Le dispiace se la registro?

Lavorando come interprete prima o poi arriva inevitabilmente il giorno in cui un cliente ci chiederà il permesso di registrare la nostra interpretazione. Anche se a prima vista potrebbe sembrare una richiesta legittima e “innocente”, in realtà va ponderata con molta attenzione.

A differenza di una traduzione scritta, che una volta terminata rimane per sempre a disposizione dei posteri, l’interpretazione orale di un discorso o di una riunione è strettamente legata al contesto e all’evento comunicativo in cui si svolge, da cui non andrebbe mai scissa.

Quando l’interprete traduce, essendo presente in carne e ossa all’evento, tiene conto anche delle componenti non verbali e paraverbali della comunicazione, come il tono e la postura del relatore. Parimenti, chi ascolta l’interprete ha a disposizione anche le componenti non verbali e paraverbali della sua resa, soprattutto quando si utilizzano le tecniche dell’interpretazione consecutiva o dello chuchotage, in cui l’interprete è anche fisicamente visibile al pubblico. In altre parole, se la resa venisse registrata, estrapolata dal suo contesto e riascoltata dopo molto tempo potrebbe risultare incompleta o in alcuni casi non perfettamente comprensibile.

All’elemento della fruibilità si aggiunge anche quello della responsabilità. Interpretare presuppone già di per sé una grande responsabilità, perché la comprensione del messaggio da parte di chi ascolta l’interprete dipende dalla sua resa, ma registrare la traduzione dell’interprete rende questa responsabilità ancora più gravosa.

Infine c’è la questione della proprietà intellettuale. L’interprete viene reclutato per fornire i suoi servizi espressamente per quell’evento con l’obiettivo specifico di far comprendere a chi lo ascolta il contenuto della riunione. Tuttavia, in termini di proprietà intellettuale, il contenuto dei discorsi appartiene ai relativi relatori, mentre la traduzione corrispondente nella lingua di arrivo appartiene all’interprete.

Per le ragioni sopra elencate, va da sé che un committente non dovrebbe sentirsi automaticamente autorizzato a registrare la resa dell’interprete. Al contrario, la questione della registrazione deve essere negoziata tra cliente e interprete come qualsiasi altro aspetto dell’incarico.

Quindi, se un cliente vuole registrare la resa dell’interprete dovrebbe:

  • chiederlo all’interprete / agli interpreti con largo anticipo, non il giorno stesso della riunione
  • chiedere anche l’assenso dei relatori
  • MAI registrare di nascosto senza chiedere prima il permesso
  • concordare con l’interprete / gli interpreti un compenso extra, che in Italia normalmente si aggira intorno al 50% del compenso giornaliero
  • inserire la clausola della registrazione nel contratto di interpretazione
  • in caso di accordo, effettuare la registrazione predisponendo con i tecnici audio una soluzione che registri direttamente dagli impianti e non ad esempio inserendo in maniera rudimentale un registratore in cabina in caso di interpretazione simultanea (luogo in cui gli interpreti possono legittimamente durante le pause scambiarsi comunicazioni personali)

Per quanto riguarda il pagamento del compenso extra, solitamente si fa un’eccezione in caso di registrazione di riunioni interne, quindi non destinata alla pubblicazione (ad esempio finalizzata solo alla stesura del verbale). Le altre regole rimangono valide.

Infine, in caso di trasmissione (precedentemente concordata con gli interpreti) della resa in diretta streaming, è sempre buona norma, come fanno le maggiori istituzioni internazionali, inserire sul sito che trasmette lo streaming un disclaimer che precisa che la resa degli interpreti serve solo a fini comunicativi e che fa fede l’originale.

La gestualità dell’interprete

La prossima volta che vi capita di andare ad una conferenza internazionale con un servizio di interpretazione simultanea multilingue provate a fare un test: osservate tutte le cabine, soffermandovi sulla gestualità utilizzata dagli interpreti al lavoro nelle diverse lingue. Scommettiamo che la cabina italiana sarà quella più effervescente?

Stereotipi a parte, come scrivevo in un post di qualche anno fa, noi italiani proprio non ce la possiamo fare: gesticolare fa proprio parte della nostra natura, anche se chi ci ascolta in cuffia in teoria non può vederci, e quindi non può “beneficiare” della comunicazione veicolata dai nostri gesti. Ma è accettabile che un interprete gesticoli?

Cerchiamo di fare un distinguo tra i vari contesti. Se stiamo lavorando in cabina di simultanea, a meno che non diventiamo molesti con il nostro compagno di cabina (come invece accade nel video di questo post), perché mai dovremmo limitarci? Se gesticolare fa parte della nostra natura, sforzarci di non farlo richiederebbe concentrazione e autocontrollo, e dato che l’interpretazione simultanea assorbe già una grande quantità di energia, dal punto di vista cognitivo aggiungere un ulteriore compito costituirebbe uno spreco. Durante la simultanea ogni interprete si concentra a modo suo: c’è chi gesticola, chi scarabocchia e chi lavora a maglia. Purché si faccia un buon lavoro e non si disturbi il collega, a mio avviso è tutto permesso.

Se stiamo lavorando in consecutiva o in trattativa, situazioni in cui siamo fisicamente presenti nell’interazione, a mio avviso una certa componente non verbale può contribuire a trasmettere in maniera più incisiva il messaggio dell’oratore che stiamo traducendo, insieme al tono della voce e a tutto il resto. In questi contesti dovremmo sempre tenere a mente alcune linee guida:

  • mai esagerare: anche se qualcuno dice che gli interpreti sono attori mancati, non siamo stati chiamati per fare uno show
  • cerchiamo di attenerci alla lingua-cultura nella quale stiamo traducendo: se stiamo traducendo verso l’inglese cerchiamo di contenerci, mentre invece se stiamo traducendo verso l’italiano possiamo assecondare un po’ di più la nostra spontanea gestualità. Anche se questo “adeguamento linguistico-culturale” potrebbe sembrare in teoria un po’ complicato e forzato, in realtà col tempo diventa automatico
  • non dimentichiamo che alcuni gesti hanno significati completamente diversi in diverse culture: nel corso della nostra formazione di interpreti è importante diventare consapevoli di queste differenze. Nel dubbio, meglio adottare il principio di cautela e tenere le mani impegnate (una con il blocco degli appunti e una con la penna)

Se invece stiamo lavorando in chuchotage, per non disturbare gli altri partecipanti e il relatore, oltre a tenere basso il volume della voce (non a caso si chiama chuchotage o interpretazione sussurrata), è bene limitare al massimo la gestualità.

Certificarsi come interprete

Come ho già scritto molte volte su questo blog, in Italia purtroppo la professione dell’interprete, così come quella del traduttore, non è regolata da un albo professionale. Oltre a ricadute di natura fiscale e previdenziale non indifferenti, la diretta conseguenza di questo vuoto normativo è che di fatto chiunque può proporsi come interprete senza alcun bisogno di dimostrare di averne le qualifiche o le competenze.

Non è raro infatti che chi, per un motivo o per un altro, conosce due lingue ritenga automaticamente che questo basti per lavorare come interprete o traduttore: non è così perché, come cerco sempre di dimostrare in questo blog, sono necessarie molte altre competenze. Se è anche vero che ci pensano i clienti ed il mercato a fare una cernita tra un “interprete titolato” ed uno improvvisato, non è comunque piacevole non vedere riconosciuta la propria professionalità in modo tangibile.

In mancanza di un albo, esitono tuttavia percorsi alternativi che permettono a un interprete qualificato (e per qualificato intendo con una laurea inerente al campo dell’interpretazione e/o con una lunga esperienza nel settore) di certificare le sue competenze. Eccone alcuni.

Associazioni professionali

Per essere accettati in un’associazione professionale di interpreti occorre dimostrare di averne le qualifiche. Ecco perché farne parte, oltre a offrire tutta una serie di benefici di cui parlerò nel prossimo post, è per i nostri clienti una garanzia di professionalità. In Italia esistono diverse associazioni professionali di interpreti: le più importanti sono AIIC, AssoInterpreti, AITI, ANITI e TradInfo.

Camera di Commercio

Tutte le Camere di Commercio dispongono di liste di interpreti accreditati in quello che viene chiamato Ruolo di Periti ed esperti, categoria Interpreti e traduttori da cui, in teoria, potenziali clienti potrebbero attingere in caso di necessità. Anche se personalmente non ho mai ricevuto un incarico grazie alla mia iscrizione alla Camera di Commercio della mia zona, ritengo si tratti comunque di un accreditamento che mi dà credibilità nei confronti dei clienti. Chi fosse interessato troverà informazioni dettagliate sul sito della propria Camera di Commercio di competenza.

Tribunale

C’è anche la possibilità di registrarsi presso il Tribunale della propria zona di competenza. In questo caso la procedura è un po’ più complessa e ha come prerequisito l’iscrizione alla Camera di Commercio. Per fare domanda occorre presentare tutta una serie di documenti e pagare una quota una tantum. Esistono due registri separati: quello dei Consulenti tecnici che operano in ambito civile e quello dei Periti in ambito penale. Attenzione però: prima di fare questo passo bisogna riflettere a fondo perché rendersi disponibile a lavorare per il tribunale vuol dire accettarne le condizioni di incarico che potrebbero includere in alcuni casi lavorare in carcere, essere chiamati a orari improbabili e essere pagati in vacazioni con tempi non propriamente celeri.

Norma UNI 11591:2015

Da qualche anno esiste anche la certificazione Norma Uni 11591:2015 che ha il merito di definire in maniera molto precisa i diversi profili professionali di interpreti (distinti in Interprete di conferenza, Inteprete in ambito giuridico-giudiziario, Interprete in ambito socio-sanitario e Inteprete in ambito commerciale) e traduttori (con le diverse categorie di Traduttore tecnico-scientifico, Traduttore giuridico-giudiziario e Localizzatore). L’iter per accedere alla certificazione, che ha una durata di 5 anni, è diversificato per chi è già socio ordinario di un’associazione professionale riconosciuta. A questo link si trovano tutte le informazioni.

Istituzioni internazionali

Infine, un altro modo per attestare la propria professionalità consiste nel sostenere e superare esami di accreditamento presso le istituzioni internazionali (Unione Europea, ONU, NATO, ecc.). Ogni istituzione ha le sue specifiche regole di accesso in termini di profilo lingiustico, competenza ed esperienza, ma di certo ricevere il benestare di istituzioni così rilevanti aggiunge molto lustro al profilo professionale di un interprete.

Il signor Panfilo è gentilmente desiderato sul palco

Qualche tempo fa una collega spagnola, che è soprattutto una cara amica, mi ha raccontato una storia che mi ha fatto molto ridere. Stava lavorando in simultanea durante un convegno molto serio e tra i delegati c’era anche un relatore italiano il cui cognome era Panfilo (che pronunciamo con l’accento sulla “a”: Pànfilo).

Pur non tra i più diffusi, per noi italiani questo è un cognome come un altro, che normalmente non desta nessuna reazione particolare. Invece, come mi ha spiegato la collega, sul pubblico spagnolo avrebbe avuto un effetto molto comico perché la parola pánfilo (che si pronuncia come in italiano, con l’accento sulla “a”) in spagnolo vuol dire “idiota/tardo nel comprendere/stupidotto”.

Prevedendo le risatine dei delegati spagnoli nel sentir pronunciare quella parola per loro comica in quel contesto e, soprattutto, immaginando lo stupore dell’ignaro relatore italiano, che molto probabilmente non avrebbe capito il motivo di quella reazione al suo cognome, la collega ha deciso di intervenire per evitare imbarazzi: ha pronunciato il cognome molto velocemente, a voce più bassa e cambiando l’accento (spostandolo sulla “i”: “Panfìlo”) nel tentativo di confondere le acque. In questo modo il pericolo ridarella è stato scampato e nessuno si è sentito incomprensibilmente deriso.

Questo episodio divertente mostra un’altra sfaccettatura che contraddistingue il ruolo dell’interprete, che va ben oltre il mero trasporto di parole da una lingua ad un’altra. Infatti, l’interprete è chiamato a fare costantemente scelte e valutazioni, sia linguistiche che comunicative, tenendo conto della specifica situazione comunicativa in cui si trova e cercando di mettersi sempre nei panni di chi lo sta ascoltando. La sua missione è fare in modo che il pubblico per cui sta traducendo recepisca il messaggio del relatore nel modo più simile in cui il relatore ha inteso produrlo nella sua lingua.

Questo significa che se il relatore fa una battuta, e quindi vuole creare un effetto comico, l’interprete deve cercare di creare il medesimo effetto, a volte anche modificando la forma. In questo caso il cognome del relatore avrebbe potuto produrre un effetto comico involontario, per questo la collega ha deciso di intervenire per evitare la distorsione. Non bisogna dimenticare che questi ragionamenti avvengono nella testa dell’interprete nell’arco di frazioni di secondi, in contemporanea con parecchie altre attività non da poco (ascolto del relatore, produzione del suo discorso nell’altra lingua, automonitoraggio, ecc.). Insomma chapeau alla prontezza e lucidità della collega: questa volta il signor Panfilo è salvo!

Serve una bella voce per fare l’interprete?

Una domanda che non ci poniamo mai. Sembra quasi una frivolezza, ma in realtà si tratta di un aspetto a cui pensa spesso chi ci ascolta in simultanea (comprensibilmente, visto che sentono la nostra voce in cuffia per ore).

Tuttavia, è difficile definire il concetto di “voce bella”. Non esiste un criterio oggettivo di valutazione, anche se ci sono degli estremi su cui ci si trova abbastanza concordi. Ad esempio una voce molto grave o, a maggior ragione, molto acuta, può risultare sgradevole, così come probabilmente non è bello ascoltare un interprete con la voce raffreddata o che tossisce in continuazione.

L’importanza attribuita alla “bella voce” dell’interprete varia molto in base al contesto di lavoro: ad esempio nell’ambito dell’interpretazione radiofonica o televisiva viene certamente percepito come un criterio molto più rilevante rispetto a quanto non lo sia durante un convegno di odontoiatria.

Detto questo, se parliamo del timbro vero e proprio, temo non ci sia un grande margine di manovra, perché pur non essendo un’esperta del settore, non mi risulta che possa essere modificato in modo sostanziale. La buona notizia però è che possiamo migliorare il modo in cui il nostro eloquio viene percepito da chi ci ascolta lavorando su alcuni aspetti:

  • fluidità: meglio produrre un discorso scorrevole, senza aumentare e diminuire in continuazione la velocità
  • intonazione: non dovrebbe essere eccessivamente piatta, per evitare effetti soporiferi
  • pause piene (ehm, mh, ah, ecc.): meglio privilegiare le pause vuote
  • respiro affannoso: evitiamolo per evitare di produrre un effetto ansiogeno
  • accento regionale: in una certa misura a mio avviso è anche gradevole, ma non dovrebbe superare certi limiti
  • volume e distanza dal microfono: per non stancare noi stessi, il nostro compagno di cabina e chi ci ascolta dovremmo trovare un buon equilibrio. Se parliamo a voce troppo bassa o troppo distanti dal microfono, il pubblico potrebbe fare fatica a sentire quello che diciamo, mentre se eccediamo nel senso opposto rischiamo di fare venire a tutti (noi stessi compresi) un fastidioso mal di testa dopo mezz’ora di conferenza.

Ricapitolando: un bel timbro di voce per un interprete è sicuramente un punto in più, ma anche chi non ha ricevuto il dono da madre natura può fare molto per migliorare il modo in cui il proprio modo di parlare viene percepito da chi ascolta. Anche per questo, è utilissimo registrarsi (nelle varie lingue di lavoro) e riascoltarsi di tanto in tanto per sentire l’effetto che fa non solo quello che diciamo, ma anche come lo diciamo.

Le 10 virtù dell’interprete freelance (1)

Il lavoro dell’interprete freelance è l’antitesi della routine: ogni giorno ci ritroviamo a lavorare in luoghi diversi, con persone diverse e a discutere di temi diversi. Vivere del nostro lavoro, svolgerlo al meglio e mantenere l’equilibrio psico-fisico senza soccombere allo stress o allo sconforto a volte non è facile e richiede attitudini personali che vanno ben al di là delle competenze meramente linguistiche e tecniche. In questo e nel prossimo post vorrei elencare 10 virtù che secondo me non possono mancare a un interprete freelance.

Capacità di ascolto

Ascoltare significa seguire con la massima attenzione il ragionamento del relatore tanto da riuscire persino a prevedere quello che sta per dire. Nella sua accezione più ampia, essere all’ascolto vuole anche dire avere la sensibilità di capire qual è l’obiettivo del nostro cliente e aiutarlo a raggiungerlo.

Serietà

Prendere il nostro lavoro sul serio vuol dire essere affidabili e consapevoli delle responsabilità che comporta e offrire il miglior servizio possibile, accettando solo incarichi che siamo certi di poter svolgere al meglio, preparandoci nel migliore dei modi, arrivando in orario e offrendo la soluzione più adeguata in base alle esigenze del cliente.

Pazienza

I primi anni di attività sono difficili per tutti: farsi conoscere richiede molto tempo, ma quando si semina bene prima o poi i frutti arrivano. Il lavoro dell’interprete è molto basato sul passaparola, e un cliente soddisfatto sarà sempre propenso a consigliarci a qualcuno, così come una collega che si è trovata bene a lavorare con noi potrebbe chiamarci se ha bisogno di essere sostituita.

Propositività

Questo punto si lega un po’ al precedente. La pazienza è fondamentale, ma non vuol dire che se non facciamo nulla i clienti verranno a bussare alla nostra porta: bisogna rimboccarsi le maniche, farsi venire qualche idea (iscriversi a un’associazione, frequentare un corso, stampare un volantino e distribuirlo alle fiere, ecc.) e trovare il modo più giusto per proporsi.

Flessibilità

E qui torno all’incipit di questo post: il lavoro dell’interprete è proprio l’antitesi della routine… sì, ma sia nel bene che nel male e a volte bisogna essere pronti a cambiare programma molto rapidamente. Esempio di vita reale: tempo fa ero a Parigi per un lavoro e il mio programma era prendere l’aereo per l’Italia l’indomani mattina, ma mi è arrivata la telefonata di un’azienda che aveva bisogno di un interprete il giorno dopo proprio a Parigi per una delicata trattativa programmata all’ultimo minuto. Mi sono presa 5 minuti di tempo per riflettere. Ovviamente nessuno mi obbligava ad accettare, stravolgendo i miei piani, ma mi sono fatta guidare dall’istinto e ho accettato. In questo caso la flessibilità ha pagato, perché ho conosciuto un cliente con cui mi sono trovata benissimo e con cui ho avuto modo di lavorare anche in seguito.

Quali sono le altre cinque virtù? Appuntamento al prossimo post 😉

Sbocchi alternativi con una formazione da interprete

Quando frequentavo il corso di Laurea Magistrale in Interpretazione di Conferenza a Forlì la classe al completo (tra tutte le lingue) era composta da circa 30 studenti. A quasi 10 anni dalla laurea (o mamma mia, meglio se non ci penso…), a spanne direi che ad aver intrapreso la strada dell’interpretazione saremo una decina, quindi in percentuale circa il 30%. Ovviamente è un campione minuscolo e il rigore scientifico di questa statistica lascia molto a desiderare, ma “a sensazione” non credo che sia un dato molto lontano dalla realtà.

Dicevo quindi il 30%, una percentuale non molto alta: perché investire tempo, soldi ed energie in un percorso così impegnativo per poi non sfruttare le competenze acquisite? Bé, per tanti motivi: a volte per scelte personali, in altri casi pesano le mille variabili del mercato dell’interpretazione. Ma c’è una buona notizia: anche se si decide o si è costretti a cambiare strada, la formazione da interprete può essere riciclata, con i dovuti aggiustamenti, in molti modi diversi, dando accesso a sbocchi professionali alternativi.

Il traduttore

Potrebbe sembrare un salto breve, ma nella pratica ci sono differenze molto significative tra il lavoro dell’interprete e quello del traduttore, sia dal punto di vista dello stile di vita che nella pratica vera e propria. L’interprete viaggia spesso, mentre il traduttore lavora da casa. L’interprete lavora “in diretta” su discorsi orali e non può permettersi di ponderare per 10 minuti la miglior traduzione di una parola in quel determinato contesto, mentre il traduttore lavora su testi scritti e ha più tempo per dare sfogo al suo perfezionismo (pur non essendo immune dallo stress da consegna). Se le competenze linguistiche di partenza necessarie per esercitare le due professioni sono simili, cambiano radicalmente quelle tecniche e un interprete di formazione che vuole lavorare come traduttore a tempo pieno deve colmare alcune lacune, prima fra tutti deve essere in grado di padroneggiare i programmi di traduzione assistita (i cosiddetti CAT tools).

L’insegnante

Nell’ambito dell’insegnamento c’è una vasta gamma di opzioni possibili per chi ha una formazione da interprete: corsi di lingua per bambini, per adulti, in scuole statali, private, all’università, in aziende, ripetizioni private, corsi di interpretazione all’università o in enti privati, corsi di public speaking in presenza, online, webinar… insomma chi più ne ha più ne metta. Ovviamente fare formazione non è un percorso da sottovalutare perché avere delle conoscenze non vuol dire essere in grado di trasmetterle, ma chi sente la propensione per l’insegnamento ha molte possibilità da esplorare.

Il project manager

Molti neolaureati iniziano il loro percorso lavorativo in un’agenzia di traduzione. Pur non avendo mai fatto questa esperienza, credo sia utilissimo passare un po’ di tempo “dall’altra parte della barricata” per imparare a gestire le relazioni con i clienti, per comprendere la logica delle tariffe e per capire quello che le agenzie si aspettano dagli interpreti: tutte informazioni preziosissime se in seguito si decide di fare il salto nella libera professione.

Il commerciale estero

Anche questa un’opzione molto gettonata perché coniuga parte degli aspetti dinamici del lavoro da interprete (le trattative d’affari, i viaggi, l’utilizzo quotidiano delle lingue straniere), con la sicurezza di un contratto e di uno stipendio fisso.

Lavori in ambito turistico

E’ risaputo che chi lavora in ambito turistico non può fare a meno di conoscere le lingue straniere. In questo caso le opzioni sono le più disparate e variano da profili più “dietro le quinte” (dipendente di agenzia di viaggi, receptionist di hotel) a lavori più “nomadici” per chi proprio non riesce a staccarsi dalla valigia (staff di crociere, animatore turistico, scrittore di guide turistiche).

Osservatore elettorale

Questo è un caso reale di un’amica e collega con la formazione da interprete che di tanto in tanto parte per lunghe missioni in luoghi del mondo fuori dai sentieri battuti in occasione delle elezioni come osservatore elettorale dell’Unione Europea. Per questo profilo le competenze linguistiche sono fondamentali perché gli osservatori elettorali vanno nei Paesi di cui parlano la lingua, ma oltre a queste c’è bisogno di una preparazione specifica e approfondita.

Alcuni di questi profili sono conciliabili con il lavoro di interprete: molti colleghi interpreti fanno anche traduzioni (me compresa) e/o insegnano e l’amica osservatrice elettorale che ho citato prima lavora anche come interprete. Mentre a volte si rivelano deviazioni temporanee che sbucano sulla strada dell’interpretazione, arricchendo il nostro bagaglio di conoscenze. E voi conoscete altri sbocchi lavorativi per chi ha la formazione da interprete?

Come prepararsi per una conferenza?

Lo studio preparatorio che precede una conferenza è sempre stata una delle parti che preferisco del lavoro di interprete perché puntualmente mi ritrovo con gli occhi sgranati sullo schermo per aver scoperto qualcosa di incredibile e per me assolutamente ignoto fino a quel momento. Oltre ad essere fondamentale per la qualità della resa durante il convegno, la preparazione è però anche una fase del lavoro delicata perché il rischio di divagare perdendosi tra i mille mila video di Youtube senza trovare le informazioni giuste è altissimo.

Molte volte gli interpreti che hanno cominciato a lavorare prima dell’avvento di internet mi hanno raccontato di quanto fosse complesso trovare informazioni: ore e ore passate in biblioteca a sfogliare tomi su tomi, nella speranza di trovare le informazioni che cercavano. Oggi, invece, abbiamo il problema opposto: siamo sommersi dalle troppe informazioni e la vera abilità è seguire il filo giusto.

Per un interprete, le tempistiche e le modalità di preparazione per una conferenza dipendono da molti fattori, in particolare la quantità e qualità del materiale trasmesso dal cliente, il tempo a nostra disposizione, la tecnicità dell’argomento e l’esperienza pregressa dell’interprete in quel determinato campo. Ovviamente ogni interprete ha il suo metodo, e nessuno è migliore dell’altro, ma in questo post parlerò del mio, utilizzando come esempio una situazione reale, per poi illustrare le diverse fasi della preparazione.

Qualche mese fa ho svolto un incarico di interpretazione simultanea tra l’italiano e il francese durante un convegno sugli affreschi in Corsica, avendo a disposizione 4-5 giorni di tempo per prepararmi e non essendo una specialista né di arte, né tantomeno di affreschi.

Come quasi sempre, il mio metodo di preparazione è consistito nel partire dal generale per poi scendere sempre più nel dettaglio:

  • innanzitutto ho dato un’occhiata veloce al programma per farmi un’idea delle tematiche trattate
  • ho creato una tabella su un foglio word scrivendo a ruota libera i termini che presumibilmente potevano venir fuori durante un convegno sugli affreschi
  • sono partita dalle pagine francese e italiana di Wikipedia dedicate agli affreschi, per raccogliere un po’ di terminologia di base sulle tecniche utilizzate
  • ho cercato su Youtube delle conferenze sul tema degli affreschi in generale, sia in italiano che in francese. Solitamente all’inizio della preparazione ascolto solamente e poi, quando ho acquisto una base terminologica, li traduco in simultanea per simulare le difficoltà, fermandomi ogni volta che è necessario per approfondire un concetto o un termine
  • ho riletto il programma con attenzione per individuare gli specifici sottotemi trattati
  • ho fatto ricerche approfondite per ogni sottotema
  • ho studiato tutto il materiale trasmesso dai relatori (abstract, relazioni, presentazioni power point) ricercando tutti i concetti o termini sconosciuti nell’altra lingua
  • a quel punto ho fatto ricerche su Google inserendo nel campo di ricerca il nome di ciascun relatore e il tema dell’intervento. Più di una volta mi è capitato di trovare relazioni che poi si sono rivelate molto (ma molto!) simili a quelle esposte durante il convegno (che soddisfazione!)
  • ho ripetuto la stessa operazione su Youtube, per vedere le facce dei relatori (e poi riuscire a riconoscerli al convegno per chiedere chiarimenti dell’ultimo minuto) e familiarizzare con il loro stile di eloquio o accento, a questo punto traducendoli direttamente in simultanea
  • infine ho fatto una ricerca sul luogo in cui si svolgeva il convegno per essere preparata a cogliere eventuali riferimenti a monumenti, fiumi o personalità famose della città
  • al termine di queste operazioni mi sono ritrovata con un bel glossario pieno di preziosa terminologia che ho mandato alla collega, studiato fino alla nausea e portato in cabina, aggiornandolo in tempo reale durante il convegno per un eventuale incarico futuro simile.

E voi, come vi preparate o vi preparereste per lavorare come interprete a una conferenza?

Il decalogo del perfetto oratore

Ai tempi dell’antica Roma una parte importante dell’istruzione formale era dedicata allo studio della retorica e dell’arte oratoria. Da allora è passata molta acqua sotto i ponti, l’era di Cicerone è passata da un pezzo… e si vede. Partecipando a conferenze o ascoltando dibattiti politici, tutti noi abbiamo avuto certamente l’occasione di notare la differenza tra i buoni e i cattivi oratori. Se per uno spettatore, il metro di giudizio più semplice da utilizzare per valutare la qualità di un oratore è la sua capacità di tenere viva l’attenzione del pubblico, dal punto di vista dell’interprete entrano in gioco altre variabili.

In questo post vorrei elencare alcune linee guida che dovrebbero essere seguite dagli oratori laddove è prevista l’interpretazione simultanea. Ho tratto spunto dalle Guidelines for speakers di AIIC e dalle linee guida dell’OIL ai relatori a cui ho aggiunto qualche altro punto sulla base della mia esperienza.

  1. Al momento di prendere la parola, è bene controllare che il microfono sia acceso, possibilmente evitando di fare la prova battendo le dita sul microfono, perché questo suono, apparentemente inoffensivo, nelle cuffie degli interpreti viene amplificato, diventando molto fastidioso.

  2. L’oratore dovrebbe tenere il microfono alla giusta distanza, né troppo vicino, né troppo lontano, per evitare che fischi (con le conseguenze di cui sopra).

  3. Se l’oratore vuole pronunciare il discorso stando in piedi o spostandosi nella sala è bene che si assicuri di avere un microfono ad archetto o di tipo equivalente perché se non parla al microfono, per quanto possa sforzarsi di parlare a voce alta, quello che dice non potrà essere tradotto.

  4. Se non comprende la lingua degli spettatori, è bene che l’oratore si doti preventivamente di un ricevitore per ascoltare la traduzione nella sessione dedicata alle domande.

  5. Un buon oratore dovrebbe esprimersi parlando a una velocità non eccessiva per permettere agli interpreti di tradurre in maniera accurata ciò che sta dicendo (questo vale anche quando il moderatore dice che sta per terminare il suo tempo a disposizione!). Al contrario, purtroppo parte del suo contenuto andrà perso.

  6. Nella misura del possibile un buon oratore dovrebbe esporre un discorso il più possibile coeso, con connettori logici e periodi che si aprono e poi si chiudono. Ahimé soprattutto i relatori italiani tendono a inanellare una serie infinita di subordinate, rendendo il compito degli interpreti più impegnativo.

  7. In caso di convegni su tematiche tecniche o particolarmente complesse, può essere molto d’aiuto organizzare un piccolo briefing per gli interpreti per dare loro informazioni o rispondere alle eventuali domande.

  8. Leggere un testo scritto durante un intervento non è l’ideale perché i testi scritti non hanno le stesse caratteristiche di quelli orali e risultano quindi più difficili da tradurre oltre che meno efficaci per chi ascolta. Se è proprio indispensabile, è fondamentale trasmetterne una copia agli interpreti (meglio con qualche giorno di anticipo, ma al limite anche appena prima dell’inizio dell’intervento) in modo tale che possano familiarizzare con la tematica e la terminologia. Questo non vuol dire che l’oratore non sarà più libero di modificare il discorso in corso d’opera facendo digressioni o aggiunte. Ovviamente l’interprete è tenuto alla riservatezza quindi nessun documento trasmesso verrà divulgato.

  9. Anche se non ha preparato un testo scritto da leggere, è bene che l’oratore dia agli interpreti ogni altro materiale di preparazione (presentazione power point, appunti, relazioni, abstract, ecc…) in modo tale che abbiano una traccia su cui prepararsi, oltre che per seguire meglio la presentazione durante il convegno visto che non sempre dalla cabina è possibile vedere le slide proiettate. Questo diventa fondamentale per gli interventi che presentano dati o cifre (bilanci, statistiche, ecc.)

  10. Se il discorso dell’oratore contiene barzellette, riferimenti culturali particolari, citazioni o altri elementi simili, è molto utile avvertire gli interpreti in modo che non vengano colti alla sprovvista e riescano e rendere al meglio elementi potenzialmente ostici.

Questi suggerimenti non devono essere considerati facilitazioni concesse agli interpreti per mera generosità, ma consigli che ogni relatore dovrebbe seguire per far sì che il contenuto del suo discorso sia reso in un’altra lingua nel miglior modo possibile, quindi in definitiva, per i suoi stessi interessi.

Come tradurre il turpiloquio?

Come risaputo, qualche giorno fa si è consumato un vivace scontro verbale tra il Ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini e il Ministro degli Esteri e dell’Immigrazione lussemburghese Jean Asselborn il quale, al termine di una replica a Salvini, è sbottato dicendo: “Merde alors!”.

Tralascio i contenuti della diatriba per concentrarmi invece sull’errata interpretazione di quanto detto dal Ministro Asselborn. La stragrande maggioranza della stampa italiana ha parlato della “volgarità” dei toni utilizzati dal Ministro lussemburghese, lamentata anche dal Ministro Salvini, che in un suo post su Facebook ha scritto che Jean Asselborn l’avrebbe “interrotto urlando merda”. Data la prossimità della lingua francese all’italiano, in molti sono caduti (o sono voluti cadere) nel tranello linguistico e hanno tradotto l’esclamazione del Ministro del Lussemburgo con il termine più simile in italiano, senza però preoccuparsi dell’accuratezza della traduzione.

Infatti, chiunque vada un po’ oltre il livello di “Noio volevam savuàr” sa che “merde!” viene usato dai francofoni in maniera decisamente più frequente di come noi italiani utilizziamo “merda!” e non ha affatto la stessa intensità. Va riconosciuto a Il Post il merito di aver chiarito in calce al suo articolo che “la traduzione dal francese nei sottotitoli del video non è precisissima. Infatti «Merde alors!» non significa «Merda!», ma è più simile all’italiano «Porca vacca!»”, o, aggiungo io, “porca miseria / e che diamine”.

Colgo la palla al balzo per trattare un tema che avevo in mente da tempo: cosa fare quando un relatore fa ricorso al turpiloquio. Per un interprete, queste situazioni sono sempre delicate perché si trova a dover decidere in pochi secondi a che cosa dare la priorità: meglio essere fedele al relatore, trasmettendo per intero i suoi contenuti nel medesimo registro senza censure, oppure prediligere la sensibilità di chi ascolta e omettere il turpiloquio? Senza dimenticare che in questa valutazione l’interprete deve anche tenere conto di un altro attore fondamentale, presente in questo triangolo comunicativo, che deve essere tutelato: se stesso e la sua professionalità.

A mio avviso non c’è un’unica strategia di gestione del turpiloquio valida per tutte le situazioni, perché occorre valutare alcuni fattori, primo fra tutti il contesto. Ad esempio, se si tratta di una riunione molto informale e a porte chiuse (invento: diciamo la riunione del Club internazionale “Amici di Topolino”) in cui è chiaro che i partecipanti hanno una certa confidenza tra di loro, l’interprete si sentirà più libero di ricorrere a un registro un po’ più quotidiano (senza esagerare); viceversa, se si tratta di una conferenza molto formale (invento ancora: il Convegno mondiale dei dermatologi specializzati in acne giovanile), magari anche con il pubblico in sala e le telecamere, la scelta più prudente è sempre quella di non scendere troppo di registro. In questo secondo scenario, l’interprete può ridurre l’intensità del turpiloquio o, se la situazione lo rende davvero necessario, rendersi visibile spiegando a chi ascolta che è stata utilizzata una parola forte, senza però ripeterla. In passato mi è capitato di ricorrere a questa strategia e ricordo di aver detto: “Il relatore ha espresso il concetto utilizzando un linguaggio molto colorito, che l’interprete non ripeterà”.

Il secondo fattore da valutare è il ruolo svolto dal turpiloquio in quella determinata situazione. Se si tratta di un’esclamazione evidentemente sfuggita al relatore, ma che non aggiunge nessun contenuto, l’interprete può anche valutare di ometterla. Cambiando scenario, invece, immaginiamo che l’interprete si trovi in un tribunale a interpretare in una causa di diffamazione il cui oggetto del contendenere è proprio l’utilizzo specifico di un insulto ai danni della parte lesa. In questo caso, per quanto volgare sia, è evidente che l’interprete dovrà necessariamente tradurre l’insulto, mantenendone il più possibile intatta l’intensità. In una situazione di questo tipo, l’unica strategia a disposizione dell’interprete restio a tradurre il turpiloquio potrebbe essere quella di tradurre l’insulto una sola volta all’inizio della riunione ed evitare di ripeterlo nelle volte successive facendo ricorso a parafrasi, magari dicendo “l’insulto / quanto detto, ecc.” invece di ripetere l’insulto stesso tutte le volte.

Qualsiasi sia lo scenario, tradurre il turpiloquio per un interprete rimane sempre e comunque un grattacapo di cui farebbe volentieri a meno e per essere risolto al meglio richiede esperienza e una grande sensibilità comunicativa. E a voi è mai capitato di tradurre il turpiloquio?