“Oggi il CEO ha presentato il P/L della BU dell’ACP”. Tutto chiaro, no? Ok, lo ammetto, sto un po’ esagerando, ma in questo post vorrei parlare degli acronimi, (più) croce (ch)e delizia di tutti gli interpreti. Negli ultimi anni ho notato che l’utilizzo degli acronimi da parte dei relatori è sempre più frequente, e capisco perché: fanno risparmiare tempo e fiato. Ma c’è un ma: siamo proprio sicuri che siano compresi da tutti? E noi interpreti come possiamo gestirli? Risposta a entrambe le domande: come al solito, dipende.
I grandi classici
Alcuni acronimi sono di immediata comprensione perché fanno (o dovrebbero far) parte della cultura generale di tutti. Talvolta, però, per noi interpreti costituiscono una difficoltà non nella comprensione, ma nella resa perché cambiano da una lingua all’altra. Faccio qualche esempio facendo riferimento alle mie lingue di lavoro:
– in italiano diciamo ONU, in inglese si parla di UN (United Nations), mentre in slovacco l’acronimo è OSN (Organizácia Spojených Národov)
– in italiano diciamo OMS, mentre in inglese si parla di WHO (da World Health Organisation)
– in italiano diciamo OCSE, mentre in inglese l’acronimo diventa OECD (Organisation for Economic Cooperation and Development) e in francese diventa OCDE (Organisation pour la coopération et le développement économique)
– in italiano parliamo di NATO, mutuato dall’inglese (North Atlantic Treaty Organisation), ma in francese l’acronimo diventa OTAN (Organisation du traité de l’Atlantique Nord)
– ultimo esempio della carrellata: in italiano parliamo di GDPR, mutuato dall’inglese (General Data Protection Regulation), che in francese diventa RGPD (Règlement général sur la protection des données).
Talvolta la faccenda si complica ulteriormente perché in alcune lingue vengono utilizzati più acronimi in relazione alla stessa organizzazione, solitamente uno in quella lingua e uno in inglese. Ad esempio, in italiano per fare riferimento all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati si utilizzano indistintamente due varianti: l’acronimo inglese UNHCR (da United Nations High Commissioner for Refugees) letto all’italiana e ACNUR, che ricalca la denominazione in italiano.
I tali e quali
Facciamo un passo indietro: prima di iniziare qualunque incarico, come interprete è fondamentale che io sappia chi sta ascoltando la mia traduzione. In base a questa informazione posso adattare la mia resa scegliendo, tra le altre cose, la strategia giù efficace per gestire gli acronimi. Facciamo un esempio: sono stata reclutata per fornire l’interpretazione simultanea dall’italiano all’inglese durante il sales meeting di un’azienda di moda. Il relatore che sto traducendo è il direttore marketing dell’azienda, che sta illustrando il nuovo piano marketing agli agenti. Gli italiani ascoltano direttamente il direttore e gli stranieri ascoltano la mia traduzione. Nonostante la mia preparazione (come sempre prerequisito fondamentale), a un certo punto il direttore marketing utilizza un acronimo che non ho mai sentito. In questo caso è verosimile che l’acronimo faccia parte del gergo aziendale e che sia chiarissimo a chi ci ascolta così com’è, quindi è molto probabile che nella mia traduzione potrò lasciarlo invariato, magari leggendolo seguendo le regole dello spelling della lingua di arrivo. Ovviamente, soprattutto se l’acronimo torna più volte, chiederò delucidazioni durante la prima pausa disponibile.
Gli insospettabili
C’è poi una categoria di acronimi particolarmente ostica: i nomi propri. Nella mia esperienza questa pratica è particolarmente comune in francese e la difficoltà è data dal fatto che, se come interpreti non abbiamo un’ampia cultura enciclopedica e se non ci è chiaro il contesto in cui ci troviamo, questi acronimi possono coglierci impreparati. Facciamo qualche esempio:
– DSK è Dominique Strauss-Kahn, ex direttore del FMI (altro acronimo!)
– NKM è Nathalie Kosciusko-Morizet, ex ministra
– BB è Brigitte Bardot
– PSG fa riferimento al Paris-Saint Germain, la nota squadra di calcio della capitale francese
I camaleonti
Rimaniamo in tema di acronimi ostici, perché ce ne sono alcuni che cambiano totalmente significato in base ai contesti. Ad esempio IP può voler dire “internet protocol” (è l’acronimo che usiamo quando parliamo di “indirizzo IP” in ambito informatico), ma è anche utilizzato in riferimento al concetto di “intellectual property”. Se poi passiamo al francese e ci spostiamo in ambito clinico, lo stesso acronimo è molto comune in riferimento al concetto di “investigateur principal”. Altro esempio: PM può significare “project manager” o “prime minister”, una bella differenza, no?
E quindi, che si fa?
Insomma, da far girare la testa… Quello che possiamo fare noi interpreti è cercare di prevenire eventuali difficoltà a monte preparandoci al meglio e chiedendo al cliente e/o ai relatori di anticipare e spiegare eventuali acronimi che saranno utilizzati durante gli interventi. Questo è un altro dei motivi per cui è fondamentale fornire sempre agli interpreti il materiale per la preparazione in anticipo.
Una strategia che utilizzo spesso nei miei incarichi, data la mia idiosincrasia per gli acronimi, è scrivere quelli che potrebbero essere utilizzati nelle varie lingue su un post-it da tenere sempre davanti agli occhi in cabina perché so che, nella concitazione della simultanea, potrei rischiare di non tradurli correttamente.
Nota conclusiva positiva: per quante difficoltà possono crearci, gli acronimi possono anche diventare nostri alleati perché in simultanea ci permettono di risparmiare tempo, ma se li usiamo e non siamo certi che siano universalmente noti, è sempre bene spiegarli almeno la prima volta.
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