Espressioni idiomatiche sul vino

Come tutti gli interpreti, ho una passione smodata per i proverbi e le espressioni idiomatiche. Oggi vorrei proporne alcuni che riguardano un’altra delle mie passioni: il vino. Cominciamo con l’inglese.

To wine and dine someone: viziare qualcuno offrendogli una cena di lusso. Esempio: He had to wine and dine Michael Crawford to convince him that he was capable of delivering a virtuoso performance as The Phantom Of The Opera (esempio tratto dal British National Corpus). Traduzione: Ha dovuto offrire a Michael Crawford una cena di lusso per convincerlo che era capace di un’esibizione da virtuoso nel Fantasma dell’Opera.

You can’t put new wine in old bottles: è sbagliato mescolare qualcosa di vecchio con qualcosa di nuovo. Esempio: I think it is a mistake for the managers of that traditional art gallery to exhibit modern paintings. You can’t put new wine in old bottles (esempio tratto da The Free Dictionary). Traduzione: Credo che sia un errore per i dirigenti di quella galleria d’arte tradizionale esporre dipinti moderni. Non si possono mescolare vecchio e nuovo.

Passiamo al francese.

Mettre de l’eau dans son vin: moderarsi / ammorbidirsi. Esempio: Moi aussi, je détestais les dîners en famille quand j’avais ton âge. Mais avec l’âge j’ai mis de l’eau dans mon vin (esempio adattato da News in Slow French). Traduzione: Anch’io detestavo le cene in famiglia quando avevo la tua età. Ma con l’età mi sono ammorbidita.

Verser un pot-de-vin: versare una tangente / bustarella. Esempio: La Fédération japonaise a rejeté dimanche des allégations selon lesquelles elle aurait versé un pot-de-vin à la Fédération sud-américaine pour la remercier d’avoir soutenu le Japon pour accueillir la Coupe du monde 2002 (esempio tratto da Eurosport). Traduzione: La Federazione giapponese domenica ha respinto le accuse di aver versato una bustarella alla Federazione sudamericana per ringraziarla di aver sostenuto il Giappone come paese ospitante della Coppa del Mondo 2002.

E infine lo slovacco.

Vodu káže, víno pije: predicare bene e razzolare male / dire una cosa e farne un’altra (letteralmente: predica acqua, beve vino). Esempio: Vodu káže, víno pije: Ficova vláda dala dotácie firme scientológa! Traduzione: predica acqua, beve vino: il governo di Fico ha concesso fondi a Scientology! (Titolo di un articolo pubblicato durante l’ultima campagna presidenziale in cui si sono confrontati nelle vesti di candidati l’attuale premier slovacco Robert Fico e il filantropo Andrej Kiska, accusato dal primo di essere vicino a Scientology; ecco la ragione dell’incoerenza messa in evidenza dall’articolo).

Naliať si čisté víno / Naliať si čistého vína: dire la verità. Esempio: O to viac si myslím, že raz si bude musieť naliať Európska únia čisté víno a povedať si, či kroky, ktoré boli voči Líbyi predtým urobené, boli tie najsprávnejšie. Traduzione: A questo proposito, credo che si dovrà essere onesti e dire se quello che è stato fatto in Libia era la cosa più corretta da fare (esempio tratto da Pluska).

 

 

Vinitaly 2015: perché sì e perché no

Ieri si è concluso il più importante evento dell’anno nel panorama vitivinicolo italiano: la 49° edizione del Vinitaly. Ovviamente non potevo mancare all’appuntamento, che mi ha sorpreso positivamente per alcuni aspetti e negativamente per altri.

5 cose per cui è valsa la pena andare al Vinitaly

  1. La quantità e la varietà dei vini. La maggiore attrattiva del Vinitaly la concentrazione per 4 giorni in un unico luogo di oltre 4.000 espositori (dati del 2014), che vanno dai big del vino, alla minuscola cantina a conduzione familiare, passando per tutte le regioni italiane (tranne 1: la Calabria che fine ha fatto?): si può degustare un ottimo Franciacorta e dopo poco più di 4 passi passare ad un Primitivo di Gioia del Colle.
  2. Guardare in faccia chi fa il vino che bevi. Lo ammetto, forse questa è un’idea un po’ romantica del vino, ma collegare l’etichetta, il profumo ed il sapore di un vino ad una faccia è cento volte meglio che bere un bicchiere dello stesso vino in un’osteria.
  3. I convegni. Da programma erano tutti molto interessanti. Peccato che sia riuscita a seguirne solo uno, “30 lessons in wine communication for Italian brands(qui è possibile scaricare le slide e qui leggere un riassunto, in entrambi i casi in inglese): un incontro estremamente utile e dal taglio molto pratico rivolto alle aziende vitivinicole italiane che vogliono esportare negli Stati Uniti. Non posso però fare a meno di sottolineare l’inappropriatezza della scelta degli organizzatori di non fornire il servizio di interpretazione dall’inglese all’italiano: in un’ora hanno parlato 5 oratori, che a causa del poco tempo a disposizone, logicamente parlavano molto velocemente, con ovvi problemi di comprensione per il pubblico (come ho constatato sentendo i loro commenti).
  4. Le degustazioni. Alcuni vini per essere capiti devono essere corredati da qualche spiegazione e ogni giorno al Vinitaly sono state organizzate le degustazioni più svariate che oltretutto, cosa che non guasta, sono gratuite (basta registrarsi).
  5. Il marketing. Al Vinitaly si presenta all’appello praticamente tutto il popolo del vino (prevalentemente italiano, ma non solo), quindi è un’ottima opportunità per presentarsi e, si spera, intessere relazioni che potrebbero rivelarsi proficue.

5 cose per cui sarebbe stato meglio evitare il Vinitaly

  1. Le code. Prima di andare al Vinitaly bisogna armarsi di santa pazienza perché le code sono sempre una costante: in autostrada, sulla strada dal casello autostradale alla fiera; e poi una volta in fiera: al bar, al bagno, negli stand dei big, ecc.
  2. La confusione. Come ogni fiera che si rispetti, al Vinitaly regna il caos ed un brusio incessante che a fine giornata ti lascia con un fastidioso mal di testa (ovviamente amplificato dal vino), quindi chi ama degustare il vino in un ambiente calmo, silenzioso e senza distrazioni deve fare un bel corso di training autogeno prima di andare a Verona.
  3.  I bicchieri di plastica. (Purtroppo li ho visti davvero). A una certa ora i calici sono tutti sporchi e alcune cantine non se la sentono di rifiutare un bicchiere di vino all’ignaro visitatore e che fanno? Servono quello che dovrebbe essere il frutto di mesi o a volte anni del loro lavoro in bicchieri di plastica che potrebbero far assomigliare un Barolo a una coca cola…
  4. I prezzi. Ogni anno purtroppo il biglietto d’ingresso sembra lievitare. Dai 50€ (per un biglietto giornaliero) dell’anno scorso, quest’anno siamo arrivati a 60€. Sono proprio curiosa di vedere cosa succederà il prossimo anno.
  5. Gli ubriachi. Non è tanto per lo spettacolo impietoso di soggetti rubicondi che camminano a zigzag. Più che altro mi piange il cuore a vedere trangugiare come se fosse coca cola (sì, forse sono un tantino fissata) bicchieri che meriterebbero molta più attenzione.

Foto tratta dal sito di Vinitaly

 

 

Qual è il colmo per un friulano?

Si sa, quando si parla di vino, i friulani sono dei fuoriclasse, sia come produttori, che come consumatori. Chiunque sia mai stato in questa regione avrà certamente apprezzato la quantità e qualità di osterie in cui è possibile degustare ottimi vini regionali e non. Peccato che non sempre l’oste sia all’altezza del suo compito…

Qualche giorno fa, in un’osteria nel centro di Udine, ho ordinato un bicchiere di Schioppettino e mi è stato portato un bicchiere che conteneva un vino di colore giallo intenso e dal profumo dolce, che poi si è rivelato essere un Verduzzo. Certo, capita a tutti di sbagliare, ma in questo caso la differenza è visibile a occhio nudo persino a un non esperto (guardate le due fotografie: ecco uno Schioppettino ed ecco un Verduzzo), figuriamoci a una persona che lavora in osteria.

Dunque, la risposta alla domanda “qual è il colmo per un friulano?” la mia risposta è: fare l’oste e non sapere la differenza tra uno Schioppettino e un Verduzzo.

La parola del giorno: un taj in frasca

L’idea di questa parola del giorno mi è venuta qualche ora fa quando, dopo una lunga e intensa giornata, per rilassarmi un po’, ho deciso di andare a farmi un taglio in frasca… Nel momento stesso in cui mi è passato per la testa questo pensiero, mi sono resa conto che ormai, nonostante le mie profonde radici suddiche, il mio processo di friulizzazione è totalmente fuori controllo.

Ebbene sì: qui in Friuli, per avere un momento di relax con gli amici, non si va banalmente al bar a prendere un caffé, ma si va in osteria (frasca) a prendere un bicchiere di vino (taj o tajùt, italianizzato taglio). Non dico che in Friuli non si faccia uso di caffè, giammai. Semplicemente la quintessenza della friulanità è l’osteria, magari con un bel fogolar al centro della sala.

Il rito del taj nelle frasche friulane mi ricorda un po’ quello del boccale di birra nei pub in Gran Bretagna: è un momento di relax e distensione dopo il lavoro e prima della cena. Qualcuno forse potrebbe ribattere che questi rituali non hanno niente di diverso da quello dell’aperitivo (o se vogliamo essere cool, dell’happy hour) ormai diffusissimo in tutta la penisola, dalle Alpi al tacco dello stivale (più le isole), ma basta mettere un piede in una frasca friulana o in un pub britannico intorno alle 6 del pomeriggio per rendersi conto che l’atmosfera è imparagonabile.

Seminario su vino e sostenibilità

La scorsa settimana ho partecipato ad un seminario organizzato dall’ONAV (Organizzazione Nazionale Assaggiatori di Vino) di Udine sulla viticoltura sostenibile, nella bellissima Villa Cabassi Nachini di Corno di Rosazzo. Oltre ad essere stata un’ottima occasione per fare un po’ di networking, vista la presenza di molti operatori del mondo della viticoltura della zona, è stato un incontro molto interessante, perché si è discusso di sostenibilità della viticoltura, un argomento di grande attualità, analizzato dai due oratori da punti di vista completamente diversi.

Il primo oratore, Alessandro Freccero dello Studio Associato Bigot & Bigot, ha esposto i risultati di un ambizioso programma di ricerca in corso nella Regione Friuli Venezia Giulia finalizzato a ridurre al minimo l’utilizzo dei cosiddetti trattamenti in vigna. Risparmio ai lettori i dettagli della presentazione, molto interessante, ma altrettanto tecnica (per me un’ottima occasione per rinfoltire il mio glossario sull’enologia 😉 ).

La seconda oratrice, la professoressa Slawka Scarso, si è soffermata invece sul tema della viticoltura sostenibile attraverso la lente del marketing, ossia analizzando le tecniche di marketing più adatte per le aziende vitivinicole che interpretano l’arte del fare il vino in chiave green. A chi fosse interessato al tema, segnalo la pubblicazione dell’autrice “Marketing del vino. Dalle etichette ai social network, la guida completa per promuovere il vino e il turismo enogastronomico“.

Il seminario si è concluso con una degustazione di vini biologici (cosa chiedere di più? 🙂 ).

Quando la muffa diventa nobile

E’ ufficiale: sono un assaggiatore di vino ONAV! Dopo aver seguito il corso e superato l’esame, ora posso finalmente cominciare un percorso che spero mi porterà tante belle esperienze.

Fresca fresca di patente di ONAVista ieri ho approfittato della Fiera dei Vini di Corno di Rosazzo per partecipare ad una conferenza-degustazione su un tema un po’ particolare: la botrytis cinerea, per gli amici “muffa nobile”. Si tratta di un fungo che attacca le uve in determinate condizioni climatiche e che conferisce al vino sentori molto particolari. Il vino più comunemente associato alla muffa nobile è il Sauternes.

Nell’incontro di ieri, presenziato da Liliana Savioli e dall’enologo Emilio del Medico, si è parlato della botrytis, ma soprattutto sono stati presentati due vini le cui uve sono state attaccate da muffa nobile: OttoLustri del produttore friulano RoncSoreli e dalla Sicilia La Masa di Castellucci Miano.

Per rendere la degustazione ancora più interessante, ciascun vino è stato abbinato ad un formaggio: il formadi frant con l’OttoLustri ed un pecorino siciliano con La Masa: in entrambi i casi un matrimonio perfetto!

Consiglio a tutti di provare questi fantastici vini e di dare un’occhiata alla Fiera, che resterà aperta fino a martedì (ecco il programma).