Le dispiace se la registro?

Lavorando come interprete prima o poi arriva inevitabilmente il giorno in cui un cliente ci chiederà il permesso di registrare la nostra interpretazione. Anche se a prima vista potrebbe sembrare una richiesta legittima e “innocente”, in realtà va ponderata con molta attenzione.

A differenza di una traduzione scritta, che una volta terminata rimane per sempre a disposizione dei posteri, l’interpretazione orale di un discorso o di una riunione è strettamente legata al contesto e all’evento comunicativo in cui si svolge, da cui non andrebbe mai scissa.

Quando l’interprete traduce, essendo presente in carne e ossa all’evento, tiene conto anche delle componenti non verbali e paraverbali della comunicazione, come il tono e la postura del relatore. Parimenti, chi ascolta l’interprete ha a disposizione anche le componenti non verbali e paraverbali della sua resa, soprattutto quando si utilizzano le tecniche dell’interpretazione consecutiva o dello chuchotage, in cui l’interprete è anche fisicamente visibile al pubblico. In altre parole, se la resa venisse registrata, estrapolata dal suo contesto e riascoltata dopo molto tempo potrebbe risultare incompleta o in alcuni casi non perfettamente comprensibile.

All’elemento della fruibilità si aggiunge anche quello della responsabilità. Interpretare presuppone già di per sé una grande responsabilità, perché la comprensione del messaggio da parte di chi ascolta l’interprete dipende dalla sua resa, ma registrare la traduzione dell’interprete rende questa responsabilità ancora più gravosa.

Infine c’è la questione della proprietà intellettuale. L’interprete viene reclutato per fornire i suoi servizi espressamente per quell’evento con l’obiettivo specifico di far comprendere a chi lo ascolta il contenuto della riunione. Tuttavia, in termini di proprietà intellettuale, il contenuto dei discorsi appartiene ai relativi relatori, mentre la traduzione corrispondente nella lingua di arrivo appartiene all’interprete.

Per le ragioni sopra elencate, va da sé che un committente non dovrebbe sentirsi automaticamente autorizzato a registrare la resa dell’interprete. Al contrario, la questione della registrazione deve essere negoziata tra cliente e interprete come qualsiasi altro aspetto dell’incarico.

Quindi, se un cliente vuole registrare la resa dell’interprete dovrebbe:

  • chiederlo all’interprete / agli interpreti con largo anticipo, non il giorno stesso della riunione
  • chiedere anche l’assenso dei relatori
  • MAI registrare di nascosto senza chiedere prima il permesso
  • concordare con l’interprete / gli interpreti un compenso extra, che in Italia normalmente si aggira intorno al 50% del compenso giornaliero
  • inserire la clausola della registrazione nel contratto di interpretazione
  • in caso di accordo, effettuare la registrazione predisponendo con i tecnici audio una soluzione che registri direttamente dagli impianti e non ad esempio inserendo in maniera rudimentale un registratore in cabina in caso di interpretazione simultanea (luogo in cui gli interpreti possono legittimamente durante le pause scambiarsi comunicazioni personali)

Per quanto riguarda il pagamento del compenso extra, solitamente si fa un’eccezione in caso di registrazione di riunioni interne, quindi non destinata alla pubblicazione (ad esempio finalizzata solo alla stesura del verbale). Le altre regole rimangono valide.

Infine, in caso di trasmissione (precedentemente concordata con gli interpreti) della resa in diretta streaming, è sempre buona norma, come fanno le maggiori istituzioni internazionali, inserire sul sito che trasmette lo streaming un disclaimer che precisa che la resa degli interpreti serve solo a fini comunicativi e che fa fede l’originale.

Come gestire la cancellazione di un incarico

In questo post vorrei trattare un aspetto poco simpatico della nostra professione: la cancellazione dell’incarico. Partiamo da una situazione tipo (inventata ma realistica).

Il 10 settembre un’agenzia mi contatta per chiedermi la disponibilità per lavorare in simultanea nella cabina italiano<>francese per un convegno sulla politica europea della pesca programmato per il 15 novembre. Io do la mia disponibilità e l’opzione viene confermata in maniera definitiva il 20 settembre. Il 5 ottobre mi contatta un altro cliente che mi propone un altro incarico per tre giornate di lavoro, dal 14 al 16 novembre. La proposta mi tenta, perché sarebbero due giornate di lavoro in più, ma avendo già confermato la mia disponibilità per l’altro convegno ritengo più corretto rinunciare. Nel frattempo, nei giorni successivi inizio a ricevere i documenti relativi al convegno sulla pesca e inizio a prepararmi. Il 12 novembre di punto in bianco l’agenzia che mi ha assegnato l’incarico del convegno sulla pesca mi chiama e mi comunica che la mia presenza non è più richiesta perché gli organizzatori hanno deciso di eliminare il francese come lingua di lavoro per contenere i costi. A questo punto cosa succede?

Propongo tre soluzioni, voi quale votate?

A) Non succede niente. Amici come prima con l’agenzia e il 15 novembre ne approfitto per fare una gita fuori porta

B) Mi arrabbio con l’agenzia e mi impunto perché l’incarico venga confermato

C) Mi affretto a chiamare il cliente che mi aveva offerto le tre giornate di lavoro pretendendo che mi “restituisca” l’incarico

A me non piace nessuna delle tre ipotesi e ne suggerisco un’altra. Innanzitutto occorre precisare che in una situazione come quella proposta ho già fatto un investimento sull’incarico del convegno sulla pesca in quanto:

  • ho rinunciato ad un altro incarico, per giunta più remunerativo, che non posso più recuperare (se non creando il medesimo problema ad un altro collega, che vedrebbe il suo incarico cancellato)
  • ho passato il mio tempo a prepararmi per quel convegno, tempo che avrei potuto utilizzare in altre attività e che non mi sarà pagato da nessuno

Di conseguenza è sacrosanto, in una situazione di questo tipo, pretendere che venga versato un compenso anche in caso di cancellazione dell’incarico. Per questo è fondamentale prevenire queste situazioni spiacevoliinserendo sempre e con estrema chiarezza nella lettera d’incarico o contratto che si sottoscrive con un cliente i termini di cancellazione. Di norma questi termini sono progressivi. Ciascuno può stabilirli a seconda della propria organizzazione personale, ma ecco un esempio:

  • Compenso al 100% in caso di cancellazione entro 4 giorni dall’inizio dell’incarico
  • Compenso al 50% in caso di cancellazione entro 10 giorni dall’inizio dell’incarico
  • Compenso al 30% in caso di cancellazione entro 20 giorni dall’inizio dell’incarico

Avete avuto disavventure di questo tipo? Come vi siete comportati e come ha reagito il vostro cliente?

5 stereotipi sugli interpreti

Il mondo degli interpreti è molto piccolo e paradossalmente, anche se la nostra professione ci porta tutti i giorni in mezzo alla gente, chi è fuori dal nostro settore a volte si fa idee scorrette su di noi. Negli anni mi sono imbattuta in alcune di queste idee, che a furia di essere ripetute, in alcuni casi sono diventate stereotipi. Eccone alcuni.

1. Qualsiasi bilingue può fare l’interprete

Per fare l’interprete conoscere almeno due lingue è sicuramente una condizione fondamentale, ma non sufficiente. Occorre anche avere molte altre conoscenze e competenze. Una fra tutti: bisogna studiare e padroneggiare le tecniche di interpretazione simultanea, consecutiva e di trattativa. Un bilingue parte sicuramente avvantaggiato sul fronte della competenza linguistica, ma in tutti gli altri aspetti deve faticare come tutti gli altri. Aggiungo anche che i bilingui possono persino essere svantaggiati, perché per loro la tentazione di trasportare direttamente e scorrettamente la struttura di una lingua in un’altra è più forte rispetto ai non bilingui.

2. Gli interpreti sono primedonne

Non ci nascondiamo dietro un dito: alcuni interpreti possono effettivamente sembrare un po’ primedonne. Nel nostro lavoro non è insolito incontrare scrittori, attori, politici e gente “importante” e capita di lavorare su palcoscenici di teatri prestigiosi, alla radio o in televisione. In queste situazioni può accadere che l’adrenalina ci faccia dimenticare per qualche istante che siamo lì solo per riportare il messaggio di qualcun altro e che le luci della ribalta non illuminano noi, ma la persona che accompagnamo, ma è molto importante tornare subito con i piedi per terra. Personalmente posso dire che i colleghi che stimo di più e che reputo più capaci sono invece persone molto discrete e tutt’altro che primedonne.

3. Gli interpreti si lamentano sempre

Interpretare è un’attività molto impegnativa dal punto di vista cognitivo e per svolgerla al meglio è fondamentale lavorare in condizioni adeguate. Ad esempio, se gli oratori parlano/leggono troppo velocemente o troppo lontano dal microfono, se in cuffia si sentono strani fruscii o se non si riesce a vedere l’oratore si fa molta più fatica a lavorare bene. In queste situazioni credo che non ci sia niente di male se un interprete chiede educatamente se è possibile eliminare o quantomeno ridurre questi fattori di disturbo proprio negli interessi del cliente: lo fa per offrire un servizio migliore possibile e non per il piacere di lamentarsi.

4. Gli interpreti sono degli squali

Anche in questo caso purtroppo c’è un fondo di verità. Come dicevo prima, il nostro mondo è molto piccolo e alcuni interpreti non si fanno molti problemi a fare le scarpe a colleghi per accaparrarsi un cliente. La buona notizia però è che, essendo appunto un mondo molto piccolo, prima o poi viene tutto a galla, quindi è bene non perdere di vista l’etica professionale e comportarsi in maniera corretta con tutti, clienti e colleghi, altrimenti il mercato non esiterà a tagliarci fuori. In sostanza: alcuni squali ci sono, ma hanno vita breve.

5. Gli interpreti costano troppo

In questo caso è fin troppo facile fornire argomentazioni per scardinare questo stereotipo. In Italia gli interpreti non hanno né un albo professionale, né una cassa e pagano i contributi alla cosiddetta gestione separata, come altre categorie professionali. Senza entrare troppo nei dettagli fiscali, semplifico dicendo che quasi la metà del compenso totale corrisposto dal cliente o dall’agenzia si volatilizza sottoforma di contributi INPS, ritenuta d’acconto e IVA (ad eccezione di alcuni regimi fiscali particolari). Inoltre, c’è da considerare che un interprete libero professionista lavora su base giornaliera e il numero delle giornate varia molto. Tipicamente all’inizio del percorso professionale le giornate sono molto poche e in alcuni periodi dell’anno non ci sono convegni (ad esempio agosto è quasi sempre vuoto). Ultimo punto da tenere in considerazione: la tariffa copre idealmente non solo la giornata di lavoro in sé, ma anche il tempo necessario alla preparazione.

 

 

L’interprete può correggere l’oratore?

Uno dei priviliegi di un interprete è poter incontrare menti illuminate che hanno qualcosa di importante da dire agli altri. Recentemente mi è capitato di incontrare una di queste personalità incredibili e devo dire che è stato un onore prestargli la mia voce per permettergli di comunicare con la gente. In queste circostanze sento ancora di più la responsabilità di essere “fedele” (termine delicato in ambito traduttivo, ma in questo caso appropriato) sia all’oratore che al pubblico.

Il problema però è che in alcuni casi queste due forme di fedeltà entrano in conflitto. Uno di questi casi è quando l’oratore dice una scorrettezza durante un discorso tradotto in interpretazione simultanea (bè, sì, capita anche alle menti più acute di sbagliare!). Diversamente dall’interpretazione consecutiva o dialogica, ovviamente in simultanea l’interprete non ha tempo di chiedere chiarimenti o conferme, quindi è costretto a prendere una decisione in velocità. Dunque: se l’interprete coglie l’errore e lo corregge, prevale la sua fedeltà all’oratore perché evita che il suo errore arrivi al pubblico, mentre invece, se pur percependo l’errore, l’interprete decide di mantenerlo, sceglie di essere più fedele al pubblico “non filtrando” l’errore dell’oratore. Quindi che fare?

A mio avviso a questa domanda non si può rispondere con un’unica ricetta valida per tutti i casi, perché molto dipende dalla situazione e dal tipo di errore. Propongo due esempi molto diversi. Se l’oratore fa un banale errore di forma, come pronunciare il nome di una persona in maniera errata, l’interprete non ha motivo di pronunciare a sua volta quel nome in maniera consapevolmente scorretta: nella sua traduzione utilizzerà la pronuncia giusta. Ma se invece l’oratore fa nel suo discorso un errore di contenuto, ad esempio dicendo “nel mio libro mi sono molto ispirato ai Promessi Sposi di Dante Alighieri”, cosa deve fare l’interprete? Io vedo tre possibilità:

  • riproporre l’errore (“nel mio libro mi sono molto ispirato ai Promessi Sposi di Dante Alighieri”), ma l’oratore farà una figuraccia
  • correggere l’errore (“nel mio libro mi sono molto ispirato ai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni”) salviamo la faccia all’oratore ma siamo “infedeli” verso il pubblico
  • mantenere la neutralità (“nel mio libro mi sono molto ispirato ai Promessi Sposi”), una soluzione di compromesso.

A voi è mai capitata una situazione del genere? Che cosa avete / avreste fatto?