono ricchi di consigli pratici: dall’impostazione del curriculum vitae per le agenzie ai vari metodi per entrare in contatto con i clienti diretti.

Inoltre, ho trovato interessante la sezione dedicata alla responsabilità civile del traduttore, generosa di consigli per evitare di mettersi nei guai 🙂

“In a world”: una sfida di traduzione

Sono appena tornata da un viaggio di 2 settimane negli Stati Uniti carica carica di energia ed idee per i prossimi post. Il primo riguarda In a world, un film di Lake Bell che ho visto al cinema, uscito negli Stati Uniti questa estate e in Italia (forse) chissà quando.

La protagonista del film è una doppiatrice e formatrice specializzata negli accenti dell’inglese che presta la sua voce per realizzare pubblicità e trailer di film e che, per una serie di eventi, si trova a dover concorrere per ottenere un incarico molto prestigioso con due voci leggendarie nel mondo del doppiaggio, una delle quali appartenente a suo padre.

Il film è davvero esilarante, ma quello che più ha suscitato il mio interesse è stato pensare a come potrebbe essere tradotto il film in italiano, visto che in molte scene del film l’umorismo è legato all’utilizzo degli accenti in inglese.

Il problema è facilmente superabile quando in inglese viene usato un accento straniero: ad esempio c’è una scena in cui la protagonista parla inglese con un forte accento russo. In quel caso molto probabilmente il doppiatore italiano userà un accento riconoscibilmente russo in italiano. Il problema sorge nel momento in cui nella versione originale vengono utilizzati accenti e varietà native dell’inglese (irlandese, inglese o di determinate zone degli Stati Uniti). Come possono essere tradotte queste varietà in italiano?

Quella della trasposizione di accenti nativi in altre lingue è una questione che si è posta per molti film in passato e che è stato affrontata in vari modi. Prendiamo due esempi celebri: Bienvenue chez les Ch’tis e i Simpson.

Nel caso del primo film, nella versione italiana Giù al nord è stato scelto di inventare ad hoc una variante della lingua italiana che, pur essendo del tutto artificiale, ha permesso di conservare l’effetto comico.

Nel caso dei Simpson, invece, i personaggi che nella versione originale sono denotati da un accento particolare della lingua inglese, acquisiscono nella versione italiana un accento italiano davvero esistente. Questo è ad esempio il caso del commissario Clancy Wiggum (in italiano il commissario Winchester) la cui voce in inglese è ispirata a quella dell’attore Edward G. Robinson, mentre in italiano è marcata da uno spiccato accento napoletano.

Sarà molto interessante vedere quale scelta sarà adottata per l’eventuale versione italiana di In a world e se sarà possibile raggiungere un compromesso nell’eterno conflitto tra fedeltà e comicità.

“Thoughts on translation” di Corinne McKay

Foto: www.amazon.com

Foto: www.amazon.com

Ho da poco finito di leggere  “Thoughts on translation” della traduttrice americana Corinne McKay, nonché autrice dell’omonimo e popolare blog.

Il libro è un manuale pensato per tutti i traduttori, dai principianti ai più navigati, ed ha a mio parere il grande merito di avere un taglio molto pratico, nei contenuti, nello stile e nel formato: è costituito infatti da una serie di brevi paragrafi (massimo due pagine) che non sono altro che post pubblicati dall’autrice sul suo blog tra il 2008 e il 2012, ordinati per argomento e riuniti in 9 capitoli indipendenti tra loro: ognuno può cominciare dal capitolo che reputa più interessante.

I temi affrontati spaziano dai primi passi nel mondo della traduzione alle questioni economiche, passando per il marketing, i rapporti con i clienti e le tecnologie impiegate nella traduzione. Essendo l’autrice americana, il mercato preso in considerazione è essenzialmente quello americano, ma è possibile adattare le informazioni contenute nel testo alla propria realtà locale. 

Anche se l’autrice analizza principalmente tematiche relative al lavoro dei traduttori, gli spunti interessanti anche per gli interpreti non mancano. Personalmente ho trovato particolarmente interessanti i capitoli sulle relazioni coi clienti e sul marketing, ricchi di consigli utili per comunicare la propria professionalità nel modo più appropriato e per evitare o, imparare a gestore situazioni spiacevoli.

Ennesimo attacco al principio del multilinguismo nell’UE

Torna alla ribalta, puntuale come un orologio svizzero, la polemica sui costi dei servizi di traduzione ed interpretazione presso le istituzioni europee. Come rivela un articolo pubblicato da The Guardian (qui nella versione italiana tradotta da Presseurop), per l’ennesima volta, non sapendo dove tagliare, qualcuno ha avanzato la proposta di rendere l’inglese l’unica lingua ufficiale, invece delle attuali 23 e dall’1 luglio 24, con l’adesione della Croazia.

Ho già espresso in passato la mia opinione nei confronti di questo tipo di proposte. Ora vorrei solo limitarmi a dire che se un giorno questa riforma andasse in porto, ammesso e non concesso che la comunicazione fra i nostri rappresentanti alle istituzioni UE fosse ancora possibile, sarebbe estremamente antidemocratica, in quanto i cittadini comunitari che non parlano l’inglese non potrebbero controllare l’operato dei rappresentanti da loro eletti.

Il motto “Uniti nella diversità” non è stato scelto a caso e se il principio del multilinguismo venisse sacrificato sull’altare della crisi economica,  crollerebbe uno dei pilastri del concetto stesso di Unione Europea.