Come prepararsi per una conferenza?

Lo studio preparatorio che precede una conferenza è sempre stata una delle parti che preferisco del lavoro di interprete perché puntualmente mi ritrovo con gli occhi sgranati sullo schermo per aver scoperto qualcosa di incredibile e per me assolutamente ignoto fino a quel momento. Oltre ad essere fondamentale per la qualità della resa durante il convegno, la preparazione è però anche una fase del lavoro delicata perché il rischio di divagare perdendosi tra i mille mila video di Youtube senza trovare le informazioni giuste è altissimo.

Molte volte gli interpreti che hanno cominciato a lavorare prima dell’avvento di internet mi hanno raccontato di quanto fosse complesso trovare informazioni: ore e ore passate in biblioteca a sfogliare tomi su tomi, nella speranza di trovare le informazioni che cercavano. Oggi, invece, abbiamo il problema opposto: siamo sommersi dalle troppe informazioni e la vera abilità è seguire il filo giusto.

Per un interprete, le tempistiche e le modalità di preparazione per una conferenza dipendono da molti fattori, in particolare la quantità e qualità del materiale trasmesso dal cliente, il tempo a nostra disposizione, la tecnicità dell’argomento e l’esperienza pregressa dell’interprete in quel determinato campo. Ovviamente ogni interprete ha il suo metodo, e nessuno è migliore dell’altro, ma in questo post parlerò del mio, utilizzando come esempio una situazione reale, per poi illustrare le diverse fasi della preparazione.

Qualche mese fa ho svolto un incarico di interpretazione simultanea tra l’italiano e il francese durante un convegno sugli affreschi tra in Corsica, avendo a disposizione 4-5 giorni di tempo per prepararmi e non essendo una specialista né di arte, né tantomeno di affreschi.

Come quasi sempre, il mio metodo di preparazione è consistito nel partire dal generale per poi scendere sempre più nel dettaglio:

  • innanzitutto ho dato un’occhiata veloce al programma per farmi un’idea delle tematiche trattate
  • ho creato una tabella su un foglio word scrivendo a ruota libera i termini che presumibilmente potevano venir fuori durante un convegno sugli affreschi
  • sono partita dalle pagine francese e italiana di Wikipedia dedicate agli affreschi, per raccogliere un po’ di terminologia di base sulle tecniche utilizzate
  • ho cercato su Youtube delle conferenze sul tema degli affreschi in generale, sia in italiano che in francese. Solitamente all’inizio della preparazione ascolto solamente e poi, quando ho acquisto una base terminologica, li traduco in simultanea per simulare le difficoltà, fermandomi ogni volta che è necessario per approfondire un concetto o un termine
  • ho riletto il programma con attenzione per individuare gli specifici sottotemi trattati
  • ho fatto ricerche approfondite per ogni sottotema
  • ho studiato tutto il materiale trasmesso dai relatori (abstract, relazioni, presentazioni power point) ricercando tutti i concetti o termini sconosciuti nell’altra lingua
  • a quel punto ho fatto ricerche su Google inserendo nel campo di ricerca il nome di ciascun relatore e il tema dell’intervento. Più di una volta mi è capitato di trovare relazioni che poi si sono rivelate molto (ma molto!) simili a quelle esposte durante il convegno (che soddisfazione!)
  • ho ripetuto la stessa operazione su Youtube, per vedere le facce dei relatori (e poi riuscire a riconoscerli al convegno per chiedere chiarimenti dell’ultimo minuto) e familiarizzare con il loro stile di eloquio o accento, a questo punto traducendoli direttamente in simultanea
  • infine ho fatto una ricerca sul luogo in cui si svolgeva il convegno per essere preparata a cogliere eventuali riferimenti a monumenti, fiumi o personalità famose della città
  • al termine di queste operazioni mi sono ritrovata con un bel glossario pieno di preziosa terminologia che ho mandato alla collega, studiato fino alla nausea e portato in cabina, aggiornandolo in tempo reale durante il convegno per un eventuale incarico futuro simile.

E voi, come vi preparate o vi preparereste per lavorare come interprete a una conferenza?

Il decalogo del perfetto oratore

Ai tempi dell’antica Roma una parte importante dell’istruzione formale era dedicata allo studio della retorica e dell’arte oratoria. Da allora è passata molta acqua sotto i ponti, l’era di Cicerone è passata da un pezzo… e si vede. Partecipando a conferenze o ascoltando dibattiti politici, tutti noi abbiamo avuto certamente l’occasione di notare la differenza tra i buoni e i cattivi oratori. Se per uno spettatore, il metro di giudizio più semplice da utilizzare per valutare la qualità di un oratore è la sua capacità di tenere viva l’attenzione del pubblico, dal punto di vista dell’interprete entrano in gioco altre variabili.

In questo post vorrei elencare alcune linee guida che dovrebbero essere seguite dagli oratori laddove è prevista l’interpretazione simultanea. Ho tratto spunto dalle Guidelines for speakers di AIIC a cui ho aggiunto qualche altro punto sulla base della mia esperienza.

  1. Al momento di prendere la parola, è bene controllare che il microfono sia acceso, possibilmente evitando di fare la prova battendo le dita sul microfono, perché questo suono, apparentemente inoffensivo, nelle cuffie degli interpreti viene amplificato, diventando molto fastidioso.

  2. L’oratore dovrebbe tenere il microfono alla giusta distanza, né troppo vicino, né troppo lontano, per evitare che fischi (con le conseguenze di cui sopra).

  3. Se l’oratore vuole pronunciare il discorso stando in piedi o spostandosi nella sala è bene che si assicuri di avere un microfono ad archetto o di tipo equivalente perché se non parla al microfono, per quanto quanto possa sforzarsi di parlare a voce alta, quello che dice non potrà essere tradotto.

  4. Se non comprende la lingua degli spettatori, è bene che l’oratore si doti preventivamente di un ricevitore per ascoltare la traduzione nella sessione dedicata alle domande.

  5. Un buon oratore dovrebbe esprimersi parlando a una velocità non eccessiva per permettere agli interpreti di tradurre in maniera accurata ciò che sta dicendo (questo vale anche quando il moderatore dice che sta per terminare il suo tempo a disposizione!). Al contrario, purtroppo parte del suo contenuto andrà perso.

  6. Nella misura del possibile un buon oratore dovrebbe esporre un discorso il più possibile coeso, con connettori logici e periodi che si aprono e poi si chiudono. Ahimé soprattutto i relatori italiani tendono a inanellare una serie infinita di subordinate, rendendo il compito degli interpreti più impegnativo.

  7. In caso di convegni su tematiche tecniche o particolarmente complesse, può essere molto d’aiuto organizzare un piccolo briefing per gli interpreti per dare loro informazioni o rispondere alle eventuali domande.

  8. Leggere un testo scritto durante un intervento non è l’ideale perché i testi scritti non hanno le stesse caratteristiche di quelli orali e risultano quindi più difficili da tradurre oltre che meno efficaci per chi ascolta. Se è proprio indispensabile, è fondamentale trasmetterne una copia agli interpreti (meglio con qualche giorno di anticipo, ma al limite anche appena prima dell’inizio dell’intervento) in modo tale che possano familiarizzare con la tematica e la terminologia. Questo non vuol dire che l’oratore non sarà più libero di modificare il discorso in corso d’opera facendo digressioni o aggiunte. Ovviamente l’interprete è tenuto alla riservatezza quindi nessun documento trasmesso verrà divulgato.

  9. Anche se non ha preparato un testo scritto da leggere, è bene che l’oratore dia agli interpreti ogni altro materiale di preparazione (presentazione power point, appunti, relazioni, abstract, ecc…) in modo tale che abbiano una traccia su cui prepararsi, oltre che per seguire meglio la presentazione durante il convegno visto che non sempre dalla cabina è possibile vedere le slide proiettate. Questo diventa fondamentale per gli interventi che presentano dati o cifre (bilanci, statistiche, ecc.)

  10. Se il discorso dell’oratore contiene barzellette, riferimenti culturali particolari, citazioni o altri elementi simili, è molto utile avvertire gli interpreti in modo che non vengano colti alla sprovvista e riescano e rendere al meglio elementi potenzialmente ostici.

Questi suggerimenti non devono essere considerati facilitazioni concesse agli interpreti per mera generosità, ma consigli che ogni relatore dovrebbe seguire per far sì che il contenuto del suo discorso sia reso in un’altra lingua nel miglior modo possibile, quindi in definitiva, per i suoi stessi interessi.

Come tradurre il turpiloquio?

Come risaputo, qualche giorno fa si è consumato un vivace scontro verbale tra il Ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini e il Ministro degli Esteri e dell’Immigrazione lussemburghese Jean Asselborn il quale, al termine di una replica a Salvini, è sbottato dicendo: “Merde alors!”.

Tralascio i contenuti della diatriba per concentrarmi invece sull’errata interpretazione di quanto detto dal Ministro Asselborn. La stragrande maggioranza della stampa italiana ha parlato della “volgarità” dei toni utilizzati dal Ministro lussemburghese, lamentata anche dal Ministro Salvini, che in un suo post su Facebook ha scritto che Jean Asselborn l’avrebbe “interrotto urlando merda”. Data la prossimità della lingua francese all’italiano, in molti sono caduti (o sono voluti cadere) nel tranello linguistico e hanno tradotto l’esclamazione del Ministro del Lussemburgo con il termine più simile in italiano, senza però preoccuparsi dell’accuratezza della traduzione.

Infatti, chiunque vada un po’ oltre il livello di “Noio volevam savuàr” sa che “merde!” viene usato dai francofoni in maniera decisamente più frequente di come noi italiani utilizziamo “merda!” e non ha affatto la stessa intensità. Va riconosciuto a Il Post il merito di aver chiarito in calce al suo articolo che “la traduzione dal francese nei sottotitoli del video non è precisissima. Infatti «Merde alors!» non significa «Merda!», ma è più simile all’italiano «Porca vacca!»”, o, aggiungo io, “porca miseria / e che diamine”.

Colgo la palla al balzo per trattare un tema che avevo in mente da tempo: cosa fare quando un relatore fa ricorso al turpiloquio. Per un interprete, queste situazioni sono sempre delicate perché si trova a dover decidere in pochi secondi a che cosa dare la priorità: meglio essere fedele al relatore, trasmettendo per intero i suoi contenuti nel medesimo registro senza censure, oppure prediligere la sensibilità di chi ascolta e omettere il turpiloquio? Senza dimenticare che in questa valutazione l’interprete deve anche tenere conto di un altro attore fondamentale, presente in questo triangolo comunicativo, che deve essere tutelato: se stesso e la sua professionalità.

A mio avviso non c’è un’unica strategia di gestione del turpiloquio valida per tutte le situazioni, perché occorre valutare alcuni fattori, primo fra tutti il contesto. Ad esempio, se si tratta di una riunione molto informale e a porte chiuse (invento: diciamo la riunione del Club internazionale “Amici di Topolino”) in cui è chiaro che i partecipanti hanno una certa confidenza tra di loro, l’interprete si sentirà più libero di ricorrere a un registro un po’ più quotidiano (senza esagerare); viceversa, se si tratta di una conferenza molto formale (invento ancora: il Convegno mondiale dei dermatologi specializzati in acne giovanile), magari anche con il pubblico in sala e le telecamere, la scelta più prudente è sempre quella di non scendere troppo di registro. In questo secondo scenario, l’interprete può ridurre l’intensità del turpiloquio o, se la situazione lo rende davvero necessario, rendersi visibile spiegando a chi ascolta che è stata utilizzata una parola forte, senza però ripeterla. In passato mi è capitato di ricorrere a questa strategia e ricordo di aver detto: “Il relatore ha espresso il concetto utilizzando un linguaggio molto colorito, che l’interprete non ripeterà”.

Il secondo fattore da valutare è il ruolo svolto dal turpiloquio in quella determinata situazione. Se si tratta di un’esclamazione evidentemente sfuggita al relatore, ma che non aggiunge nessun contenuto, l’interprete può anche valutare di ometterla. Cambiando scenario, invece, immaginiamo che l’interprete si trovi in un tribunale a interpretare in una causa di diffamazione il cui oggetto del contendenere è proprio l’utilizzo specifico di un insulto ai danni della parte lesa. In questo caso, per quanto volgare sia, è evidente che l’interprete dovrà necessariamente tradurre l’insulto, mantenendone il più possibile intatta l’intensità. In una situazione di questo tipo, l’unica strategia a disposizione dell’interprete restio a tradurre il turpiloquio potrebbe essere quella di tradurre l’insulto una sola volta all’inizio della riunione ed evitare di ripeterlo nelle volte successive facendo ricorso a parafrasi, magari dicendo “l’insulto / quanto detto, ecc.” invece di ripetere l’insulto stesso tutte le volte.

Qualsiasi sia lo scenario, tradurre il turpiloquio per un interprete rimane sempre e comunque un grattacapo di cui farebbe volentieri a meno e per essere risolto al meglio richiede esperienza e una grande sensibilità comunicativa. E a voi è mai capitato di tradurre il turpiloquio?

 

 

 

E’ giusto interpretare verso una lingua straniera?

Nel mondo dell’interpretazione, questa domanda ha interrogato e continua a interrogare chiunque si affacci alla professione. Ma prima di offrire la mia risposta, ecco qualche definizione (chi ha già familiarità con la terminologia può saltare il prossimo paragrafo).

Si interpreta in passiva quando si lavora a partire da una lingua straniera (che può essere lingua B o lingua C) verso la propria madrelingua (ossia lingua A), mentre invece si interpreta in attiva quando si lavora dalla propria madrelingua verso una lingua straniera (lingua B, ossia lingua straniera in cui si lavora attivamente, contrariamente alla lingua C, che è passiva).

La risposta delle istituzioni europee alla domanda del titolo è molto chiara e netta: no, a meno che non si strettamente necessario. Infatti, il servizio di interpretazione è organizzato in modo tale che si interpreti unicamente verso la propria lingua madre (con delle eccezioni per le combinazioni linguistiche in cui questo non risulta possibile), dunque tendenzialmente il profilo degli interpreti è di una lingua A e varie lingue C. Quando questo non è possibile si ricorre al retour (interpretazione lingua A>lingua B) o al relais, di cui ho parlato nel post precedente.

Sul mercato privato italiano, invece, tradurre verso una lingua straniera è assolutamente normale, a tal punto che avere nella propria combinazione una lingua solo passiva (C) equivale a utilizzarla ben poco poiché vengono richieste molto più spesso cabine bidirezionali (lingua A<>lingua B) rispetto alle cabine pure (lingua B/C>lingua A). Anzi, esiste anche la pratica dell’interpretazione incrociata, che consiste nell’interpretazione tra due lingue straniere senza passare dalla lingua madre (lingua B<>lingua B).

Al di là delle variabili date dalle scelte istituzionali e dalle esigenze di mercato, la mia risposta alla domanda iniziale è sì: con la preparazione giusta sono convinta che si possa fare un ottimo lavoro, anche quando si interpreta verso una lingua straniera. Tradurre verso la propria lingua madre non è necessariamente una garanzia di qualità perché il processo di interpretazione è costituito da due fasi principali: la comprensione del discorso pronunciato dall’oratore nella lingua di partenza e la produzione del discorso nella lingua di arrivo e ciascuna di queste fasi ha le sue difficoltà.

Se è vero da una parte che la fluidità nella propria lingua madre può essere raggiunta difficilmente in una lingua B, dunque traducendo verso una lingua straniera si potrebbe perdere nella produzione qualche elemento stilistico, è pur vero che tradurre a partire dalla propria madrelingua offre il notevole vantaggio di padroneggiare perfettamente la comprensione, schivando eventuali difficoltà. Una volta compreso il contenuto del discorso, con una solida competenza nella lingua B, l’interprete ha tutto ciò che gli occorre per riprodurre il messaggio nell’altra lingua, e anche se gli sfuggisse uno specifico vocabolo nella lingua B, riuscirebbe comunque a esprimere il concetto in modo efficace utilizzando altre parole.

Il relais: che cos’è e come gestirlo al meglio

Nei convegni con molte lingue di lavoro in cui si fa ricorso all’interpretazione simultanea, laddove non tutti gli interpreti hanno nella loro combinazione linguistica tutte le lingue di lavoro del convegno, si fa spesso ricorso al relais, una conformazione organizzativa che, per essere efficace, richiede qualche cautela. Per chi non sapesse cos’è il relais, segue una breve spiegazione. Chi invece lo sa, può passare direttamente al paragrafo successivo.

Facciamo un esempio pratico: c’è una conferenza che ha come lingue di lavoro italiano, tedesco e russo con due cabine, quella di russo<>italiano e quella di tedesco<>italiano. Sia gli interpreti della cabina di russo che quelli della cabina di tedesco lavorano dall’italiano verso la propria lingua e viceversa, ma gli interpreti di russo non hanno il tedesco e, viceversa, quelli di tedesco non hanno il russo, quindi che si fa quando prendono la parola i relatori di russo? Come si fa ad assicurare la traduzione verso il tedesco? E viceversa, dal tedesco al russo? Semplice, si passa dall’italiano. Ovvero, quando un relatore parla russo, gli interpreti di russo traducono dal russo all’italiano. Gli interpreti di tedesco “prendono il relais” da loro, ossia ascoltano la traduzione dei colleghi russi verso l’italiano e a loro volta traducono verso il tedesco. In poche parole: il relais consiste in un’interpretazione in due tappe, da A a B, e poi da B a C, poiché non si può passare direttamente da A a C.

Nel relais c’è qualcuno che “dà il relais” e qualcuno che lo “prende” ed è fondamentale che tutti gli interpreti coinvolti in questo doppio passaggio prestino massima attenzione affinché il messaggio dell’oratore arrivi a tutti gli uditori in maniera accurata e completa, senza perdersi  nei vari passaggi. Se per l’interprete che “prende il relais” non c’è un ampio margine di manovra, perché non può fare altro che fidarsi di quello che dice il collega, l’interprete che “dà il relais” invece, sapendo di essere gravato da una doppia responsabilità, può intervenire adottando alcune premure per agevolare, nella misura del possibile, il compito del collega. Eccone alcune:

  • innanzitutto dovrebbe controllare con attenzione di “uscire” sul canale audio giusto, in modo tale che la sua resa possa essere ascoltata dal pubblico in sala e dal collega che “prende il relais”
  • nella misura del possibile, spezzettare le frasi in modo da alleggerire la struttura (la cosiddetta “salami technique”), evitando catene di subordinate e utilizzando in maniera corretta ed oculata i connettori logici per facilitare la comprensione del filo logico
  • rallentare il ritmo quando vengono riportati nomi propri (difficili da cogliere se le lingue sono particolarmente distanti) o cifre (sempre potenzialmente problematiche)
  • cercare di mantenere un ritmo il più possibile omogeneo, evitando rallentamenti e accelerazioni

Insomma: quando si lavora con il relais produrre una resa pulita diventa ancora più cruciale.

E voi, avete esperienze con il relais?

 

 

Meglio i clienti diretti o le agenzie?

Uno degli aspetti più belli della libera professione è, come dice la parola stessa, il fatto che è libera, ovvero ognuno può lavorare con chi vuole e costruirsi il proprio portafoglio clienti in base alle proprie preferenze e attitudini.

Per un interprete che lavora come libero professionista oltre al passaparola tra colleghi ci sono due tipologie principali di clienti: i clienti diretti (aziende, professionisti di altri settori, privati) e le agenzie di traduzione. In questo post vorrei soffermarmi sui vantaggi e gli svantaggi di lavorare con ciascuna delle due categorie.

Le agenzie di traduzione

Le agenzie sono tradizionalmente il primo approdo di un interprete quando inizia a muovere i primi passi nella professione. La motivazione è semplice: l’agenzia si assume una parte del lavoro e delle responsabilità che altrimenti dovrebbe sobbarcarsi interamente l’interprete, ad esempio:

  • svolge attività di marketing per trovare o essere trovata dal cliente
  • gestisce tutte le fasi del negoziato in merito alle condizioni contrattuali
  • si occupa dell’organizzazione dei dettagli tecnici (noleggio della cabina, contatti con i tecnici, ecc…)
  • sollecita il cliente per l’invio delle informazioni
  • è responsabile del reclutamento degli interpreti (che in caso di eventi plurilingue può rivelarsi complesso)
  • gestisce eventuali problemi durante lo svolgimento dei lavori
  • risponde della remunerazione dell’interprete

A fronte di tutti questi vantaggi, ovviamente ce n’è uno, anche abbastanza rilevante: le agenzie trattengono una commissione di entità più o meno rilevante.

I clienti diretti

Viceversa, gli svantaggi di quando lavoriamo con clienti diretti consistono nel fatto che dobbiamo dedicare parte del nostro tempo e delle nostre energie alle attività elencate sopra. Ecco invece i vantaggi:

  • non dobbiamo cedere una parte del nostro compenso ad un’agenzia
  • è nostra la scelta di quali colleghi coinvolgere
  • abbiamo un margine di manovra totale nella negoziazione delle condizioni contrattuali
  • ma soprattutto: possiamo fidelizzare il nostro cliente e costruire un rapporto lavorativo consolidato che in alcuni casi trasforma il nostro ruolo da mero fornitore di servizi una tantum a consulente a tutto tondo

Sulla base di queste valutazioni, a questo punto dovrei forse dare una risposta alla domanda nel titolo, ma la mia risposta è, come in molti casi, dipende. Dal mio punto di vista dipende dalle persone con cui si ha a che fare. Forse l’ideale è avere un giusto mix fatto di clienti diretti consapevoli del lavoro dell’interprete e di agenzie serie con personale preparato. E voi, preferite lavorare con clienti diretti o con agenzie?

Quando è meglio rifiutare un incarico di interpretazione?

Uno degli aspetti più affascinanti, ma allo stesso tempo più complicati del lavoro dell’interprete e del traduttore è che veniamo costamente messi di fronte ai nostri limiti. Ci sono delle situazioni in cui riusciamo a fare quel salto di qualità che ci permette di superarli, ma ci sono anche delle situazioni in cui è chiaro che un determinato incarico non è (ancora) alla nostra portata.

In quei casi una buona opzione può essere rifiutare l’incarico e proporre al nostro cliente/all’agenzia il nominativo di un collega che riteniamo adatto al ruolo. In questo post vorrei elencare alcune situazioni in cui a mio avviso è più saggio rifiutare un incarico di interpretazione.

  1. Quando il tema ci è totalmente alieno e non abbiamo tempo sufficiente per prepararci. Esempio: oggi mi chiama una collega che ha l’influenza e chiede se posso sostituirla per una simultanea sui trapianti del rene che si svolge domani e io non ho mai fatto un convegno di medicina. E’ evidente che in una circostanza di questo tipo non sarei nella posizione di fare un buon lavoro, quindi è più saggio rifiutare. In questo modo eviterò di fare un disservizio al pubblico, di rimediare una cattiva figura con il committente e di perdere credibilità anche agli occhi della collega che mi aveva segnalato.
  2. Quando non ci sentiamo sicuri della lingua. Esempio: ho da poco aggiunto il greco come nuova lingua e per il momento la uso solo come lingua C (ossia traduco solo DA e non VERSO quella lingua). Un cliente mi chiede se sono disponibile per una simultanea VERSO il greco. Improvvisare la competenza attiva di una lingua non è un’idea brillante, perché verrei messa in difficoltà dopo nemmeno 5 minuti di convegno. Ne vale la pena? Per i motivi del punto precedente secondo me no.
  3. Quando non abbiamo familiarità con una determinata tecnica di interpretazione. Esempio (in questo caso reale): un amico traduttore che vive negli Stati Uniti qualche anno fa ha ricevuto un’offerta da parte di un’importante emittente televisiva americana che gli chiedeva di interpretare in simultanea in diretta televisiva il discorso di Papa Francesco dopo l’annuncio della sua elezione. Lui non aveva mai fatto simultanea e giustamente ha rifiutato un incarico così impegnativo perché il rischio di rimediare una figuraccia di fronte a un pubblico così folto era abbastanza concreto (anzi, praticamente certo).

Una precisazione necessaria: è impossibile fare in anticipo una stima accurata della difficoltà di un incarico di interpretazione. Quante volte ci siamo sentiti dire da un’agenzia che quel lavoro sarebbe stata “una passeggiata” per poi ritrovarci con relatori che andavano a  100 km/h o che tiravano fuori a sorpresa il bilancio come un coniglio dal cilindro? Ogni incarico implica una certa dose di imprevisti e saremo sempre chiamati a “buttarci”, ma è importante sviluppare la capacità di prevedere se ci attende un rischio calcolato oppure una catastrofe.

6 dritte per andare d’amore e d’accordo col tecnico audio

Sembra quasi un paradosso, ma un interprete può dirsi soddisfatto quando il pubblico finisce quasi per dimenticare la sua presenza perché fila tutto liscio e la comunicazione avviene in maniera efficace. In queste situazioni, pur contribuendo all’evento in maniera sostanziale, l’interprete sembra invisibile, soprattutto durante l’interpretazione simultanea, perché lavorando in cabina è fuori dal campo visivo del pubblico.

Tuttavia, in ogni convegno c’è una persona ancora più invisibile dell’interprete senza la quale un evento multilingue non potrebbe svolgersi. Di chi si tratta? Aiutino: è la prima persona ad arrivare e l’ultima ad andarsene e se ci sono problemi diventa il capro espiatorio di tutti. Sto parlando del tecnico audio, l’angelo custode di ogni interprete. Il tecnico ha in mano il futuro di uno dei nostri strumenti di lavoro più importanti: le nostre orecchie. E’ grazie a lui se lavoriamo in condizioni acustiche perfette o, al contrario, se siamo costretti a tradurre con un fruscio perenne in cuffia (con conseguente mal di testa), quindi è bene non inimicarcelo.

La macrocategoria “tecnico” racchiude varie tipologie di individuo: si va dal nerd con gli occhialini, al rasta ricoperto di piercing e tatuaggi, dal diciottenne entusiasta, al sessantenne navigato, ma con queste sei dritte è possibile impostare da subito una collaborazione proficua per il bene di tutti (compreso quello delle nostre orecchie!).

  1. Prima cosa, fondamentale: appena arriviamo sul luogo dell’evento andiamo a salutare il tecnico e se ancora non lo conosciamo, presentiamoci.
  2. Se ci spiega come funziona l’impianto, anche se lo conosciamo perfettamente e lo abbiamo usato 100 volte, ascoltiamo la spiegazione ed evitiamo tassativamente frasi spocchiose del tipo: “Lo so già come funziona, sono una professionista!”.
  3. Chiediamo di fare una prova audio e se c’è qualcosa che non va comunichiamolo con calma ed educazione. Tra dire: “Sento un fruscio fastidiosissimo! Toglilo subito altrimenti qui non ci lavoro!” e “Ho l’impressione che ci sia un po’ di fruscio, per favore potresti controllare se è possibile toglierlo o per lo meno ridurlo?” c’è un abisso.
  4. Se mentre lavora il/la collega ci allontaniamo dalla cabina per prendere dell’acqua, chiediamo al tecnico se ha bisogno di qualcosa. Ricordiamoci che spesso i tecnici lavorano da soli e non possono allontanarsi durante il convegno.
  5. Durante la pausa pranzo invitiamo il tecnico al nostro tavolo: è probabile che non conoscerà nessuno.
  6. Alla fine del convegno ringraziamolo della sua collaborazione e scambiamoci i biglietti da visita: in futuro potrebbe capitare che un cliente ci chieda assistenza nell’organizzazione dei servizi audio o che un cliente chieda al tecnico il nominativo di un interprete e se si è trovato bene con noi probabilmente sarà più incline a fare il nostro nome.

In poche parole: se siamo gentili con il tecnico lui sarà più motivato a metterci nelle condizioni di lavorare al meglio.

 

Quando l’interprete smette di essere invisibile

Si dice che un buon interprete è un interprete invisibile. In altre parole: se fa un buon lavoro, per quanto in realtà svolga un ruolo attivo e fondamentale, nessuno si accorge della sua presenza, perché la comunicazione procede senza intoppi e agli occhi del pubblico c’è una perfetta sintonia tra la componente visiva della comunicazione (il relatore sul palco) e quella uditiva (la voce dell’interprete in cuffia, nel caso della simultanea). Al contrario, se il pubblico inizia a notare delle discrepanze tra quello che vede e quello che sente (ad esempio vede il relatore ridere, ma non sente la voce in cuffia ridere o dire qualcosa che fa ridere), si ricorda subito che la voce che sente non appartiene al relatore, ma all’interprete.

Per favorire questo processo di sovrapposizione interprete-relatore, l’interprete utilizza solitamente la prima persona singolare: in questo modo si cala nei panni del relatore, un po’ come se fosse un attore. Tuttavia, ci sono dei casi in cui l’interprete sconfina dal suo ruolo di mera “voce del relatore” e parla a nome suo. In questi casi, per fare capire al pubblico in maniera chiara che in quel momento non sta parlando più a nome del relatore, ma a nome suo, non utilizzerà la prima persona singolare (usata fino a quel momento per impersonificare il relatore), ma la terza persona singolare (sembra un po’ una sindrome di Giulio Cesare 🙂 ) e si riferirà al relatore utilizzando la terza persona singolare.

Ecco alcune situazioni in cui l’interprete può scegliere di / è costretto a smettere di essere invisibile:

  • quando ci sono problemi di audio: “L’interprete si scusa, ma non può tradurre perché l’oratore è fuori microfono” oppure “L’interprete chiede al relatore di parlare più vicino al microfono” (in quel caso solitamente la prima fila inizierà freneticamente a fare dei gesti all’oratore, che auspicabilmente capirà che deve avvicinarsi al microfono)
  • vengono rivolte domande direttamente all’interprete: “L’interprete sente bene?” –  “Sì, l’interprete sente bene” oppure “Ringraziamo l’interprete” – “L’interprete ringrazia a sua volta”.
  • aggiunte o correzioni: può capitare di perdere qualche informazione per strada e di recuperarla grazie al suggerimento del collega: “L’interprete si corregge: la crescita annua del PIL sarà del 2,2% e non del 2,4%” oppure “L’interprete aggiunge alla lista di paesi appena citati la Spagna”
  • autodifesa: se il relatore inizia a leggere a mille all’ora di punto in bianco un testo che non ha precedentemente fornito all’interprete, mette l’interprete nella condizione di non poter fare un buon lavoro, ma il pubblico in sala, sentendo una traduzione imperfetta, difficilmente capisce che la colpa è dell’oratore e 9 volte su 10 pensa che sia l’interprete a non essere all’altezza della situazione. Questo non è giusto, quindi in situazioni del genere è giusto che l’interprete si tuteli mettendo al corrente il pubblico della situazione, dicendo ad esempio: “L’oratore sta leggendo molto velocemente un testo che non ha precedentemente fornito all’interprete, quindi l’interprete dovrà necessariamente limitarsi a fare un riassunto”
  • complicità col pubblico: se l’oratore per rompere il ghiaccio e far ridere il pubblico decide di raccontare una barzelletta infarcita di giochi di parole e quindi intraducibile (ovviamente senza avvertire precedentemente l’interprete), l’interprete può decidere di agire in maniera astuta e dire al pubblico: “Il relatore sta raccontando una barzelletta divertente basata su giochi di parole e si aspetta che il pubblico rida”. A quel punto solitamente il pubblico si mette a ridere per solidarietà con l’interprete e il relatore è contento perché sente di aver compiuto la sua missione di intrattenitore. Devo ammettere che questa strategia presuppone una buona dose di sangue freddo ed audacia che probabilmente io non ho, quindi in una situazione del genere credo che sceglierei un’altra strategia, ma mai dire mai!

In conclusione: quando l’interprete smette di essere invisibile, spesso vuol dire che c’è qualche problema e che l’interprete sta utilizzando una strategia per risolverlo. Tutte queste situazioni sono tutt’altro che desiderabili, perché costituiscono una difficoltà aggiuntiva e costringono l’interprete ad esporsi, quindi è fondamentale utilizzare queste strategie con molto tatto e consapevolezza.

E voi avete mai vissuto situazioni simili?

L’interprete può correggere l’oratore?

Uno dei priviliegi di un interprete è poter incontrare menti illuminate che hanno qualcosa di importante da dire agli altri. Recentemente mi è capitato di incontrare una di queste personalità incredibili e devo dire che è stato un onore prestargli la mia voce per permettergli di comunicare con la gente. In queste circostanze sento ancora di più la responsabilità di essere “fedele” (termine delicato in ambito traduttivo, ma in questo caso appropriato) sia all’oratore che al pubblico.

Il problema però è che in alcuni casi queste due forme di fedeltà entrano in conflitto. Uno di questi casi è quando l’oratore dice una scorrettezza durante un discorso tradotto in interpretazione simultanea (bè, sì, capita anche alle menti più acute di sbagliare!). Diversamente dall’interpretazione consecutiva o dialogica, ovviamente in simultanea l’interprete non ha tempo di chiedere chiarimenti o conferme, quindi è costretto a prendere una decisione in velocità. Dunque: se l’interprete coglie l’errore e lo corregge, prevale la sua fedeltà all’oratore perché evita che il suo errore arrivi al pubblico, mentre invece, se pur percependo l’errore, l’interprete decide di mantenerlo, sceglie di essere più fedele al pubblico “non filtrando” l’errore dell’oratore. Quindi che fare?

A mio avviso a questa domanda non si può rispondere con un’unica ricetta valida per tutti i casi, perché molto dipende dalla situazione e dal tipo di errore. Propongo due esempi molto diversi. Se l’oratore fa un banale errore di forma, come pronunciare il nome di una persona in maniera errata, l’interprete non ha motivo di pronunciare a sua volta quel nome in maniera consapevolmente scorretta: nella sua traduzione utilizzerà la pronuncia giusta. Ma se invece l’oratore fa nel suo discorso un errore di contenuto, ad esempio dicendo “nel mio libro mi sono molto ispirato ai Promessi Sposi di Dante Alighieri”, cosa deve fare l’interprete? Io vedo tre possibilità:

  • riproporre l’errore (“nel mio libro mi sono molto ispirato ai Promessi Sposi di Dante Alighieri”), ma l’oratore farà una figuraccia
  • correggere l’errore (“nel mio libro mi sono molto ispirato ai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni”) salviamo la faccia all’oratore ma siamo “infedeli” verso il pubblico
  • mantenere la neutralità (“nel mio libro mi sono molto ispirato ai Promessi Sposi”), una soluzione di compromesso.

A voi è mai capitata una situazione del genere? Che cosa avete / avreste fatto?