Come prepararsi per una conferenza?

Lo studio preparatorio che precede una conferenza è sempre stata una delle parti che preferisco del lavoro di interprete perché puntualmente mi ritrovo con gli occhi sgranati sullo schermo per aver scoperto qualcosa di incredibile e per me assolutamente ignoto fino a quel momento. Oltre ad essere fondamentale per la qualità della resa durante il convegno, la preparazione è però anche una fase del lavoro delicata perché il rischio di divagare perdendosi tra i mille mila video di Youtube senza trovare le informazioni giuste è altissimo.

Molte volte gli interpreti che hanno cominciato a lavorare prima dell’avvento di internet mi hanno raccontato di quanto fosse complesso trovare informazioni: ore e ore passate in biblioteca a sfogliare tomi su tomi, nella speranza di trovare le informazioni che cercavano. Oggi, invece, abbiamo il problema opposto: siamo sommersi dalle troppe informazioni e la vera abilità è seguire il filo giusto.

Per un interprete, le tempistiche e le modalità di preparazione per una conferenza dipendono da molti fattori, in particolare la quantità e qualità del materiale trasmesso dal cliente, il tempo a nostra disposizione, la tecnicità dell’argomento e l’esperienza pregressa dell’interprete in quel determinato campo. Ovviamente ogni interprete ha il suo metodo, e nessuno è migliore dell’altro, ma in questo post parlerò del mio, utilizzando come esempio una situazione reale, per poi illustrare le diverse fasi della preparazione.

Qualche mese fa ho svolto un incarico di interpretazione simultanea tra l’italiano e il francese durante un convegno sugli affreschi tra in Corsica, avendo a disposizione 4-5 giorni di tempo per prepararmi e non essendo una specialista né di arte, né tantomeno di affreschi.

Come quasi sempre, il mio metodo di preparazione è consistito nel partire dal generale per poi scendere sempre più nel dettaglio:

  • innanzitutto ho dato un’occhiata veloce al programma per farmi un’idea delle tematiche trattate
  • ho creato una tabella su un foglio word scrivendo a ruota libera i termini che presumibilmente potevano venir fuori durante un convegno sugli affreschi
  • sono partita dalle pagine francese e italiana di Wikipedia dedicate agli affreschi, per raccogliere un po’ di terminologia di base sulle tecniche utilizzate
  • ho cercato su Youtube delle conferenze sul tema degli affreschi in generale, sia in italiano che in francese. Solitamente all’inizio della preparazione ascolto solamente e poi, quando ho acquisto una base terminologica, li traduco in simultanea per simulare le difficoltà, fermandomi ogni volta che è necessario per approfondire un concetto o un termine
  • ho riletto il programma con attenzione per individuare gli specifici sottotemi trattati
  • ho fatto ricerche approfondite per ogni sottotema
  • ho studiato tutto il materiale trasmesso dai relatori (abstract, relazioni, presentazioni power point) ricercando tutti i concetti o termini sconosciuti nell’altra lingua
  • a quel punto ho fatto ricerche su Google inserendo nel campo di ricerca il nome di ciascun relatore e il tema dell’intervento. Più di una volta mi è capitato di trovare relazioni che poi si sono rivelate molto (ma molto!) simili a quelle esposte durante il convegno (che soddisfazione!)
  • ho ripetuto la stessa operazione su Youtube, per vedere le facce dei relatori (e poi riuscire a riconoscerli al convegno per chiedere chiarimenti dell’ultimo minuto) e familiarizzare con il loro stile di eloquio o accento, a questo punto traducendoli direttamente in simultanea
  • infine ho fatto una ricerca sul luogo in cui si svolgeva il convegno per essere preparata a cogliere eventuali riferimenti a monumenti, fiumi o personalità famose della città
  • al termine di queste operazioni mi sono ritrovata con un bel glossario pieno di preziosa terminologia che ho mandato alla collega, studiato fino alla nausea e portato in cabina, aggiornandolo in tempo reale durante il convegno per un eventuale incarico futuro simile.

E voi, come vi preparate o vi preparereste per lavorare come interprete a una conferenza?

Il decalogo del perfetto oratore

Ai tempi dell’antica Roma una parte importante dell’istruzione formale era dedicata allo studio della retorica e dell’arte oratoria. Da allora è passata molta acqua sotto i ponti, l’era di Cicerone è passata da un pezzo… e si vede. Partecipando a conferenze o ascoltando dibattiti politici, tutti noi abbiamo avuto certamente l’occasione di notare la differenza tra i buoni e i cattivi oratori. Se per uno spettatore, il metro di giudizio più semplice da utilizzare per valutare la qualità di un oratore è la sua capacità di tenere viva l’attenzione del pubblico, dal punto di vista dell’interprete entrano in gioco altre variabili.

In questo post vorrei elencare alcune linee guida che dovrebbero essere seguite dagli oratori laddove è prevista l’interpretazione simultanea. Ho tratto spunto dalle Guidelines for speakers di AIIC a cui ho aggiunto qualche altro punto sulla base della mia esperienza.

  1. Al momento di prendere la parola, è bene controllare che il microfono sia acceso, possibilmente evitando di fare la prova battendo le dita sul microfono, perché questo suono, apparentemente inoffensivo, nelle cuffie degli interpreti viene amplificato, diventando molto fastidioso.

  2. L’oratore dovrebbe tenere il microfono alla giusta distanza, né troppo vicino, né troppo lontano, per evitare che fischi (con le conseguenze di cui sopra).

  3. Se l’oratore vuole pronunciare il discorso stando in piedi o spostandosi nella sala è bene che si assicuri di avere un microfono ad archetto o di tipo equivalente perché se non parla al microfono, per quanto quanto possa sforzarsi di parlare a voce alta, quello che dice non potrà essere tradotto.

  4. Se non comprende la lingua degli spettatori, è bene che l’oratore si doti preventivamente di un ricevitore per ascoltare la traduzione nella sessione dedicata alle domande.

  5. Un buon oratore dovrebbe esprimersi parlando a una velocità non eccessiva per permettere agli interpreti di tradurre in maniera accurata ciò che sta dicendo (questo vale anche quando il moderatore dice che sta per terminare il suo tempo a disposizione!). Al contrario, purtroppo parte del suo contenuto andrà perso.

  6. Nella misura del possibile un buon oratore dovrebbe esporre un discorso il più possibile coeso, con connettori logici e periodi che si aprono e poi si chiudono. Ahimé soprattutto i relatori italiani tendono a inanellare una serie infinita di subordinate, rendendo il compito degli interpreti più impegnativo.

  7. In caso di convegni su tematiche tecniche o particolarmente complesse, può essere molto d’aiuto organizzare un piccolo briefing per gli interpreti per dare loro informazioni o rispondere alle eventuali domande.

  8. Leggere un testo scritto durante un intervento non è l’ideale perché i testi scritti non hanno le stesse caratteristiche di quelli orali e risultano quindi più difficili da tradurre oltre che meno efficaci per chi ascolta. Se è proprio indispensabile, è fondamentale trasmetterne una copia agli interpreti (meglio con qualche giorno di anticipo, ma al limite anche appena prima dell’inizio dell’intervento) in modo tale che possano familiarizzare con la tematica e la terminologia. Questo non vuol dire che l’oratore non sarà più libero di modificare il discorso in corso d’opera facendo digressioni o aggiunte. Ovviamente l’interprete è tenuto alla riservatezza quindi nessun documento trasmesso verrà divulgato.

  9. Anche se non ha preparato un testo scritto da leggere, è bene che l’oratore dia agli interpreti ogni altro materiale di preparazione (presentazione power point, appunti, relazioni, abstract, ecc…) in modo tale che abbiano una traccia su cui prepararsi, oltre che per seguire meglio la presentazione durante il convegno visto che non sempre dalla cabina è possibile vedere le slide proiettate. Questo diventa fondamentale per gli interventi che presentano dati o cifre (bilanci, statistiche, ecc.)

  10. Se il discorso dell’oratore contiene barzellette, riferimenti culturali particolari, citazioni o altri elementi simili, è molto utile avvertire gli interpreti in modo che non vengano colti alla sprovvista e riescano e rendere al meglio elementi potenzialmente ostici.

Questi suggerimenti non devono essere considerati facilitazioni concesse agli interpreti per mera generosità, ma consigli che ogni relatore dovrebbe seguire per far sì che il contenuto del suo discorso sia reso in un’altra lingua nel miglior modo possibile, quindi in definitiva, per i suoi stessi interessi.

E’ giusto interpretare verso una lingua straniera?

Nel mondo dell’interpretazione, questa domanda ha interrogato e continua a interrogare chiunque si affacci alla professione. Ma prima di offrire la mia risposta, ecco qualche definizione (chi ha già familiarità con la terminologia può saltare il prossimo paragrafo).

Si interpreta in passiva quando si lavora a partire da una lingua straniera (che può essere lingua B o lingua C) verso la propria madrelingua (ossia lingua A), mentre invece si interpreta in attiva quando si lavora dalla propria madrelingua verso una lingua straniera (lingua B, ossia lingua straniera in cui si lavora attivamente, contrariamente alla lingua C, che è passiva).

La risposta delle istituzioni europee alla domanda del titolo è molto chiara e netta: no, a meno che non si strettamente necessario. Infatti, il servizio di interpretazione è organizzato in modo tale che si interpreti unicamente verso la propria lingua madre (con delle eccezioni per le combinazioni linguistiche in cui questo non risulta possibile), dunque tendenzialmente il profilo degli interpreti è di una lingua A e varie lingue C. Quando questo non è possibile si ricorre al retour (interpretazione lingua A>lingua B) o al relais, di cui ho parlato nel post precedente.

Sul mercato privato italiano, invece, tradurre verso una lingua straniera è assolutamente normale, a tal punto che avere nella propria combinazione una lingua solo passiva (C) equivale a utilizzarla ben poco poiché vengono richieste molto più spesso cabine bidirezionali (lingua A<>lingua B) rispetto alle cabine pure (lingua B/C>lingua A). Anzi, esiste anche la pratica dell’interpretazione incrociata, che consiste nell’interpretazione tra due lingue straniere senza passare dalla lingua madre (lingua B<>lingua B).

Al di là delle variabili date dalle scelte istituzionali e dalle esigenze di mercato, la mia risposta alla domanda iniziale è sì: con la preparazione giusta sono convinta che si possa fare un ottimo lavoro, anche quando si interpreta verso una lingua straniera. Tradurre verso la propria lingua madre non è necessariamente una garanzia di qualità perché il processo di interpretazione è costituito da due fasi principali: la comprensione del discorso pronunciato dall’oratore nella lingua di partenza e la produzione del discorso nella lingua di arrivo e ciascuna di queste fasi ha le sue difficoltà.

Se è vero da una parte che la fluidità nella propria lingua madre può essere raggiunta difficilmente in una lingua B, dunque traducendo verso una lingua straniera si potrebbe perdere nella produzione qualche elemento stilistico, è pur vero che tradurre a partire dalla propria madrelingua offre il notevole vantaggio di padroneggiare perfettamente la comprensione, schivando eventuali difficoltà. Una volta compreso il contenuto del discorso, con una solida competenza nella lingua B, l’interprete ha tutto ciò che gli occorre per riprodurre il messaggio nell’altra lingua, e anche se gli sfuggisse uno specifico vocabolo nella lingua B, riuscirebbe comunque a esprimere il concetto in modo efficace utilizzando altre parole.

Il relais: che cos’è e come gestirlo al meglio

Nei convegni con molte lingue di lavoro in cui si fa ricorso all’interpretazione simultanea, laddove non tutti gli interpreti hanno nella loro combinazione linguistica tutte le lingue di lavoro del convegno, si fa spesso ricorso al relais, una conformazione organizzativa che, per essere efficace, richiede qualche cautela. Per chi non sapesse cos’è il relais, segue una breve spiegazione. Chi invece lo sa, può passare direttamente al paragrafo successivo.

Facciamo un esempio pratico: c’è una conferenza che ha come lingue di lavoro italiano, tedesco e russo con due cabine, quella di russo<>italiano e quella di tedesco<>italiano. Sia gli interpreti della cabina di russo che quelli della cabina di tedesco lavorano dall’italiano verso la propria lingua e viceversa, ma gli interpreti di russo non hanno il tedesco e, viceversa, quelli di tedesco non hanno il russo, quindi che si fa quando prendono la parola i relatori di russo? Come si fa ad assicurare la traduzione verso il tedesco? E viceversa, dal tedesco al russo? Semplice, si passa dall’italiano. Ovvero, quando un relatore parla russo, gli interpreti di russo traducono dal russo all’italiano. Gli interpreti di tedesco “prendono il relais” da loro, ossia ascoltano la traduzione dei colleghi russi verso l’italiano e a loro volta traducono verso il tedesco. In poche parole: il relais consiste in un’interpretazione in due tappe, da A a B, e poi da B a C, poiché non si può passare direttamente da A a C.

Nel relais c’è qualcuno che “dà il relais” e qualcuno che lo “prende” ed è fondamentale che tutti gli interpreti coinvolti in questo doppio passaggio prestino massima attenzione affinché il messaggio dell’oratore arrivi a tutti gli uditori in maniera accurata e completa, senza perdersi  nei vari passaggi. Se per l’interprete che “prende il relais” non c’è un ampio margine di manovra, perché non può fare altro che fidarsi di quello che dice il collega, l’interprete che “dà il relais” invece, sapendo di essere gravato da una doppia responsabilità, può intervenire adottando alcune premure per agevolare, nella misura del possibile, il compito del collega. Eccone alcune:

  • innanzitutto dovrebbe controllare con attenzione di “uscire” sul canale audio giusto, in modo tale che la sua resa possa essere ascoltata dal pubblico in sala e dal collega che “prende il relais”
  • nella misura del possibile, spezzettare le frasi in modo da alleggerire la struttura (la cosiddetta “salami technique”), evitando catene di subordinate e utilizzando in maniera corretta ed oculata i connettori logici per facilitare la comprensione del filo logico
  • rallentare il ritmo quando vengono riportati nomi propri (difficili da cogliere se le lingue sono particolarmente distanti) o cifre (sempre potenzialmente problematiche)
  • cercare di mantenere un ritmo il più possibile omogeneo, evitando rallentamenti e accelerazioni

Insomma: quando si lavora con il relais produrre una resa pulita diventa ancora più cruciale.

E voi, avete esperienze con il relais?

 

 

La divisa dell’interprete

Qualche giorno fa mia mamma mi ha raccontato una storia che mi ha fatto molto ridere. Recentemente è andata a trovare uno zio anziano che non vede molto spesso. Quando lo zio ha chiesto notizie di me, gli ha raccontato del mio lavoro e la prima domanda che lo zio le ha fatto è stata: “Ma allora porta una divisa?”. Non so quale ragionamento lo abbia portato a questa deduzione, ma devo riconoscergli il merito di avermi fatto venire l’idea di questo post, che riguarda appunto il tipo di abbigliamento che dovrebbe usare un’interprete in servizio. Uso volontariamente l’apostrofo perché mi concentrerò solo sull’interprete donna.

Partiamo dal presupposto che un’interprete viene chiamata a un evento per svolgere un ruolo molto preciso: facilitare lo scambio tra persone che non parlano la stessa lingua, quindi dovrebbe avere un’immagine professionale e discreta. Questo principio vale soprattutto quando lavoriamo in consecutiva o chuchotage, quindi consapevoli dal principio del fatto che saremo su un palco o comunque di fronte a un pubblico. Tuttavia, dovrebbe essere seguito anche quando lavoriamo in simultanea perché, anche se è probabile che saremo quasi sempre rintanati in cabina, arriverà prima o poi il momento della pausa caffè o potrebbe succedere che a causa di un problema tecnico saremo chiamati a fare chuchotage o consecutiva in sala. Ecco, in quella situazione, non è il caso di presentarsi in infradito.

Ma qual è l’abbigliamento più opportuno? Nel 90% dei casi un classico tailleur (sia gonna che pantaloni) con delle scarpe eleganti sono sempre la risposta giusta, ma vanno benissimo anche soluzioni simili. Qualche anno fa ho lavorato in un’azienda di abbigliamento e quando sono arrivata sul posto ho chiesto alla signora dell’accoglienza indicazioni per la sala precisando che ero l’interprete e lei mi ha detto: “Si vede, è proprio vestita da interprete”. Avevo un tailleur molto classico, quindi direi che ci ho preso 🙂

Detto questo, però, ci sono contesti inusuali in cui il classico tailleur potrebbe non essere la scelta giusta. Ad esempio (e qui cito situazioni reali): cantieri, discariche, fabbriche, spiagge, barche, rifugi di montagna… In questi luoghi è meglio privilegiare la praticità, ma sempre cercando di mantenere un’immagine sobria. Per non sbagliare, chiediamo al cliente o all’agenzia il luogo e le condizioni esatte dell’evento e certamente sapremo qual è l’abbigliamento più adeguato.

Attenzione: video in cabina!

Nel post di oggi vorrei affrontare una questione pratica con cui mi è capitato di confrontarmi più volte nelle ultime settimane: come deve comportarsi l’interprete se durante una conferenza che sta traducendo in simultanea viene proiettato un video? Deve tradurne i contenuti o no?

Come gran parte delle domande più importanti della vita, la risposta più corretta secondo me è: dipende. Gli scenari possibili sono molti.

Partiamo dalla peggiore delle ipotesi. Nel bel mezzo di un intervento viene lanciato un video senza che nessuno ci abbia avvertito in anticipo. Se siamo particolarmente sfortunati, magari in cabina non c’è neanche un monitor da cui vedere il video e, se gli astri hanno deciso che quel giorno ci deve andare proprio tutto male, l’audio del filmato non ci arriva direttamente in cuffia e riusciamo a sentire solo una parola su tre.

In queste condizioni è evidente che è assolutamente impossibile fornire una traduzione, quindi è bene non farlo, avvertendo il pubblico del problema.

Passiamo invece all’estremo opposto: diciamo che è la nostra giornata fortunata e l’organizzatore non solo ci ha avvertito che sarà proiettato un video, ma ce l’ha anche mandato in anticipo! Se vogliamo proprio esagerare, possiamo persino spingerci anche a immaginare che il video abbia anche i sottotitoli (lusso!). In questo caso, siamo nelle condizioni di poter effettivamente offrire un servizio e credo sia sensato tradurre il video.

In mezzo a questi due estremi, ovviamente c’è un’ampia zona grigia nella quale l’interprete è chiamato a districarsi per prendere una decisione in pochi secondi: è più importante cercare di trasmettere le informazioni del video al pubblico oppure tutelarsi, evitando di fare un possibile salto nel buio?

La buona notizia è che esiste una terza via. L’interprete può avvertire il pubblico del fatto che non è nelle condizioni di assicurare una traduzione perfetta, ma che può comunque tentare di riassumere i contenuti generali del video. In questo modo il pubblico riceve informazioni, seppur per sommi capi, e l’interprete può tutelarsi.

Vi è mai capitata una situazione di questo tipo? Come l’avete gestita o la gestireste?

Per una volta la burocrazia è dalla nostra parte. La lettera di incarico per interpreti

La vita di ciascuno di noi è invasa dalla burocrazia e dalle carte: ogni giorno ci lamentiamo di quanto sia noioso compilare formulari e firmare contratti. Tra fatture, ricevute e dichiarazioni dei redditi, gli interpreti purtroppo non sono esenti da questi spiacevoli oneri.

Oggi però ho potuto testare sulla mia pelle che a volte le tante odiate carte possono risparmiarci situazioni antipatiche. Sono stata reclutata per un servizio di interpretazione simultanea fuori regione, ma il servizio è stato cancellato per un imprevisto meno di 24 ore prima del convegno… peccato che fossi già sul treno diretta alla destinazione del convegno!

Per un interprete, di solito un convegno comporta dei costi, sia in termini di denaro (le spese di viaggio), ma soprattutto di tempo: il tempo dedicato alla preparazione (studio della terminologia, studio dell’argomento oggetto del convegno, ecc,). Inoltre, accettando un incarico, ci impegnamo a rinunciare ad un altro potenziale lavoro che si svolge lo stesso giorno. Quindi, ancora prima di accendere il microfono e tradurre “Signore e signori, benvenuti a questo convegno”, abbiamo già anticipato dei costi, e in caso di cancellazione del servizio, è giusto che questi costi siano rimborsati.

Per ridurre al minimo le ambiguità e per evitare trattative ex post estenuanti, è fondamentale sottoscrivere un contratto che impegni noi ed il nostro committente a comportarci in un determinato modo in caso di imprevisti. Per i servizi di interpretazione di solito il contratto ha le sembianze della lettera di incarico. Ce ne sono vari tipi, ma le informazioni fondamentali sono sempre: tipo di servizio di interpretazione, giorno e ora dell’evento, ore di lavoro, combinazione linguistica, compenso, eventuale rimborso spese.

Oltre a queste informazioni, è opportuno includere una clausola che definisca il da farsi in caso di cancellazione dell’incarico da parte del committente (per tutelare noi) e di impossibilità da parte nostra di partecipare al convegno (per tutelare il committente). Per chi fosse non ne avesse ancora uno, ecco un modello di lettera di incarico per servizi di interpretazione.

Morale della favola: prima di ogni lavoro di interpretazione, fatevi mandare una lettera di incarico! Non vi terrà al riparo dagli imprevisti, ma certamente vi risparmierà qualche seccatura.

Panico in cabina: che fare quando l’oratore legge a 1000 all’ora?

Nel migliore dei mondi possibili, prima di un lavoro di interpretazione simultanea l’organizzatore di conferenze ideale invia con largo anticipo agli interpreti tutta una serie di documenti, tra cui: l’ordine del giorno, la lista degli oratori, le presentazioni in power point degli oratori, gli eventuali testi dei discorsi ed altri documenti utili. In alcuni casi agli interpreti viene fornito persino un glossario (monolingue o plurilingue).

Anche se è nell’interesse di tutti che gli interpreti lavorino nelle condizioni migliori (dunque anche con il materiale di cui hanno bisogno)  per svolgere il loro lavoro nel migliore dei modi, nella realtà questo non sempre succede.

Una delle situazioni più complicate derivanti dalla mancata messa a disposizione del materiale agli interpreti è quando gli oratori scelgono di non parlare a braccio, o quantomeno, seguendo una presentazione in power point, e scelgono invece di limitarsi a leggere un testo scritto (dunque, meno ridondante rispetto ad un testo a braccio) e di farlo alla velocità della luce senza neanche dare una copia del discorso agli interpreti.

Al di là della discutibile efficacia dal punto di vista retorico, interpretare in simultanea un discorso scritto, è come nuotare contro corrente: si fa molta più fatica.

E’ chiaro che la cosa migliore sarebbe prevenire il problema chiedendo agli organizzatori o direttamente ai relatori di fornire il materiale in anticipo, o al limite anche qualche minuto prima, ma dato che a volte questo non succede, cosa fare?

  • Mantenere la calma: se nonostante le richieste il discorso non ci è stato dato, allora è meglio farsene una ragione e mettersi nell’ordine delle idee che bisogna limitare i danni.
  • Salvaguardarsi: in alcune situazioni è utile avvertire il pubblico che ci sta sentendo in cuffia che l’oratore sta leggendo velocemente un testo che non ci è stato fornito e che ne riassumeremo il contenuto nei punti più salienti.
  • Non esagerare ad aumentare il ritmo dell’eloquio: anche se stiamo letteralmente rincorrendo l’oratore, non è professionale iniziare a parlare con l’affanno: oltre ad essere ansiogeno per chi ci ascolta, distoglie l’attenzione dal contenuto del discorso.
  • Fare una cernita delle informazioni: le omissioni non vanno mai bene, ma se la velocità è tale da non darci la possibilità di tradurre tutte le informazioni che ci dà l’oratore, allora è meglio fare una scelta e dare precedenza alle informazioni più importanti. Per questo motivo in questi casi è ancora più importante concentrarsi sull’ascolto per capire lo scheletro del discorso ed individuare i punti fondamentali. Da questo punto di vista, il fatto che il testo del discorso sia scritto potrebbe per noi addirittura tramutarsi in un vantaggio, dato che normalmente i testi scritti, diversamente dai discorsi a braccio, sono ben strutturati (ad esempio: introduzione, tesi, argomenti a sostegno della tesi, conclusione).
  • Dare priorità alla sostanza piuttosto che alla forma: una logica conseguenza del punto precedente. Dall’interprete ci si aspetta che produca un testo che, oltre ad essere equivalente come contenuti all’originale, sia anche formulato in una lingua corretta ed elegante. Proseguendo con la metafora natatoria, se ci troviamo con l’acqua alla gola, i nostri sforzi dovrebbero essere canalizzati a evitare di annegare e non a nuotare in un perfetto stile farfalla. Dunque, tornando nella nostra cabina, è meglio evitare di perdere secondi preziosi cercando quella parola perfetta per quella frase che abbiamo sulla punta della lingua ed invece concentrarci a seguire e tradurre il ragionamento.
  • Farsi aiutare dal(la) collega in cabina: questo vale soprattutto per i numeri ed i nomi, che in velocità si perdono facilmente. Se il/la collega scrive gli elementi che potrebbero darci più difficoltà, ci potrebbe fornire una grossa mano.

E voi avete altri consigli da dare per queste situazioni? Vi capitano spesso?

Marketing per interpreti e traduttori: fonti di ispirazione

I lavoratori autonomi di qualunque settore devono confrontarsi con un grande scoglio, soprattutto all’inizio della loro carriera (ma non solo): come farsi conoscere? Come acquisire clienti?

Queste sono le tipiche domande da 1 milione di dollari a cui non si può rispondere con un’unica “risposta corretta”. Dipende dal singolo settore: un grafico non potrà adottare le stesse strategie di marketing di un interprete o di un traduttore. Ma non solo: non tutti gli interpreti e traduttori possono utilizzare le stesse strategie, perché molto dipende dalle lingue di lavoro, dal mercato di riferimento, dalla predisposizioni personali, dall’ambito di specializzazione e da molti altri fattori.

La capacità di “sapersi vendere” è parte integrante delle abilità di un interprete o traduttore (ed ahimè, un tema totalmente trascurato dai programmi universitari di pressoché tutti i corsi di studio di traduzione e interpretazione), perché anche il professionista più talentuoso non può sopravvivere senza qualcuno che compri i suoi servizi.

Secondo la mia esperienza, la strategia più efficace è quella di elaborare un piano d’azione personalizzato che tenga conto dei fattori a cui ho accennato prima con obiettivi misurabili (a questo proposito segnalo questo interessante post). Per fare questo ci sono moltissime fonti da cui trarre ispirazione.

Ad esempio, suggerisco l’ottimo podcast in inglese Marketing tips for translators della traduttrice Tess Whitty (dall’inglese allo svedese). In ogni puntata (che si può ascoltare direttamente sul sito che ho linkato o su ITunes), l’autrice intervista autorevoli professionisti della traduzione che dispensano ottimi consigli concentrandosi in ogni puntata su un tema specifico come il CV, il profilo LinkedIn, ecc.

Per migliorare la propria strategia di marketing, esistono moltissime altre fonti a cui fare riferimento. Il modo più semplice e meno dispendioso è quello di dare un’occhiata a blog che parlano di questo tema (eccone alcuni).

Per i lettori più tradizionalisti, esistono anche pubblicazioni specifiche, tra cui:

Per chi volesse avere una consulenza personalizzata sulla propria strategia di marketing, c’è anche la possibilità di partecipare ad uno dei molti webinar offerti da Proz o da molti professionisti tra cui alcuni di quelli già citati.