Quando comincio a tradurre in una videoconferenza?

Dall’arrivo della pandemia, per molti di noi le piattaforme di videoconferenza sono diventate una realtà quotidiana. Ormai è assolutamente normale iniziare la giornata con una riunione con i colleghi di ufficio su Teams, seguita da una videoconferenza con un cliente su Skype e da una formazione via webinar su Zoom.

Così come le riunioni in presenza, solitamente anche gli incontri di lavoro virtuali iniziano con un momento più informale in cui si rompe il ghiaccio: i partecipanti si salutano, si scambiano qualche parola e solo dopo si inizia davvero a parlare di lavoro. Negli eventi in presenza la parte informale si svolge tipicamente al buffet: si arriva, si prende un caffè e ci si chiede come sono andate le vacanze, come stanno le rispettive famiglie, ecc. A un certo punto il moderatore prende posto e accende il microfono per richiamare tutti all’ordine. Piano piano i partecipanti si siedono e il moderatore dà ufficialmente inizio ai lavori accendendo il microfono e dicendo qualcosa di simile a: “Benvenuti a tutti, sono lieto di vedervi qui”.

Durante gli eventi in presenza per noi interpreti è molto semplice individuare il momento in cui dobbiamo a nostra volta accendere il microfono e iniziare a tradurre. Ma come facciamo a capire quando dobbiamo iniziare a tradurre se l’incontro si tiene in videoconferenza?

Negli eventi a distanza purtroppo non esiste una cesura così netta tra le chiacchiere e il lavoro vero e proprio, perché i microfoni sono accesi sin dall’arrivo dei partecipanti. Immaginiamo ad esempio una conferenza di un gruppo internazionale con 30 partecipanti in cui ciascuno accede il microfono e dice qualche parola di saluto. Noi interpreti che cosa facciamo? E’ impossibile tradurre tutto, oltre che inutile, anche perché spesso in quella fase tutti tendono a parlare in inglese per essere compresi da tutti.

Il problema è che se iniziamo a tradurre tardi si diffonde il panico perché tutti credono che ci sia qualche problema tecnico e nel giro di 5 secondi compaiono nella chat 20 messaggi di allarme del tipo: “No traduzione”, “Non si sente l’interprete”, “Ci sono problemi sul canale francese” o semplicemente “Francese??!!!”.

Ma anche partire troppo presto può causare qualche imbarazzo perché c’è il rischio di tradurre le parole di un partecipante che è inconsapevole di avere il microfono acceso (ad esempio una delegata che dice al marito: “Uffa, non vedo l’ora che finisca questa riunione!”) o uno scambio confidenziale tra due partecipanti (ad esempio due commerciali che concordano gli ultimi dettagli di una strategia da proporre a un cliente che sta partecipando alla riunione: “Proviamo a proporgli questo prezzo e vediamo se ci casca”).

Ogni volta che mi trovo nella situazione “inizio a tradurre o aspetto ancora?” immagino un direttore d’orchestra che compare magicamente sullo schermo del mio computer per darmi il via al momento giusto. Dato che questo purtroppo non avviene nella realtà, sta a me individuare il momento più adatto per cominciare a tradurre, basandomi sull’ascolto e sul buon senso. Ecco qualche suggerimento.

  • Quando la videoconferenza è trasmessa live, c’è poco spazio per le incertezze: basta prendere come riferimento l’inizio della diffusione, segnalata da una scritta o da un simbolo.
  • Se l’incontro prevede la presenza di un moderatore, è lui la persona che dobbiamo tenere d’occhio: con ogni probabilità ci sarà un momento in cui richiamerà tutti all’ordine e dirà qualcosa tipo: “Direi che possiamo cominciare”.
  • Quando ci rendiamo conto che la conversazione in corso riguarda tematiche personali, probabilmente i partecipanti sono ancora nella fase pre-incontro di lavoro. Meglio aspettare.
  • Se la conversazione riguarda tematiche personali, ma coinvolge altri partecipanti, che vengono chiamati per nome, può essere opportuno fare quantomeno una sintesi di quello che è stato detto. Esempio: una riunione di un’azienda italiana con 5 commerciali americani in cui un dirigente italiano dice ad un altro: “Sono appena rientrato dal Texas, dove ho incontrato John. Ci siamo divertiti un sacco, vero John?” laddove John è uno dei cinque commerciali americani. Anche se John non capisce l’italiano, ha sentito il suo nome e probabilmente si chiederà perché, quindi l’interprete dovrebbe a mio avviso accendere il microfono e riassumere brevemente il contenuto dello scambio.
  • In extremis, se proprio la conversazione va avanti a oltranza e ancora non ci sono segnali chiari che ci fanno capire che l’incontro di lavoro è ufficialmente iniziato, possiamo sempre contattare il moderatore (o l’eventuale responsabile dell’agenzia che gestisce l’evento) tramite un messaggio privato sulla chat o chiedergli nella sua lingua (quindi uscendo sul canale che sta ascoltando) se dobbiamo iniziare a tradurre. Ovviamente è una strategia di cui non abusare in quanto certamente la più invasiva.

La decisione dell’interprete di cominciare a tradurre o aspettare in una videoconferenza mette ancora una volta in evidenza che il nostro ruolo va ben oltre il mero trasporto di parole da una lingua all’altra, ma comporta tutta una serie di decisioni relative alla gestione dell’evento comunicativo che ci rendono parte attiva nella costruzione della comunicazione.