Come tradurre il turpiloquio?

Come risaputo, qualche giorno fa si è consumato un vivace scontro verbale tra il Ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini e il Ministro degli Esteri e dell’Immigrazione lussemburghese Jean Asselborn il quale, al termine di una replica a Salvini, è sbottato dicendo: “Merde alors!”.

Tralascio i contenuti della diatriba per concentrarmi invece sull’errata interpretazione di quanto detto dal Ministro Asselborn. La stragrande maggioranza della stampa italiana ha parlato della “volgarità” dei toni utilizzati dal Ministro lussemburghese, lamentata anche dal Ministro Salvini, che in un suo post su Facebook ha scritto che Jean Asselborn l’avrebbe “interrotto urlando merda”. Data la prossimità della lingua francese all’italiano, in molti sono caduti (o sono voluti cadere) nel tranello linguistico e hanno tradotto l’esclamazione del Ministro del Lussemburgo con il termine più simile in italiano, senza però preoccuparsi dell’accuratezza della traduzione.

Infatti, chiunque vada un po’ oltre il livello di “Noio volevam savuàr” sa che “merde!” viene usato dai francofoni in maniera decisamente più frequente di come noi italiani utilizziamo “merda!” e non ha affatto la stessa intensità. Va riconosciuto a Il Post il merito di aver chiarito in calce al suo articolo che “la traduzione dal francese nei sottotitoli del video non è precisissima. Infatti «Merde alors!» non significa «Merda!», ma è più simile all’italiano «Porca vacca!»”, o, aggiungo io, “porca miseria / e che diamine”.

Colgo la palla al balzo per trattare un tema che avevo in mente da tempo: cosa fare quando un relatore fa ricorso al turpiloquio. Per un interprete, queste situazioni sono sempre delicate perché si trova a dover decidere in pochi secondi a che cosa dare la priorità: meglio essere fedele al relatore, trasmettendo per intero i suoi contenuti nel medesimo registro senza censure, oppure prediligere la sensibilità di chi ascolta e omettere il turpiloquio? Senza dimenticare che in questa valutazione l’interprete deve anche tenere conto di un altro attore fondamentale, presente in questo triangolo comunicativo, che deve essere tutelato: se stesso e la sua professionalità.

A mio avviso non c’è un’unica strategia di gestione del turpiloquio valida per tutte le situazioni, perché occorre valutare alcuni fattori, primo fra tutti il contesto. Ad esempio, se si tratta di una riunione molto informale e a porte chiuse (invento: diciamo la riunione del Club internazionale “Amici di Topolino”) in cui è chiaro che i partecipanti hanno una certa confidenza tra di loro, l’interprete si sentirà più libero di ricorrere a un registro un po’ più quotidiano (senza esagerare); viceversa, se si tratta di una conferenza molto formale (invento ancora: il Convegno mondiale dei dermatologi specializzati in acne giovanile), magari anche con il pubblico in sala e le telecamere, la scelta più prudente è sempre quella di non scendere troppo di registro. In questo secondo scenario, l’interprete può ridurre l’intensità del turpiloquio o, se la situazione lo rende davvero necessario, rendersi visibile spiegando a chi ascolta che è stata utilizzata una parola forte, senza però ripeterla. In passato mi è capitato di ricorrere a questa strategia e ricordo di aver detto: “Il relatore ha espresso il concetto utilizzando un linguaggio molto colorito, che l’interprete non ripeterà”.

Il secondo fattore da valutare è il ruolo svolto dal turpiloquio in quella determinata situazione. Se si tratta di un’esclamazione evidentemente sfuggita al relatore, ma che non aggiunge nessun contenuto, l’interprete può anche valutare di ometterla. Cambiando scenario, invece, immaginiamo che l’interprete si trovi in un tribunale a interpretare in una causa di diffamazione il cui oggetto del contendenere è proprio l’utilizzo specifico di un insulto ai danni della parte lesa. In questo caso, per quanto volgare sia, è evidente che l’interprete dovrà necessariamente tradurre l’insulto, mantenendone il più possibile intatta l’intensità. In una situazione di questo tipo, l’unica strategia a disposizione dell’interprete restio a tradurre il turpiloquio potrebbe essere quella di tradurre l’insulto una sola volta all’inizio della riunione ed evitare di ripeterlo nelle volte successive facendo ricorso a parafrasi, magari dicendo “l’insulto / quanto detto, ecc.” invece di ripetere l’insulto stesso tutte le volte.

Qualsiasi sia lo scenario, tradurre il turpiloquio per un interprete rimane sempre e comunque un grattacapo di cui farebbe volentieri a meno e per essere risolto al meglio richiede esperienza e una grande sensibilità comunicativa. E a voi è mai capitato di tradurre il turpiloquio?

 

 

 

E’ giusto interpretare verso una lingua straniera?

Nel mondo dell’interpretazione, questa domanda ha interrogato e continua a interrogare chiunque si affacci alla professione. Ma prima di offrire la mia risposta, ecco qualche definizione (chi ha già familiarità con la terminologia può saltare il prossimo paragrafo).

Si interpreta in passiva quando si lavora a partire da una lingua straniera (che può essere lingua B o lingua C) verso la propria madrelingua (ossia lingua A), mentre invece si interpreta in attiva quando si lavora dalla propria madrelingua verso una lingua straniera (lingua B, ossia lingua straniera in cui si lavora attivamente, contrariamente alla lingua C, che è passiva).

La risposta delle istituzioni europee alla domanda del titolo è molto chiara e netta: no, a meno che non si strettamente necessario. Infatti, il servizio di interpretazione è organizzato in modo tale che si interpreti unicamente verso la propria lingua madre (con delle eccezioni per le combinazioni linguistiche in cui questo non risulta possibile), dunque tendenzialmente il profilo degli interpreti è di una lingua A e varie lingue C. Quando questo non è possibile si ricorre al retour (interpretazione lingua A>lingua B) o al relais, di cui ho parlato nel post precedente.

Sul mercato privato italiano, invece, tradurre verso una lingua straniera è assolutamente normale, a tal punto che avere nella propria combinazione una lingua solo passiva (C) equivale a utilizzarla ben poco poiché vengono richieste molto più spesso cabine bidirezionali (lingua A<>lingua B) rispetto alle cabine pure (lingua B/C>lingua A). Anzi, esiste anche la pratica dell’interpretazione incrociata, che consiste nell’interpretazione tra due lingue straniere senza passare dalla lingua madre (lingua B<>lingua B).

Al di là delle variabili date dalle scelte istituzionali e dalle esigenze di mercato, la mia risposta alla domanda iniziale è sì: con la preparazione giusta sono convinta che si possa fare un ottimo lavoro, anche quando si interpreta verso una lingua straniera. Tradurre verso la propria lingua madre non è necessariamente una garanzia di qualità perché il processo di interpretazione è costituito da due fasi principali: la comprensione del discorso pronunciato dall’oratore nella lingua di partenza e la produzione del discorso nella lingua di arrivo e ciascuna di queste fasi ha le sue difficoltà.

Se è vero da una parte che la fluidità nella propria lingua madre può essere raggiunta difficilmente in una lingua B, dunque traducendo verso una lingua straniera si potrebbe perdere nella produzione qualche elemento stilistico, è pur vero che tradurre a partire dalla propria madrelingua offre il notevole vantaggio di padroneggiare perfettamente la comprensione, schivando eventuali difficoltà. Una volta compreso il contenuto del discorso, con una solida competenza nella lingua B, l’interprete ha tutto ciò che gli occorre per riprodurre il messaggio nell’altra lingua, e anche se gli sfuggisse uno specifico vocabolo nella lingua B, riuscirebbe comunque a esprimere il concetto in modo efficace utilizzando altre parole.

Il relais: che cos’è e come gestirlo al meglio

Nei convegni con molte lingue di lavoro in cui si fa ricorso all’interpretazione simultanea, laddove non tutti gli interpreti hanno nella loro combinazione linguistica tutte le lingue di lavoro del convegno, si fa spesso ricorso al relais, una conformazione organizzativa che, per essere efficace, richiede qualche cautela. Per chi non sapesse cos’è il relais, segue una breve spiegazione. Chi invece lo sa, può passare direttamente al paragrafo successivo.

Facciamo un esempio pratico: c’è una conferenza che ha come lingue di lavoro italiano, tedesco e russo con due cabine, quella di russo<>italiano e quella di tedesco<>italiano. Sia gli interpreti della cabina di russo che quelli della cabina di tedesco lavorano dall’italiano verso la propria lingua e viceversa, ma gli interpreti di russo non hanno il tedesco e, viceversa, quelli di tedesco non hanno il russo, quindi che si fa quando prendono la parola i relatori di russo? Come si fa ad assicurare la traduzione verso il tedesco? E viceversa, dal tedesco al russo? Semplice, si passa dall’italiano. Ovvero, quando un relatore parla russo, gli interpreti di russo traducono dal russo all’italiano. Gli interpreti di tedesco “prendono il relais” da loro, ossia ascoltano la traduzione dei colleghi russi verso l’italiano e a loro volta traducono verso il tedesco. In poche parole: il relais consiste in un’interpretazione in due tappe, da A a B, e poi da B a C, poiché non si può passare direttamente da A a C.

Nel relais c’è qualcuno che “dà il relais” e qualcuno che lo “prende” ed è fondamentale che tutti gli interpreti coinvolti in questo doppio passaggio prestino massima attenzione affinché il messaggio dell’oratore arrivi a tutti gli uditori in maniera accurata e completa, senza perdersi  nei vari passaggi. Se per l’interprete che “prende il relais” non c’è un ampio margine di manovra, perché non può fare altro che fidarsi di quello che dice il collega, l’interprete che “dà il relais” invece, sapendo di essere gravato da una doppia responsabilità, può intervenire adottando alcune premure per agevolare, nella misura del possibile, il compito del collega. Eccone alcune:

  • innanzitutto dovrebbe controllare con attenzione di “uscire” sul canale audio giusto, in modo tale che la sua resa possa essere ascoltata dal pubblico in sala e dal collega che “prende il relais”
  • nella misura del possibile, spezzettare le frasi in modo da alleggerire la struttura (la cosiddetta “salami technique”), evitando catene di subordinate e utilizzando in maniera corretta ed oculata i connettori logici per facilitare la comprensione del filo logico
  • rallentare il ritmo quando vengono riportati nomi propri (difficili da cogliere se le lingue sono particolarmente distanti) o cifre (sempre potenzialmente problematiche)
  • cercare di mantenere un ritmo il più possibile omogeneo, evitando rallentamenti e accelerazioni

Insomma: quando si lavora con il relais produrre una resa pulita diventa ancora più cruciale.

E voi, avete esperienze con il relais?

 

 

Che cos’è legittimo aspettarsi da un interprete? (…e cosa non lo è?)

Chi non ha mai usufruito dei servizi  di un interprete ha spesso idee abbastanza confuse sul ruolo che svolge e su cosa è legittimo aspettarsi da lui/lei. Come è stato più volte sottolineato in questo blog, la professione dell’interprete, così come quella del traduttore, in Italia non è regolamentata, né è legata a un albo professionale, quindi la questione della deontologia professionale ricade principalmente sui singoli professionisti e, per chi ne fa parte, sulle associazioni professionali.

Per chi volesse approfondire la posizione delle associazioni professionali, ecco i link ai codici deontologici delle maggiori associazioni di interpreti attive in Italia.

Vista la mancanza di norme precise, una domanda potrebbe sorgere spontanea: per un cliente che cosa è legittimo aspettarsi da un interprete? Ecco quelli che, a mio avviso, sono i 3 aspetti più importanti.

Discrezione

La prima preoccupazione di molti clienti. Ho perso il conto delle volte in cui un cliente si è rifiutato di inviarmi le presentazioni powerpoint prima di una conferenza perché “il materiale è riservato”. Peccato che spesso avere questo materiale in anticipo incide moltissimo sulla qualità del servizio, quindi metterlo a disposizione dell’interprete in realtà dovrebbe essere un interesse prima di tutto del cliente. Purtroppo non è sempre facile spiegare a un cliente che è fondamentale che un’interprete si prepari adeguatamente prima di una conferenza, ma soprattutto non è facile spiegargli che può contare sulla nostra riservatezza perché siamo dei professionisti. Con clienti molto restii a trasmettere in anticipo dati che reputo importanti per assicurare una buona qualità del servizio, personalmente propongo di sottoscrivere un accordo di riservatezza, anche se nella maggior parte dei casi il fatto stesso di ricevere questa proposta rassicura il cliente, che a quel punto decide di inviare la presentazione.

Preparazione

Un elemento già illustrato nel punto precedente. In sintesi: per un cliente è legittimo aspettarsi un servizio di qualità; per fornire un servizio di qualità, l’interprete deve prepararsi, ma per prepararsi ha bisogno di ricevere dal cliente tutte le informazioni e le risorse necessarie.

Puntualità

L’interprete è reclutato per aiutare i partecipanti di un determinato evento a comunicare e per farlo deve innanzitutto essere presente. Per me essere puntuale vuol dire arrivare sul posto almeno 30 minuti prima dell’inizio della conferenza per fare le prove tecniche e scambiare qualche parola con il cliente / gli organizzatori e gli oratori per controllare che sia tutto a posto.

Cambiando punto di vista, invece, per un cliente che cosa NON è legittimo aspettarsi da un interprete? Per equità, mi limito anche in questo caso ai 3 punti per me più importanti.

Lavoro in solitaria / senza pause / ore extra

Affinché un interprete fornisca un servizio di qualità, è necessario che operi in condizioni adeguate. Se un cliente si aspetta che l’interprete accetti di lavorare in simultanea da solo, senza pause, durante la pausa pranzo o se dà per scontato che acconsenta a lavorare un’ora in più rispetto a quanto stabilito, oltre a fare un torto al professionista che ha davanti, crea un problema soprattutto a sé stesso, perché fa sì che l’interprete non sia nella posizione di garantire un buon servizio.

Attrezzatura scadente

Può sembrare banale, ma l’attrezzatura può fare un’enorme differenza. Lavorare per 7 ore con il fischio in cuffia metterebbe a dura prova anche un maestro di yoga e reputo è scorretto pretendere che l’interprete accetti di lavorare in condizioni che non gli permettono di fare un buon lavoro solo per risparmiare due lire sull’installazione dell’attrezzatura.

Disponibilità sempre e comunque

E’ molto gratificante riuscire a stabilire una collaborazione duratura tra cliente e interprete perché porta benefici a entrambe le parti, ma non bisogna mai dimenticare che l’interprete è un libero professionista e non un dipendente. Di conseguenza, non è tenuto a rispondere al telefono alle 1o di sera o la domenica e ha il diritto di rifiutare incarichi offerti dal cliente se è già impegnato o per altre ragioni personali.

Altri suggerimenti, sia da una parte che dall’altra?

 

La divisa dell’interprete

Qualche giorno fa mia mamma mi ha raccontato una storia che mi ha fatto molto ridere. Recentemente è andata a trovare uno zio anziano che non vede molto spesso. Quando lo zio ha chiesto notizie di me, gli ha raccontato del mio lavoro e la prima domanda che lo zio le ha fatto è stata: “Ma allora porta una divisa?”. Non so quale ragionamento lo abbia portato a questa deduzione, ma devo riconoscergli il merito di avermi fatto venire l’idea di questo post, che riguarda appunto il tipo di abbigliamento che dovrebbe usare un’interprete in servizio. Uso volontariamente l’apostrofo perché mi concentrerò solo sull’interprete donna.

Partiamo dal presupposto che un’interprete viene chiamata a un evento per svolgere un ruolo molto preciso: facilitare lo scambio tra persone che non parlano la stessa lingua, quindi dovrebbe avere un’immagine professionale e discreta. Questo principio vale soprattutto quando lavoriamo in consecutiva o chuchotage, quindi consapevoli dal principio del fatto che saremo su un palco o comunque di fronte a un pubblico. Tuttavia, dovrebbe essere seguito anche quando lavoriamo in simultanea perché, anche se è probabile che saremo quasi sempre rintanati in cabina, arriverà prima o poi il momento della pausa caffè o potrebbe succedere che a causa di un problema tecnico saremo chiamati a fare chuchotage o consecutiva in sala. Ecco, in quella situazione, non è il caso di presentarsi in infradito.

Ma qual è l’abbigliamento più opportuno? Nel 90% dei casi un classico tailleur (sia gonna che pantaloni) con delle scarpe eleganti sono sempre la risposta giusta, ma vanno benissimo anche soluzioni simili. Qualche anno fa ho lavorato in un’azienda di abbigliamento e quando sono arrivata sul posto ho chiesto alla signora dell’accoglienza indicazioni per la sala precisando che ero l’interprete e lei mi ha detto: “Si vede, è proprio vestita da interprete”. Avevo un tailleur molto classico, quindi direi che ci ho preso 🙂

Detto questo, però, ci sono contesti inusuali in cui il classico tailleur potrebbe non essere la scelta giusta. Ad esempio (e qui cito situazioni reali): cantieri, discariche, fabbriche, spiagge, barche, rifugi di montagna… In questi luoghi è meglio privilegiare la praticità, ma sempre cercando di mantenere un’immagine sobria. Per non sbagliare, chiediamo al cliente o all’agenzia il luogo e le condizioni esatte dell’evento e certamente sapremo qual è l’abbigliamento più adeguato.

Il CV dell’interprete freelance

Nonostante l’esplosione di social network di tutti i tipi, sia professionali che non, almeno in Italia lo strumento principe per presentarsi come professionista è e rimane il curriculum vitae. Questo vale soprattutto per chi è alla ricerca di un contratto di lavoro come dipendente o dirigente, ma non è detto che valga lo stesso  anche per chi lavora come freelance.

In molti settori, una valida alternativa al CV è offerta dal portfolio, ossia una selezione di lavori svolti in passato. E’ quello che fanno spesso grafici, architetti, artisti, ma anche traduttori.

Per gli interpreti ovviamente non c’è la possibilità di creare un portfolio, quindi potremmo dover tornare al CV o, in alternativa, elaborare una presentazione di altro tipo (powerpoint, brochure o altro). In questo post vorrei concentrarmi sul CV.

Elaborare un CV efficace è molto difficile perché è strettamente correlato a chi andrà a leggerlo e può variare in misura rilevante in base a fattori come:

  • la cultura del destinatario: ad esempio in Italia resiste ahimé la tendenza a fare CV in formato romanzo, mentre nei Paesi anglofoni è tipicamente di 1 pagina, al massimo 2
  • il tipo di destinatario: a seconda che ci rivolgiamo a un’agenzia, a un cliente diretto o a un collega e/o chef d’équipe dobbiamo dosare bene i tecnicismi (siamo sicuri che un’azienda che produce pavimenti sappia che cos’è lo chuchotage?) e le informazioni che chi legge si aspetta di trovare

Ma quali sono gli elementi che non possono proprio mancare?

  • dati di contatto
  • titolo professionale (interprete / interprete e traduttore)
  • link al nostro sito
  • servizi svolti (interpretazione, traduzione, revisione, voice-over, ecc.)
  • combinazione linguistica (con indicazione delle lingue attive e passive sottoforma di elenco o di griglia)
  • anni di esperienza / numero di giornate / parole tradotte
  • associazioni professionali di appartenenza
  • eventuali settori di specializzazione
  • formazione (universitaria e altri corsi attinenti alla professione)
  • certificazioni o accreditamenti professionali

Oltre a queste informazioni base, a seconda dei casi, possiamo aggiungere anche:

  • una lista di clienti con cui lavoriamo o abbiamo lavorato in precedenza (previa loro autorizzazione)
  • una nostra foto professionale
  • una selezione degli incarichi più rilevanti svolti in passato
  • competenze informatiche relative al nostro settore (in primis i CAT tools per gli interpreti-traduttori)
  • soggiorni all’estero
  • altre esperienze lavorative (se attinenti a una delle nostre specializzazioni)
  • ambiti lavorativi come conferenze, fiere, trattative commerciali, ecc (utili soprattutto se a leggere il nostro CV è un’azienda che non sa esattamente in quali e quanti ambiti possiamo essere impiegati)
  • eventuali traduzioni pubblicate (per gli interpreti-traduttori)

Tenderei invece a scartare:

  • il CV in formato Europass perché non flessibile nei contenuti e nella grafica
  • data e luogo di nascita
  • stato civile
  • indicazioni come “patente B” o “automunito”
  • l’intera lista delle giornate di interpretazione (diventerebbe troppo lungo: molto meglio inserire un link cliccabile a una pagina del nostro sito con la lista delle giornate)

E infine un consiglio finale: vale la pena soffermarsi sulla grafica per rendere il nostro CV memorabile già al primo colpo d’occhio e invogliare chi lo riceve a leggerlo per intero.

Per chi fosse interessato ad approfondire il tema, segnalo con piacere l’utilissimo ebook in inglese di Marta Stelmaszak You need a CV that works scaricabile gratuitamente dal link inserito. Buon CV!

Meglio i clienti diretti o le agenzie?

Uno degli aspetti più belli della libera professione è, come dice la parola stessa, il fatto che è libera, ovvero ognuno può lavorare con chi vuole e costruirsi il proprio portafoglio clienti in base alle proprie preferenze e attitudini.

Per un interprete che lavora come libero professionista oltre al passaparola tra colleghi ci sono due tipologie principali di clienti: i clienti diretti (aziende, professionisti di altri settori, privati) e le agenzie di traduzione. In questo post vorrei soffermarmi sui vantaggi e gli svantaggi di lavorare con ciascuna delle due categorie.

Le agenzie di traduzione

Le agenzie sono tradizionalmente il primo approdo di un interprete quando inizia a muovere i primi passi nella professione. La motivazione è semplice: l’agenzia si assume una parte del lavoro e delle responsabilità che altrimenti dovrebbe sobbarcarsi interamente l’interprete, ad esempio:

  • svolge attività di marketing per trovare o essere trovata dal cliente
  • gestisce tutte le fasi del negoziato in merito alle condizioni contrattuali
  • si occupa dell’organizzazione dei dettagli tecnici (noleggio della cabina, contatti con i tecnici, ecc…)
  • sollecita il cliente per l’invio delle informazioni
  • è responsabile del reclutamento degli interpreti (che in caso di eventi plurilingue può rivelarsi complesso)
  • gestisce eventuali problemi durante lo svolgimento dei lavori
  • risponde della remunerazione dell’interprete

A fronte di tutti questi vantaggi, ovviamente ce n’è uno, anche abbastanza rilevante: le agenzie trattengono una commissione di entità più o meno rilevante.

I clienti diretti

Viceversa, gli svantaggi di quando lavoriamo con clienti diretti consistono nel fatto che dobbiamo dedicare parte del nostro tempo e delle nostre energie alle attività elencate sopra. Ecco invece i vantaggi:

  • non dobbiamo cedere una parte del nostro compenso ad un’agenzia
  • è nostra la scelta di quali colleghi coinvolgere
  • abbiamo un margine di manovra totale nella negoziazione delle condizioni contrattuali
  • ma soprattutto: possiamo fidelizzare il nostro cliente e costruire un rapporto lavorativo consolidato che in alcuni casi trasforma il nostro ruolo da mero fornitore di servizi una tantum a consulente a tutto tondo

Sulla base di queste valutazioni, a questo punto dovrei forse dare una risposta alla domanda nel titolo, ma la mia risposta è, come in molti casi, dipende. Dal mio punto di vista dipende dalle persone con cui si ha a che fare. Forse l’ideale è avere un giusto mix fatto di clienti diretti consapevoli del lavoro dell’interprete e di agenzie serie con personale preparato. E voi, preferite lavorare con clienti diretti o con agenzie?

Interpretazione simultanea: i benefici del lavoro di squadra

Anche se dall’esterno potrebbe sembrare che il nostro sia un lavoro da lupi solitari (mezz’ora io – cambio turno – mezz’ora tu, e così via), durante un incarico di interpretazione simultanea (in gergo “quando lavoriamo in cabina”), uno dei fattori che contribuiscono maggiormente al successo del servizio è l’intesa con il/la collega.

Prima del convegno

Una buona collaborazione comincia dalla fase preparatoria. Prima del convegno è sempre molto utile condividere con il/la collega le informazioni, i documenti e i glossari che utilizziamo per prepararci. Lo scambio è abbastanza semplice e spontaneo quando lavoriamo con qualcuno che già conosciamo, ma è un ottimo punto di partenza anche quando lavoriamo con un(a) collega per la prima volta, anche perché diventa l’occasione per rompere il ghiaccio e partire da subito col piede giusto.

Durante il convegno

Avere una buona intesa con il/la collega permette di risolvere e addirittura prevenire eventuali problemi. Ad esempio, è molto comune aiutare il/la collega scrivendo su un foglio di carta posizionato al centro del tavolo elementi  particolarmente ostici del discorso (numeri, nomi di relatori, sigle, liste di Paesi, termini potenzialmente difficili. ecc.) in modo tale che il/la collega possa averli a disposizione in caso di dubbio o se non li avesse sentiti.

Una buona intesa è importante anche per riuscire a fare il cambio del turno di parola in maniera fluida e senza lasciare “buchi”. Quando è possibile, si cerca di far corrispondere il cambio turno degli interpreti con il cambio di oratore, ma se un discorso diventa eccessivamente lungo, è opportuno chiedere il cambio al(la) collega, che deve essere pronto/a a cogliere la richiesta. Ovviamente queste comunicazioni di servizio avvengono nella maggior parte dei casi con il linguaggio non verbale perché abbiamo il microfono aperto, quindi è fondamentale sviluppare la capacità di capirsi al volo.

Fare un lavoro di squadra vuole anche dire fare fronte comune in caso di imprevisti. Ad esempio: se il cliente ci chiede di registrare la nostra interpretazione o di lavorare due ore in più senza modificare le condizioni contrattuali è bene elaborare una strategia comune e rispondere al cliente in maniera univoca.

Un ultimo beneficio, ma non per questo meno importante: stabilire una buona collaborazione con il/la collega ci permette di lavorare in maniera molto più piacevole e senza inutili tensioni che andrebbero per forza di cose a influire negativamente sulla nostra resa, oltre che sul nostro umore.

Sia chiaro: ci saranno sempre colleghi/e più simpatici/he di altri/e, ma credo che sia sempre importante sforzarsi di fare sempre un lavoro di squadra perché interpretare non è una gara a chi fa la prestazione migliore. Non siamo stati reclutati per far vedere quanto siamo bravi, ma per far capire a chi ci ascolta quello che dicono i relatori.

A proposito di collaborazione in cabina, vi lascio con un video molto divertente realizzato qualche anno dalla DG Interpretazione della Commissione europea che mostra esattamente quello che NON bisogna fare in cabina se non vogliamo far impazzire il nostro collega 🙂

Il film slovacco “The Teacher”

Il 7 settembre è uscito in nelle sale italiane il film slovacco The Teacher: una lezione da non dimenticare, del regista Jan Hřebejk. La storia, ambientata nel 1983 in una Bratislava ancora sotto forte influenza sovietica, ha come protagonista una maestra che sfrutta la sua posizione di potere per trarre vantaggi personali, concedendo voti generosi agli studenti in cambio di favori da parte dei loro genitori.

Al di là della vicenda, che non può lasciare nessuno spettatore indifferente, soprattutto pensando al fatto che è ispirata a fatti veri, quello che ho apprezzato di più del film è la rappresentazione del clima di quegli anni. Ovviamente, per ragioni anagrafiche e geografiche, non ho un’esperienza personale della vita nella Cecoslovacchia degli anni ’80, ma mi è capitato molte volte di sentire racconti di chi ha vissuto quel periodo, in cui per molti regnava il costante sospetto e la paura di ritorsioni per qualsiasi azione “non conforme”, una fase storica forse ancora non del tutto metabolizzata dalla società slovacca. Lo stile del film ricorda un po’ quello adottato da Michaela Sebokova inDal diario di una piccola comunista: racconta la grande Storia attraverso una piccola storia, forse meglio di molti documentari.

C’è un’unica cosa che non mi convince: il titolo della versione italiana. Il titolo originale del film è Učiteľka, tradotto letteralmente “la maestra”, “l’insegnante” o al limite “la professoressa”. Data l’età approssimativa degli studenti io avrei optato per “La maestra”. Per quale motivo tradurlo in inglese e per di più aggiungere di sana pianta un sottotitolo (a mio avviso) totalmente fuorviante? Non so a voi, ma “Una lezione da non dimenticare” in me evoca atmosfere allegre e gioiose, mentre invece il film, pur regalando molti momenti divertenti, è fatto principalmente di tinte fosche.

Ecco qui il trailer doppiato in italiano:

 

E in slovacco con i sottotitoli in inglese per i puristi 🙂

Foto locandina: My Movies

Le interiezioni in slovacco

Le interiezioni, o esclamazioni, sono una delle parti del discorso e sono utilizzate per esprimere emozioni o stati soggettivi (qui la definizione completa del dizionario Treccani). In pratica sono quelle paroline che ci escono spontaneamente di bocca quando siamo sorpresi o scossi per qualcosa, colorando il discorso.

Ogni lingua ha le sue interiezioni e nella mia esperienza sono uno di quegli elementi che si imparano di una lingua straniera unicamente quando la si vive nella sua quotidianità e autenticità. Le interiezioni sono un tema così interessante che spesso sono oggetto di tesi di laurea o dottorato, ma in questo breve post mi limiterò a fare un piccolo elenco di quelle usate più comunemente dai parlanti di slovacco, cercando di spiegarne il significato, senza alcuna pretesa di studio scientifico.

Ach: viene utilizzato quando si apprende una notizia negativa. Ad esempio: “Ach, ho perso il treno!”. Ricorda un po’ il nostro “caspita” o “diamine”.

Ježiš Mária / Pre Boha / Bože môj: letteralmente “Gesù Maria” / “Per Dio” / “Dio mio”, sono utilizzate per esprimere sorpresa, solitamente per eventi negativi, come quando noi diciamo “Dio mio”. Esempio: “Pre Boha, perché hai un occhio nero?!”

Jaj / joj: interiezione usata quando ci si rende conto di aver avuto o dato un’informazione scorretta, come “ah, d’accordo” / “ah, giusto”. Ad esempio: “Vieni alle 3, giusto?”. “No, alle 2.30”. “Jaj! Ok, vengo a prenderti”.

Fuj: assomiglia un po’ al nostro “uffff!” quando siamo negativamente colpiti o anche disgustati da qualcosa. Ad esempio: “Fuj, che caldo che fa oggi, non si respira!”. Qui un’illustrazione.

Aha: si usa per esprimere una piacevole sorpresa, come quando diciamo “Oh, che bene!”. Esempio: “Aha, sta già arrivando l’autobus”.

Fíha!: la mia esclamazione slovacca preferita 🙂 Viene utilizzata quando si apprende qualcosa di notevolmente positivo, come quando noi diciamo “wow!” . Ad esempio: “Mia nonna mi ha regalato per Natale una Ferrari”. “Fíha! Che regalone!”.