“Tradurre me stessa è come essere la madre di due figli”

Per i lettori di Internazionale ormai si tratta di una vecchia conoscenza: da ben 17 settimane la scrittrice statunitense di origine bengalese Jhumpa Lahiri ci rapisce con la sua avventura alla conquista della lingua italiana. In ogni numero del settimanale la scrittrice parla di una tappa del suo percorso non solo di apprendimento, ma anche di “innamoramento” della lingua di Dante.

Essendo rimasta un pochino indietro, ho letto solo pochi giorni fa il racconto numero 15, intitolato “L’adolescente peloso” (pubblicato sul n.1052 di Internazionale, quello del 23/29 maggio 2014). In questo episodio la scrittrice racconta delle strane sensazioni da cui è stata investita quando si è ritrovata per una serie di circostanze a dover tradurre un suo testo scritto in italiano verso l’inglese, la sua lingua madre.

E’ interessante vedere le varie fasi del percorso: si parte dalla diffidenza nei confronti della traduzione altrui manifestata da chi le sta accanto:

ti conviene fare la traduzione da sola. Meglio tu che qualcun altro, altrimenti non sarà sotto il tuo controllo

alla spiacevole sensazione di tornare alla propria lingua madre dopo averla trascurata un po’:

provo un senso di estraneità. Come se mi imbattessi in un fidanzato di cui ero stufa, qualcuno che avevo lasciato anni fa

per poi avere la sensazione di dover gestire due fratelli che bisticciano

adesso, mentre traduco me stessa, mi sento la madre di due figli

e finalmente, la sensazione così familiare a ogni traduttore

non riesco a gestire la tensione, non sono capace di muovermi tra le lingue come un’acrobata. Mi viene in mente la sensazione sgradevole di dover essere due diverse persone allo stesso tempo

Per me la magia dello stare in mezzo a due persone che parlano lingue diverse o a due testi di lingue diverse è proprio questa: un miscuglio di tensione, commozione, ansia, e la sensazione di essere essenziale per la comunicazione o, come scrive meglio di me (non a caso) la scrittrice Jhumpa Lahiri:

credo che tradurre sia il modo più profondo, più intimo di leggere qualcosa. Una traduzione è un bellissimo incontro dinamico tra due lingue, due testi, due scrittori.