Quando comincio a tradurre in una videoconferenza?

Dall’arrivo della pandemia, per molti di noi le piattaforme di videoconferenza sono diventate una realtà quotidiana. Ormai è assolutamente normale iniziare la giornata con una riunione con i colleghi di ufficio su Teams, seguita da una videoconferenza con un cliente su Skype e da una formazione via webinar su Zoom.

Così come le riunioni in presenza, solitamente anche gli incontri di lavoro virtuali iniziano con un momento più informale in cui si rompe il ghiaccio: i partecipanti si salutano, si scambiano qualche parola e solo dopo si inizia davvero a parlare di lavoro. Negli eventi in presenza la parte informale si svolge tipicamente al buffet: si arriva, si prende un caffè e ci si chiede come sono andate le vacanze, come stanno le rispettive famiglie, ecc. A un certo punto il moderatore prende posto e accende il microfono per richiamare tutti all’ordine. Piano piano i partecipanti si siedono e il moderatore dà ufficialmente inizio ai lavori accendendo il microfono e dicendo qualcosa di simile a: “Benvenuti a tutti, sono lieto di vedervi qui”.

Durante gli eventi in presenza per noi interpreti è molto semplice individuare il momento in cui dobbiamo a nostra volta accendere il microfono e iniziare a tradurre. Ma come facciamo a capire quando dobbiamo iniziare a tradurre se l’incontro si tiene in videoconferenza?

Negli eventi a distanza purtroppo non esiste una cesura così netta tra le chiacchiere e il lavoro vero e proprio, perché i microfoni sono accesi sin dall’arrivo dei partecipanti. Immaginiamo ad esempio una conferenza di un gruppo internazionale con 30 partecipanti in cui ciascuno accede il microfono e dice qualche parola di saluto. Noi interpreti che cosa facciamo? E’ impossibile tradurre tutto, oltre che inutile, anche perché spesso in quella fase tutti tendono a parlare in inglese per essere compresi da tutti.

Il problema è che se iniziamo a tradurre tardi si diffonde il panico perché tutti credono che ci sia qualche problema tecnico e nel giro di 5 secondi compaiono nella chat 20 messaggi di allarme del tipo: “No traduzione”, “Non si sente l’interprete”, “Ci sono problemi sul canale francese” o semplicemente “Francese??!!!”.

Ma anche partire troppo presto può causare qualche imbarazzo perché c’è il rischio di tradurre le parole di un partecipante che è inconsapevole di avere il microfono acceso (ad esempio una delegata che dice al marito: “Uffa, non vedo l’ora che finisca questa riunione!”) o uno scambio confidenziale tra due partecipanti (ad esempio due commerciali che concordano gli ultimi dettagli di una strategia da proporre a un cliente che sta partecipando alla riunione: “Proviamo a proporgli questo prezzo e vediamo se ci casca”).

Ogni volta che mi trovo nella situazione “inizio a tradurre o aspetto ancora?” immagino un direttore d’orchestra che compare magicamente sullo schermo del mio computer per darmi il via al momento giusto. Dato che questo purtroppo non avviene nella realtà, sta a me individuare il momento più adatto per cominciare a tradurre, basandomi sull’ascolto e sul buon senso. Ecco qualche suggerimento.

  • Quando la videoconferenza è trasmessa live, c’è poco spazio per le incertezze: basta prendere come riferimento l’inizio della diffusione, segnalata da una scritta o da un simbolo.
  • Se l’incontro prevede la presenza di un moderatore, è lui la persona che dobbiamo tenere d’occhio: con ogni probabilità ci sarà un momento in cui richiamerà tutti all’ordine e dirà qualcosa tipo: “Direi che possiamo cominciare”.
  • Quando ci rendiamo conto che la conversazione in corso riguarda tematiche personali, probabilmente i partecipanti sono ancora nella fase pre-incontro di lavoro. Meglio aspettare.
  • Se la conversazione riguarda tematiche personali, ma coinvolge altri partecipanti, che vengono chiamati per nome, può essere opportuno fare quantomeno una sintesi di quello che è stato detto. Esempio: una riunione di un’azienda italiana con 5 commerciali americani in cui un dirigente italiano dice ad un altro: “Sono appena rientrato dal Texas, dove ho incontrato John. Ci siamo divertiti un sacco, vero John?” laddove John è uno dei cinque commerciali americani. Anche se John non capisce l’italiano, ha sentito il suo nome e probabilmente si chiederà perché, quindi l’interprete dovrebbe a mio avviso accendere il microfono e riassumere brevemente il contenuto dello scambio.
  • In extremis, se proprio la conversazione va avanti a oltranza e ancora non ci sono segnali chiari che ci fanno capire che l’incontro di lavoro è ufficialmente iniziato, possiamo sempre contattare il moderatore (o l’eventuale responsabile dell’agenzia che gestisce l’evento) tramite un messaggio privato sulla chat o chiedergli nella sua lingua (quindi uscendo sul canale che sta ascoltando) se dobbiamo iniziare a tradurre. Ovviamente è una strategia di cui non abusare in quanto certamente la più invasiva.

La decisione dell’interprete di cominciare a tradurre o aspettare in una videoconferenza mette ancora una volta in evidenza che il nostro ruolo va ben oltre il mero trasporto di parole da una lingua all’altra, ma comporta tutta una serie di decisioni relative alla gestione dell’evento comunicativo che ci rendono parte attiva nella costruzione della comunicazione.

Come si trasformerà il settore dell’interpretazione?

Oggi sono in vena di previsioni. Non parlo delle previsioni del tempo, ma di come cambierà il mondo dell’interpretazione nei prossimi anni. Dall’inizio della pandemia siamo stati tutti travolti da un vortice di cambiamenti e molti interpreti hanno sperimentato l’interpretazione simultanea a distanza (RSI) per la prima volta. Certo, alcuni erano già preparati mentalmente ed equipaggiati materialmente, ma la maggior parte degli interpreti (me compresa) sono stati colti alla sprovvista.

Bisogna dirlo: il cambiamento è stato radicale. La vita di un interprete pre-pandemia era fatta di viaggi frequenti, lunghe giornate di lavoro in cabina fianco a fianco con i colleghi, strette di mano con i clienti (senza guanti e senza gel igienizzante!!!), vestiti eleganti, capelli in ordine e piacevoli pause caffè in compagnia.

Ora invece la nostra realtà quotidiana è punteggiata da lunghe permanenze in casa, giornate di lavoro solitarie davanti al PC, conversazioni coi clienti su mille mila piattaforme diverse, tuta e pantofole, chiome indomate e tazze di thé in compagnia del cane.

Ma che cosa succederà quando la pandemia sarà (speriamo presto) alle nostre spalle?

A mio parere, sarà impossibile tornare indietro. Anche se obtorto collo, la pandemia è stata un’opportunità sia per noi, che per i nostri clienti di imparare nuove modalità di lavoro e di apprezzarne anche i lati positivi (ne ho parlato in questo post). Se è vero che incontrarsi di persona faccia a faccia è sempre il modo più efficace di comunicare, bisogna riconoscere che l’interpretazione a distanza permette a noi e al cliente di risparmiare sui costi di trasferta, di conciliare in modo più semplice lavoro e famiglia, di coinvolgere anche partecipanti e/o colleghi distanti migliaia di chilometri e di ridurre il nostro impatto ambientale.

Per questo, se dovessi lanciarmi in previsioni, direi che in futuro le due modalità in presenza e a distanza impareranno a convivere: alcuni eventi con interpretazione continueranno a svolgersi in presenza, ad esempio quelli che durano svariati giorni e/o dai contenuti più delicati (convegni medici, convention aziendali, incontri di alto livello), mentre gli incontri più brevi e puntuali (consigli di amministrazione di routine, riunioni di aggiornamento aziendali, conferenze stampa) passeranno definitivamente alla modalità RSI.

Se sarà così, sarà anche il ruolo stesso dell’interprete ad evolversi, per avvicinarsi sempre di più a quello di consulente a tutto tondo. Come è già evidente per molti di noi, non sarà più sufficiente tradurre contenuti da una lingua all’altra: il nostro compito sarà accompagnare il cliente nell’identificazione della configurazione più appropriata per il suo evento. Saremo noi a suggerirgli qual è la tecnica di interpretazione più adatta, se è meglio la modalità in presenza o a distanza e, in caso di interpretazione a distanza, qual è la soluzione tecnica più efficace.

Certo, questo presuppone che dovremo metterci in gioco e superare quella che per alcuni interpreti è una paura quasi atavica della tecnologia. Dovremo imparare a districarci tra dozzine di software dedicati, che da qualche mese a questa parte spuntano come funghi, e centinaia di dispositivi hardware (microfoni, cuffie, mixer, ecc). Ma del resto, la voglia di imparare non è forse una delle caratteristiche più salienti di un interprete?

Feedback tra colleghi: quando e come

Durante gli anni di formazione tutti i futuri interpreti hanno ricevuto e dato feedback fino allo sfinimento. Conservo ancora bellissimi ricordi delle infinite sessioni di esercizio di interpretazione simultanea e consecutiva fatte all’università (o al bar durante le pause) in cui a turno pronunciavamo discorsi per fare esercizio, dandoci reciprocamente un feedback. A proposito, per chi fosse alla ricerca di siti su cui cercare discorsi, ecco qualche spunto.

Ricevere un feedback da un collega è estremamente utile, perché è l’unico modo di migliorare, ma ahimè quando si inizia a lavorare, spesso non c’è più occasione di averlo, per mancanza di tempo o voglia, a meno che non si faccia parte di un gruppo di esercizio o non si conosca un collega disponibile a fare uno scambio.

In questo post vorrei parlare di quando e come dare un feedback in un contesto professionale (ossia, fuori dall’università). Innanzitutto, quando è opportuno fornire un feedback ai colleghi? Semplice: quando un collega ce lo chiede. Sconsiglio vivamente di partire in quarta con commenti e annotazioni di nostra iniziativa senza che ci venga chiesto espressamente, a maggior ragione se stiamo lavorando con un(a) collega che conosciamo poco e/o che ha alle spalle più anni di esperienza di noi.

Nel momento in cui invece un(a) collega ci chiede espressamente un feedback, come è bene fornirlo? Fornire un feedback in maniera costruttiva non è affatto facile e ci vuole molta esperienza per imparare a farlo. In questo video ci sono alcuni consigli applicabile in tutti contesti.

Nell’ambito specifico dell’interpretazione, ecco alcune dritte per evitare situazioni imbarazzanti.

  • Non siamo obbligati. Possiamo rifiutarci se non siamo in grado di farlo o se mentre il collega lavorava ci siamo fatti gli affari nostri (male!)
  • Evitiamo tassativamente un atteggiamento arrogante. Fare i saputelli metterebbe a disagio il/la collega, che potrebbe non riuscire a lavorare al meglio, e poi… chi è al riparo da errori?
  • Siamo specifici. Non serve a nulla dire: “Non andava bene”. Al contrario, è utile fornire esempi concreti, come ad esempio: “Al posto della parola X a mio parere sarebbe stato meglio usare la parola Y”.
  • Utilizziamo la tecnica del sandwich. Diciamo prima le cose positive, poi quelle migliorabili, e infine altre positive per dare un parere sincero, ma senza scoraggiare il/la collega.
  • Suddividiamo i commenti per argomenti: ad esempio omissioni, errori di contenuto, imprecisioni grammaticali, qualità della resa, ecc.
  • Facciamo particolarmente attenzione alle tendenze ricorrenti piuttosto che a una singola parola che non andava bene. Ad esempio: “Ho l’impressione che tendi a fare molte pause piene”.
  • Non limitiamoci a dire quello che non va, ma cerchiamo di dare anche consigli per migliorare. Ad esempio: “Mi sembra che a volte non abbia chiuso le frasi, forse potresti provare a utilizzare la tecnica del salame”.

E voi avete modo di ricevere e dare un feedback a un collega?

Che cosa possiamo imparare dall’isolamento?

Il coronavirus si sta rivelando un dramma immenso per chi si è ammalato in prima persona o ha perso uno dei propri cari, e quantomeno una grande complicazione quotidiana per chi, come me, ha avuto la fortuna di non essere toccato direttamente. Siamo rintanati in casa da settimane e più le giornate si fanno soleggiate e le temperature gradevoli, più siamo insofferenti. Tuttavia, anche in questa situazione che non ci saremmo mai augurati di vivere, possiamo imparare qualcosa sia come persone che come professionisti.

Fa bene staccare ogni tanto

Certo, questa volta non abbiamo avuto molta scelta, ma per chi come noi interpreti è abituato a girare in continuazione come trottole impazzite, un po’ di riposo non guasta. E’ il momento giusto per concederci qualche ora di sonno extra e fare il pieno di energia per essere carichi quando ci sarà la ripresa (perché prima o poi ci sarà).

Non esiste solo il lavoro

Coloro i quali nella vita quotidiana si dedicano solo e soltanto al lavoro, in questo periodo stanno soffrendo ancora di più perché, archiviate le pulizie di primavera, non hanno molto altro da fare. Il tanto tempo libero a disposizione potrebbe essere un’occasione per riprendere i contatti con un vecchio amico che non sentiamo da mesi o per concederci i piccoli piaceri della vita, come leggere un libro che aspetta da mesi sul comodino in attesa di essere letto, guardare la quarta stagione di “La casa di carta” o bere un the in giardino senza guardare l’orologio.

Mai smettere di fare progetti

Anche se in circostanze normali le nostre vite sono talmente intense che finiamo per credere che non ci sia spazio per fare progetti, è sempre bene avere a portata di mano carta e penna per fare una lista dei nostri futuri traguardi e tirarla fuori nei momenti liberi. In caso contrario, al momento opportuno rischiamo di dimenticarceli, sprecando quel tempo prezioso che invece ora abbiamo a profusione. Queste settimane possiamo finalmente cogliere l’occasione per aggiornare il nostro sito, (ri)scrivere il CV, fare un corso online, fare la domanda di adesione a un’associazione professionale… e chi più ne ha più ne metta: usiamolo bene! Per chi fosse a corto di idee, ecco qualche suggerimento.

Attenzione al conto in banca

Per definizione noi freelance siamo abituati all’imprevedibilità delle entrate, condizione che ci insegna ben presto a fare come la formica più che come la cicala. Ovviamente nessuno di noi avrebbe mai potuto prevedere mesi interi di interruzione del lavoro, ma chi non aveva un gruzzoletto da parte sta avendo ancora più difficoltà. Sarebbe bene non dimenticarlo nei periodi di vacche grasse.

Diversificare le attività.

Noi interpreti abbiamo iniziato a subire le conseguenze della diffusione del coronavirus sin dai primi contagi: tutti i convegni sono stati immediatamente cancellati e gli spostamenti sono diventati impossibili. In questo contesto chi di noi si dedica ad altre attività, come la traduzione, l’insegnamento, la correzione di bozze, il voice over, ecc. è riuscito a cavarsela un po’ meglio.

E voi avete altri suggerimenti? Buona settimana, e speriamo che l’isolamento finisca presto e che ci renda persone e professionisti migliori.

Il valore aggiunto di un professionista

Qualche tempo fa ho avuto un grosso problema in casa: una perdita dalla colonna di scarico del bagno, un vero incubo! Senza pensarci due volte, la prima cosa che ho fatto è stato chiamare un idraulico consigliato da un conoscente, ossia un professionista del settore che probabilmente aveva già fatto il lavoro di cui avevo bisogno decine, se non centinaia di volte, e che infatti ha risolto rapidamente il mio problema.

Fare ricorso a un professionista per risolvere un problema potrebbe sembrare ovvio, ma in realtà non sempre è così. Spostandoci nel settore dell’interpretazione e della traduzione, infatti, non sempre si applica lo stesso ragionamento. Ho perso ormai il conto delle volte che mi sono sentita dire che per una traduzione o un’interpretazione si poteva fare a meno di professionista con affermazioni del tipo: “Mi arrangio da solo” oppure “Chiedo a mia nipote che questa estate ha fatto un corso in Inghilterra”.

In realtà soluzioni approssimative danno risultati ugualmente approssimativi, con conseguenze a volte disastrose. Io sono convinta del fatto che la preparazione e la professionalità abbiano ancora un valore aggiunto, che riassumerò in cinque punti.

Efficacia

E’ banale, ma non bisogna dimenticare che una traduzione amatoriale, fatta da una persona con una media conoscenza di una lingua straniera, non avrà mai la stessa efficacia di una traduzione realizzata da un traduttore professionista con anni di esperienza. Non mi stancherò mai di dirlo: per lavorare come interprete o traduttore conoscere una lingua straniera è fondamentale, ma non sufficiente: occorre tutto un bagaglio di conoscenze e competenze che non si possono improvvisare.

Tempi

Può essere divertente ogni tanto dilettarsi facendo cose che non si sono mai fatte prima, ma quando i tempi sono stretti, ad esempio se occorre la traduzione di un articolo da pubblicare su una rivista scientifica entro una settimana, non c’è tempo per fare esperimenti e nessuno è più veloce di un traduttore professionista.

Tranquillità

Affidarsi a un professionista di fiducia ci dà tranquillità e sicurezza: la nostra esigenza sarà soddisfatta da una persona con esperienza, quindi non dobbiamo più preoccuparcene o temere di aver fatto qualcosa di sbagliato.

Responsabilità

Nel momento in cui un professionista accetta un incarico, si impegna a svolgerlo nel migliore dei modi e a rimediare ad eventuali problemi. Nel mio esempio iniziale dell’idraulico, la mia colonna di scarico per qualche ragione che ignoro ha continuato ad avere qualche problema dopo il primo intervento, ma quando l’ho richiamato, l’idraulico è tornato e ha risolto, questa volta in maniera definitiva, il mio problema.

Risparmio

Sì, intendo proprio risparmio di denaro, perché una traduzione o un servizio di interpretazione approssimativo o sbagliato si traducono in una perdita di denaro. Un sito web aziendale con una traduzione raffazzonata comunicano un’immagine dell’azienda altrettanto raffazzonata, che probabilmente spingerà un potenziale cliente a cercare altrove.

E voi credete ancora nel valore aggiunto di un professionista? Preferite fare ricorso a un professionista o darvi al fai da te?

L’interprete sostenibile

In questo post, l’ultimo prima della pausa natalizia, vorrei toccare uno dei temi più attuali del momento: i cambiamenti climatici, tentando di rispondere ad una domanda ben precisa: come interpreti, in che modo possiamo ridurre il nostro impatto sull’ambiente?

Premessa: il nostro lavoro è potenzialmente molto inquinante. Per raggiungere le sedi delle conferenze in cui lavoriamo prendiamo molto spesso l’aereo per le tratte lunghe e l’auto per quelle più brevi, senza contare tutta la carta che utilizziamo per prendere appunti quando lavoriamo con la tecnica dell’interpretazione consecutiva.

Tuttavia, come tutti, nel nostro piccolo anche noi possiamo fare qualcosa per inquinare un po’ di meno. Ecco cinque semplici suggerimenti per essere più sostenibili:

  1. Evitiamo di stampare le slide o altri documenti del convegno se non è strettamente necessario: possiamo sempre vederle al computer.
  2. Se in cabina troviamo materiale stampato su un solo lato, al termine del convegno facciamo il giro delle cabine, recuperiamo quella carta (ovviamente a condizione che non contenga informazioni riservate) ed utilizziamola per comporre un blocco per la consecutiva: basterà inserire i fogli su un supporto rigido con una molla per bloccarli.
  3. Quando è possibile, cerchiamo di andare alle conferenze utilizzando i mezzi pubblici o condividendo l’auto con i colleghi.
  4. Portiamo con noi una borraccia per l’acqua e un thermos per il caffè per evitare di ritrovarci a fine giornata con eserciti di bottigliette di plastica vuoto (vedi foto) e bicchieri monouso.
  5. Quando è possibile, prepariamo per le trasferte un pasto da casa invece di comprare in giro o alle macchinette cibi monoporzione pieni di imballaggi (tra l’altro meno gustosi e salutari).

E voi avete altri suggerimenti per essere interpreti più sostenibili?

Buone feste natalizie e a rileggerci a gennaio!

Meglio un interprete uomo o donna?

In Italia ci sono ancora professioni ritenute più maschili che femminili o viceversa, anche se non sempre queste distinzioni sono legate a una reale motivazione. Tra le professioni ritenute tipicamente maschili ci sono il meccanico, il pompiere, l’idraulico e purtroppo, ancora troppo spesso, anche le posizioni di vertice in enti e pubblici e aziende. Viceversa, sono generalmente più associate alle donne professioni come l’insegnante, l’ostetrica, la badante e in generale tutte le professioni di cura. Ma l’interprete?

Non ho dati ufficiali alla mano, ma in maniera empirica posso dire con assoluta certezza che in Italia la professione dell’interprete è nettamente più rappresentata dalle donne che dagli uomini. Chiunque abbia messo piede in una facoltà di traduzione e interpretazione o di lingue straniere avrà certamente notato che i ragazzi rappresentano una sparuta minoranza rispetto alle ragazze e ancora oggi quando lavoro in équipe ci sono quasi sempre più colleghe che colleghi (se mai ce ne sono).

In generale, se un interprete è qualificato e sa fare il suo lavoro, il fatto che sia uomo o donna a mio avviso non dovrebbe avere alcuna importanza, ma a volte i clienti esprimono una preferenza specifica. In alcuni casi queste preferenze sono totalmente arbitrarie, arrivando talvolta persino a sminuire la nostra professionalità. Se ad esempio un cliente richiede un’interprete donna di una determinata fascia di età, con parametri fisici ben definiti e richieste specifiche in fatto di abbigliamento dovrebbe scattare l’allarme: c’è qualcosa che non va. Probabilmente il cliente non cerca un’interprete, ma una ragazza immagine. Non è un problema in sé: basta saperlo.

Esistono però situazioni in cui è effettivamente preferibile selezionare il sesso dell’interprete per ragioni reali. Ecco qualche esempio:

  • nel caso dell’interpretazione medica, una donna che deve sottoporsi a una visita ginecologica può legittimamente sentirsi più a suo agio con un’interprete donna (talvolta anche per motivi religiosi); viceversa per un paziente uomo, che può preferire un uomo per una visita andrologica;
  • nel caso dell’interpretazione radiofonica o televisiva a volte si preferisce abbinare un relatore uomo a un interprete uomo e viceversa per aiutare il pubblico a legare il personaggio che vede alla voce che sente;
  • casi particolari: ad esempio una volta mi è arrivata una richiesta per l’interpretazione di interviste a calciatori appena dopo una partita. Queste interviste si sarebbero svolte negli spogliatoi, quindi il cliente ha richiesto in maniera specifica un interprete uomo.

Conoscete altre situazioni in cui è legittimo specificare il sesso dell’interprete? Generalmente associate la professione dell’interprete più a una donna o a un uomo?

Qual è la migliore tecnica di interpretazione per il mio evento?

Uno dei compiti di un interprete professionista è aiutare il proprio cliente a scegliere la tipologia di interpretazione più appropriata per l’evento che sta organizzando per assicurarne la migliore riuscita. Per proporre la tecnica giusta per ogni tipo di evento occorrono delle informazioni precise, ma prima facciamo un rapido ripasso delle diverse tecniche di interpretazione.

Interpretazione simultanea

Si tratta della tecnica di interpretazione più utilizzata perché permette all’interprete di tradurre il relatore in tempo reale. In caso di incontri con più di due lingue la traduzione avviene in contemporanea in tutte le lingue. L’interpretazione simultanea si svolge in una cabina insonorizzata in cui gli interpreti hanno a disposizione una cuffia ciascuno, da cui sentono il relatore, e un microfono, da cui trasmettono la traduzione al pubblico, che li ascolta tramite una cuffia. Il pubblico può anche fare domande ai relatori parlando all’interno di un microfono, il cui suono arriva in cuffia agli interpreti, che possono tradurre per il relatore. E’ la tecnica ideale per gli incontri con molte lingue di lavoro e un pubblico vasto, nonché la tecnica in cui l’interprete ha la possibilità di lavorare nelle migliori condizioni.

Pro: permette di risparmiare tempo perché la traduzione è appunto simultanea

Contro: ha un prezzo più elevato perché occorre noleggiare attrezzatura tecnica e avvalersi dell’assistenza di un tecnico audio

Interpretazione simultanea con bidule

Uguale alla precedente, con la differenza che l’interpretazione non avviene in cabina, ma con il supporto di impianti mobili: l’interprete ascolta i relatori con una cuffietta o senza (in gergo, in oversound), a seconda delle dimensioni della sala, e trasmette al pubblico la traduzione tramite un microfono. Quindi l’attrezzatura tecnica è costituita da cuffie e microfoni. L’ideale per eventi itineranti, ma molto stancante per l’interprete se l’incontro ha una lunga durata perché ha le difficoltà della simultanea senza però la comodità dell’ambiente insonorizzato e della qualità del suono garantito della cabina.

Pro: permette di risparmiare tempo, ma costa meno della simultanea

Contro: non essendoci la cabina insonorizzata è molto stancante per gli interpreti e può risultare fastidiosa per il pubblico in sala che sente la voce dell’interprete in sottofondo

Chuchotage

La tecnica dello chuchotage, o interpretazione sussurrata, è la medesima della simultanea, con la differenza che avviene senza alcun supporto tecnico. L’interprete si posiziona accanto o dietro le persone a cui deve fornire la traduzione e sussurra la traduzione. Viste le condizioni in cui si svolge non può essere utilizzata per più di 3 persone ed è sconsigliata per lunghe giornate, perché è stancante sia per l’interprete che per chi usufruisce del servizio perché è costretto a rimanere sempre vicino all’interprete. Inoltre, può essere un elemento di disturbo per lo svolgimento della riunione. Per queste ragioni è una tecnica che si utilizza generalmente per interventi singoli in cui non è prevista l’interpretazione in cabina (magari per una lingua che non fa ufficialmente parte delle lingue di lavoro).

Pro: permette di fare a meno dell’attrezzatura tecnica

Contro: il sussurrare continuo dell’interprete può risultare fastidioso per il pubblico in sala; utilizzabile solo per pochi ascoltatori

Interpretazione consecutiva

Il relatore parla per circa cinque minuti e l’interprete prende appunti utilizzando una tecnica specifica di presa di note. Al termine di ogni porzione di intervento del relatore, l’interprete prende la parola e traduce quanto appena detto in un’altra lingua. E’ una tecnica che allunga di molto i tempi ed è infattibile per eventi con più lingue di lavoro.

Pro: non occorre attrezzatura tecnica

Contro: raddoppia i tempi

Interpretazione di trattativa

Simile all’interpretazione consecutiva, con la differenza che non vengono tradotte grosse porzioni di discorso, ma si traduce frase per frase. E’ la tecnica più utilizzata negli incontri bilaterali o nei negoziati commerciali in cui generalmente c’è uno scambio “botta e risposta”.

Pro: non occorre attrezzatura tecnica

Contro: si presta solo a eventi molto piccoli

Per capire quale di queste tecniche si presta maggiormente a un evento, pongo ai miei clienti alcune domande. Eccone alcune:

  • quante lingue di lavoro sono previste?
  • che tipo di incontro è? Informale o ufficiale? Riunione interna o conferenza?
  • qual è la durata dell’evento?
  • dove si svolge l’evento? In un piccolo ufficio o in una sala convegni attrezzata?
  • quanti sono i partecipanti?
  • quanti sono i relatori?
  • qual è lo scopo dell’evento?

Sulla base di queste informazioni l’interprete può suggerire l’opzione tecnica migliore per raggiungere l’obiettivo del cliente e, di conseguenza, coordinarsi eventualmente con l’azienda che si occuperà dell’impianto audio e/o con altri colleghi.

L’interpretazione interrompe il flusso creativo?

Si è da poco conclusa la Festa del cinema di Roma e, al di là dei film presentati e della sfilata di star, si è molto parlato della conferenza stampa di Bill Murray, caratterizzata da vari cambiamenti di programma: dal ritardo dell’ospite d’onore, alle incursioni sul palco, alla decisione di fare a meno della traduzione perché avrebbe “interrotto il flusso creativo”.

Per chi non l’avesse visto, ecco un video con parte dell’intervento:

Questo simpatico siparietto mi ricorda molto l’intervento di Grillo all’Università di Oxford, di cui ho parlato in questo blog: tanto brillante dal punto di vista comico, quanto fallimentare dal punto di vista dell’efficacia traduzione.

Così come in quella situazione, anche qui il problema non è assolutamente l’interprete, che in questo caso è l’arcinota e arcinavigata Olga Fernando ma, ancora una volta, l’organizzazione della traduzione. Per la conferenza stampa di Bill Murray gli organizzatori hanno scelto di organizzare il servizio di interpretazione optando per un mix tra le tecniche di interpretazione consecutiva e di trattativa.

I relatori stranieri avrebbero quindi dovuto parlare per qualche minuto e poi lasciare spazio all’interprete per tradurre quanto appena detto. Vista la personalità vulcanica di Bill Murray e degli altri relatori stranieri non c’è da stupirsi che questo tipo di impostazione sia stata percepita come un limite alla libera espressione.

E infatti a mio parere l’errore, come nel caso nell’incontro di Beppe Grillo, sta a monte: è stata scelta una tecnica di interpretazione sbagliata, infatti con l’interpretazione simultanea non ci sarebbe stato alcun bisogno di “interrompere il flusso creativo” perché l’interprete avrebbe potuto seguire i relatori in tutti i loro ragionamenti senza alcuna pausa. In secondo luogo, fattore totalmente ignorato dagli organizzatori che hanno acconsentito a fare a meno dell’interpretazione, in questo modo tutto il pubblico avrebbe potuto seguire gli interventi dei relatori stranieri, senza escludere gli spettatori che, legittimamente, potrebbero non avere un livello di comprensione di inglese tale da seguire gli interventi.

Ancora una volta, per avere un servizio di interpretazione efficace e che non venga erroneamente percepito come un elemento di disturbo, è fondamentale non solo avere a disposizione interpreti professionisti, ma anche una gestione del servizio affidata a professionisti.

Anche i freelance hanno un welfare

E’ tutto vero, non è uno scherzo! Anche i freelance hanno alcuni diritti in fatto di welfare, anche se non tutti i diretti interessati ne sono a conoscenza. Io, ad esempio, non lo sapevo e ho fatto questa piacevole scoperta lo scorso aprile in occasione di TradPro 2019 a Pordenone grazie alla bellissima relazione di Samanta Boni di ACTA.

In questo post vorrei accennare in maniera sintetica e assolutamente non esaustiva ad alcuni dei diritti più importanti che la legge ci riconosce, segnalando fonti molto più autorevoli di questo post per chi volesse fare ulteriori approfondimenti. Ma prima di tutto, una premessa fondamentale: tutto quello che è scritto in questo post si riferisce in maniera specifica ai freelance iscritti alla gestione separata.

Maternità

Partiamo da un lieto evento: la nascita di un figlio. Lo Stato prevede due tipi di congedo: il congedo di maternità e il congedo parentale, proprio come per i dipendenti.

Il congedo di maternità ha una durata di 5 mesi (2+3 o 1+4 in relazione alla data presunta del parto) con un’indennità pari all’80% del reddito medio giornaliero di riferimento, che corrisponde al reddito dei 12 mesi precedenti il congedo di maternità (quindi non dell’anno di calendario), cosa che complica un po’ i calcoli.

Il congedo parentale, invece, ha una durata totale di 6 mesi, frazionabili, ed è possibile usufruirne fino ai 3 anni del bambino. L’indennità per il congedo parentale corrisponde al 30% del reddito medio giornaliero di riferimento (come sopra).

Malattia

Purtroppo la vita non è solo fatta di eventi positivi e purtroppo a volte capita di ammalarci. Anche in questo caso la legge ci fornisce una qualche forma di sostegno. Esistono due situazioni ben distinte: la degenza ospedaliera e la malattia domiciliare.

Cominciamo dalla prima situazione: la degenza ospedaliera. In questo caso abbiamo diritto a un congedo pari a un massimo di 180 giorni nell’arco di un anno solare con un’indennità giornaliera che va da 21,99€ a 43,98€ a seconda dei contributi versati nei 12 mesi precedenti.

In caso di malattia domiciliare, invece, lo Stato ci riconosce il diritto a un’indennità per eventi superiori a quattro giorni, fino a un massimo di 61 giorni nell’arco di un anno solare. L’ammontare dell’indennità per malattia domiciliare corrisponde alla metà di quella ammessa per degenza ospedaliera, sempre a seconda dei contributi versati nei 12 mesi precedenti.

Certo, non parliamo di cifre da capogiro, ma è già qualcosa. E soprattutto è un peccato non usufruire di questi diritti sia dal punto di vista simbolico che economico, visto che una parte delle imposte che paghiamo è destinata proprio a coprire i servizi di welfare previsti per noi.

E per finire, ecco alcuni link utili: