L’interprete e i social media

I social media hanno rivoluzionato le nostre vite, sia nella sfera personale, che in quella professionale. Dal punto di vista professionale, i social media offrono agli interpreti opportunità che anche solo una decina di anni fa erano inimmaginabili. In passato, per fare networking e marketing, le uniche possibilità a disposizione dei professionisti erano partecipare ad eventi, alzare il telefono o inviare un’email. Oggi, grazie a LinkedIn, Facebook o Twitter, a questi canali “tradizionali” se ne aggiungono altri che ci permettono di entrare in contatto o interagire con colleghi e potenziali clienti praticamente con un click. Fantastico, no? Beh… sì e no. Perché se usati male, i social network possono ritorcersi contro di noi e ledere la nostra reputazione.

Vita privata e vita professionale

Se sui social abbiamo profili professionali, probabilmente il nostro obiettivo è trovare nuovi clienti, coltivare gli attuali e confrontarci con i colleghi. Per farlo è importante veicolare un’immagine di noi autentica e professionale, che ispiri fiducia e competenza, evitando quindi contenuti troppo personali. Per chi ama usare i social network per rimanere in contatto con amici e familiari, un’idea potrebbe essere destinare un canale ad un uso esclusivamente professionale, come LinkedIn, e avere un secondo profilo, ad esempio su Facebook o Instagram, con contenuti più personali, in modo tale che i nostri potenziali clienti non finiscano per errore sulle nostre fotografie al mare in bikini!

#viewfromthebooth

I social media strabordano di fotografie di interpretri con l’hashtag #viewfromthebooth #boothwithaview o #terplife che ritraggono l’interprete in cabina, da cui spesso si desumono informazioni potenzialmente sensibili, come il luogo, il tipo di evento e l’identità dei partecipanti, che il nostro cliente potrebbe non avere voglia di diffondere per mille possibili ragioni. Se da una parte è comprensibile che dal punto di vista del marketing si abbia voglia di far sapere a colleghi e potenziali clienti che siamo attivi sul campo, nel nostro lavoro il principio della riservatezza è sacro, e anche se nel contratto che abbiamo firmato non è specificato, prima di postare foto di questo tipo, sarebbe opportuno chiedere il permesso al cliente. A tal proposito, Julia Poger propone di pubblicare questi contenuti con l’hashtag #clientauthorized.

Quanto sono figo!

Un altro genere di contenuti molto popolare è il selfie dell’interprete con le star. In effetti lavorare al fianco di celebrità può dare un po’ alla testa ed è comprensibile che si desideri immortalare quel momento e condividerlo… ma forse mandarlo alla mamma e al proprio partner è più che sufficiente! Postare i nostri selfie con celebrità sui social network professionali soddisferebbe solo il nostro desiderio di autocompiacimento, senza apportare alcun contributo a chi ci legge e soprattutto, potrebbe danneggiare l’immagine professionale che dovremmo sempre e comunque veicolare.

Che relatore tremendo!

Capita a tutti ogni tanto di ritrovarsi a tradurre relatori complicati, se non impossibili, ed è umano avere il desiderio di sfogarsi un po’ con qualcuno per esprimere la propria frustrazione. La buona notizia è che esistono gli amici e i familiari 🙂 Se invece decidiamo di rendere pubblico il nostro sfogo sul nostro profilo Twitter, teniamo presente che non è escluso che il nostro cliente possa leggere il nostro post (a maggior ragione se usiamo tag e hashtag troppo eloquenti). Beh, se dovesse succedere, è probabile che il cliente non apprezzi le nostre esternazioni e che non ci coinvolga nuovamente in occasioni future.

Notizie in tempo reale

Un modo in cui invece i social possono certamente aiutarci è usarli come fonte di notizie in tempo reale. Facciamo un esempio concreto: supponiamo che stiamo lavorando al congresso annuale di Confindustria e il moderatore all’improvviso inizi a leggere un comunicato che non ci è stato fornito in precedenza. E’ molto probabile che il comunicato sia stato postato su uno dei social network di Confindustria: basterà monitorare i profili social del nostro cliente per evitare di essere presi in contropiede.

Per finire, segnalo:

Quando comincio a tradurre in una videoconferenza?

Dall’arrivo della pandemia, per molti di noi le piattaforme di videoconferenza sono diventate una realtà quotidiana. Ormai è assolutamente normale iniziare la giornata con una riunione con i colleghi di ufficio su Teams, seguita da una videoconferenza con un cliente su Skype e da una formazione via webinar su Zoom.

Così come le riunioni in presenza, solitamente anche gli incontri di lavoro virtuali iniziano con un momento più informale in cui si rompe il ghiaccio: i partecipanti si salutano, si scambiano qualche parola e solo dopo si inizia davvero a parlare di lavoro. Negli eventi in presenza la parte informale si svolge tipicamente al buffet: si arriva, si prende un caffè e ci si chiede come sono andate le vacanze, come stanno le rispettive famiglie, ecc. A un certo punto il moderatore prende posto e accende il microfono per richiamare tutti all’ordine. Piano piano i partecipanti si siedono e il moderatore dà ufficialmente inizio ai lavori accendendo il microfono e dicendo qualcosa di simile a: “Benvenuti a tutti, sono lieto di vedervi qui”.

Durante gli eventi in presenza per noi interpreti è molto semplice individuare il momento in cui dobbiamo a nostra volta accendere il microfono e iniziare a tradurre. Ma come facciamo a capire quando dobbiamo iniziare a tradurre se l’incontro si tiene in videoconferenza?

Negli eventi a distanza purtroppo non esiste una cesura così netta tra le chiacchiere e il lavoro vero e proprio, perché i microfoni sono accesi sin dall’arrivo dei partecipanti. Immaginiamo ad esempio una conferenza di un gruppo internazionale con 30 partecipanti in cui ciascuno accede il microfono e dice qualche parola di saluto. Noi interpreti che cosa facciamo? E’ impossibile tradurre tutto, oltre che inutile, anche perché spesso in quella fase tutti tendono a parlare in inglese per essere compresi da tutti.

Il problema è che se iniziamo a tradurre tardi si diffonde il panico perché tutti credono che ci sia qualche problema tecnico e nel giro di 5 secondi compaiono nella chat 20 messaggi di allarme del tipo: “No traduzione”, “Non si sente l’interprete”, “Ci sono problemi sul canale francese” o semplicemente “Francese??!!!”.

Ma anche partire troppo presto può causare qualche imbarazzo perché c’è il rischio di tradurre le parole di un partecipante che è inconsapevole di avere il microfono acceso (ad esempio una delegata che dice al marito: “Uffa, non vedo l’ora che finisca questa riunione!”) o uno scambio confidenziale tra due partecipanti (ad esempio due commerciali che concordano gli ultimi dettagli di una strategia da proporre a un cliente che sta partecipando alla riunione: “Proviamo a proporgli questo prezzo e vediamo se ci casca”).

Ogni volta che mi trovo nella situazione “inizio a tradurre o aspetto ancora?” immagino un direttore d’orchestra che compare magicamente sullo schermo del mio computer per darmi il via al momento giusto. Dato che questo purtroppo non avviene nella realtà, sta a me individuare il momento più adatto per cominciare a tradurre, basandomi sull’ascolto e sul buon senso. Ecco qualche suggerimento.

  • Quando la videoconferenza è trasmessa live, c’è poco spazio per le incertezze: basta prendere come riferimento l’inizio della diffusione, segnalata da una scritta o da un simbolo.
  • Se l’incontro prevede la presenza di un moderatore, è lui la persona che dobbiamo tenere d’occhio: con ogni probabilità ci sarà un momento in cui richiamerà tutti all’ordine e dirà qualcosa tipo: “Direi che possiamo cominciare”.
  • Quando ci rendiamo conto che la conversazione in corso riguarda tematiche personali, probabilmente i partecipanti sono ancora nella fase pre-incontro di lavoro. Meglio aspettare.
  • Se la conversazione riguarda tematiche personali, ma coinvolge altri partecipanti, che vengono chiamati per nome, può essere opportuno fare quantomeno una sintesi di quello che è stato detto. Esempio: una riunione di un’azienda italiana con 5 commerciali americani in cui un dirigente italiano dice ad un altro: “Sono appena rientrato dal Texas, dove ho incontrato John. Ci siamo divertiti un sacco, vero John?” laddove John è uno dei cinque commerciali americani. Anche se John non capisce l’italiano, ha sentito il suo nome e probabilmente si chiederà perché, quindi l’interprete dovrebbe a mio avviso accendere il microfono e riassumere brevemente il contenuto dello scambio.
  • In extremis, se proprio la conversazione va avanti a oltranza e ancora non ci sono segnali chiari che ci fanno capire che l’incontro di lavoro è ufficialmente iniziato, possiamo sempre contattare il moderatore (o l’eventuale responsabile dell’agenzia che gestisce l’evento) tramite un messaggio privato sulla chat o chiedergli nella sua lingua (quindi uscendo sul canale che sta ascoltando) se dobbiamo iniziare a tradurre. Ovviamente è una strategia di cui non abusare in quanto certamente la più invasiva.

La decisione dell’interprete di cominciare a tradurre o aspettare in una videoconferenza mette ancora una volta in evidenza che il nostro ruolo va ben oltre il mero trasporto di parole da una lingua all’altra, ma comporta tutta una serie di decisioni relative alla gestione dell’evento comunicativo che ci rendono parte attiva nella costruzione della comunicazione.

Che cosa possiamo imparare dall’isolamento?

Il coronavirus si sta rivelando un dramma immenso per chi si è ammalato in prima persona o ha perso uno dei propri cari, e quantomeno una grande complicazione quotidiana per chi, come me, ha avuto la fortuna di non essere toccato direttamente. Siamo rintanati in casa da settimane e più le giornate si fanno soleggiate e le temperature gradevoli, più siamo insofferenti. Tuttavia, anche in questa situazione che non ci saremmo mai augurati di vivere, possiamo imparare qualcosa sia come persone che come professionisti.

Fa bene staccare ogni tanto

Certo, questa volta non abbiamo avuto molta scelta, ma per chi come noi interpreti è abituato a girare in continuazione come trottole impazzite, un po’ di riposo non guasta. E’ il momento giusto per concederci qualche ora di sonno extra e fare il pieno di energia per essere carichi quando ci sarà la ripresa (perché prima o poi ci sarà).

Non esiste solo il lavoro

Coloro i quali nella vita quotidiana si dedicano solo e soltanto al lavoro, in questo periodo stanno soffrendo ancora di più perché, archiviate le pulizie di primavera, non hanno molto altro da fare. Il tanto tempo libero a disposizione potrebbe essere un’occasione per riprendere i contatti con un vecchio amico che non sentiamo da mesi o per concederci i piccoli piaceri della vita, come leggere un libro che aspetta da mesi sul comodino in attesa di essere letto, guardare la quarta stagione di “La casa di carta” o bere un the in giardino senza guardare l’orologio.

Mai smettere di fare progetti

Anche se in circostanze normali le nostre vite sono talmente intense che finiamo per credere che non ci sia spazio per fare progetti, è sempre bene avere a portata di mano carta e penna per fare una lista dei nostri futuri traguardi e tirarla fuori nei momenti liberi. In caso contrario, al momento opportuno rischiamo di dimenticarceli, sprecando quel tempo prezioso che invece ora abbiamo a profusione. Queste settimane possiamo finalmente cogliere l’occasione per aggiornare il nostro sito, (ri)scrivere il CV, fare un corso online, fare la domanda di adesione a un’associazione professionale… e chi più ne ha più ne metta: usiamolo bene! Per chi fosse a corto di idee, ecco qualche suggerimento.

Attenzione al conto in banca

Per definizione noi freelance siamo abituati all’imprevedibilità delle entrate, condizione che ci insegna ben presto a fare come la formica più che come la cicala. Ovviamente nessuno di noi avrebbe mai potuto prevedere mesi interi di interruzione del lavoro, ma chi non aveva un gruzzoletto da parte sta avendo ancora più difficoltà. Sarebbe bene non dimenticarlo nei periodi di vacche grasse.

Diversificare le attività.

Noi interpreti abbiamo iniziato a subire le conseguenze della diffusione del coronavirus sin dai primi contagi: tutti i convegni sono stati immediatamente cancellati e gli spostamenti sono diventati impossibili. In questo contesto chi di noi si dedica ad altre attività, come la traduzione, l’insegnamento, la correzione di bozze, il voice over, ecc. è riuscito a cavarsela un po’ meglio.

E voi avete altri suggerimenti? Buona settimana, e speriamo che l’isolamento finisca presto e che ci renda persone e professionisti migliori.

L’interprete sostenibile

In questo post, l’ultimo prima della pausa natalizia, vorrei toccare uno dei temi più attuali del momento: i cambiamenti climatici, tentando di rispondere ad una domanda ben precisa: come interpreti, in che modo possiamo ridurre il nostro impatto sull’ambiente?

Premessa: il nostro lavoro è potenzialmente molto inquinante. Per raggiungere le sedi delle conferenze in cui lavoriamo prendiamo molto spesso l’aereo per le tratte lunghe e l’auto per quelle più brevi, senza contare tutta la carta che utilizziamo per prendere appunti quando lavoriamo con la tecnica dell’interpretazione consecutiva.

Tuttavia, come tutti, nel nostro piccolo anche noi possiamo fare qualcosa per inquinare un po’ di meno. Ecco cinque semplici suggerimenti per essere più sostenibili:

  1. Evitiamo di stampare le slide o altri documenti del convegno se non è strettamente necessario: possiamo sempre vederle al computer.
  2. Se in cabina troviamo materiale stampato su un solo lato, al termine del convegno facciamo il giro delle cabine, recuperiamo quella carta (ovviamente a condizione che non contenga informazioni riservate) ed utilizziamola per comporre un blocco per la consecutiva: basterà inserire i fogli su un supporto rigido con una molla per bloccarli.
  3. Quando è possibile, cerchiamo di andare alle conferenze utilizzando i mezzi pubblici o condividendo l’auto con i colleghi.
  4. Portiamo con noi una borraccia per l’acqua e un thermos per il caffè per evitare di ritrovarci a fine giornata con eserciti di bottigliette di plastica vuoto (vedi foto) e bicchieri monouso.
  5. Quando è possibile, prepariamo per le trasferte un pasto da casa invece di comprare in giro o alle macchinette cibi monoporzione pieni di imballaggi (tra l’altro meno gustosi e salutari).

E voi avete altri suggerimenti per essere interpreti più sostenibili?

Buone feste natalizie e a rileggerci a gennaio!

Meglio un interprete uomo o donna?

In Italia ci sono ancora professioni ritenute più maschili che femminili o viceversa, anche se non sempre queste distinzioni sono legate a una reale motivazione. Tra le professioni ritenute tipicamente maschili ci sono il meccanico, il pompiere, l’idraulico e purtroppo, ancora troppo spesso, anche le posizioni di vertice in enti e pubblici e aziende. Viceversa, sono generalmente più associate alle donne professioni come l’insegnante, l’ostetrica, la badante e in generale tutte le professioni di cura. Ma l’interprete?

Non ho dati ufficiali alla mano, ma in maniera empirica posso dire con assoluta certezza che in Italia la professione dell’interprete è nettamente più rappresentata dalle donne che dagli uomini. Chiunque abbia messo piede in una facoltà di traduzione e interpretazione o di lingue straniere avrà certamente notato che i ragazzi rappresentano una sparuta minoranza rispetto alle ragazze e ancora oggi quando lavoro in équipe ci sono quasi sempre più colleghe che colleghi (se mai ce ne sono).

In generale, se un interprete è qualificato e sa fare il suo lavoro, il fatto che sia uomo o donna a mio avviso non dovrebbe avere alcuna importanza, ma a volte i clienti esprimono una preferenza specifica. In alcuni casi queste preferenze sono totalmente arbitrarie, arrivando talvolta persino a sminuire la nostra professionalità. Se ad esempio un cliente richiede un’interprete donna di una determinata fascia di età, con parametri fisici ben definiti e richieste specifiche in fatto di abbigliamento dovrebbe scattare l’allarme: c’è qualcosa che non va. Probabilmente il cliente non cerca un’interprete, ma una ragazza immagine. Non è un problema in sé: basta saperlo.

Esistono però situazioni in cui è effettivamente preferibile selezionare il sesso dell’interprete per ragioni reali. Ecco qualche esempio:

  • nel caso dell’interpretazione medica, una donna che deve sottoporsi a una visita ginecologica può legittimamente sentirsi più a suo agio con un’interprete donna (talvolta anche per motivi religiosi); viceversa per un paziente uomo, che può preferire un uomo per una visita andrologica;
  • nel caso dell’interpretazione radiofonica o televisiva a volte si preferisce abbinare un relatore uomo a un interprete uomo e viceversa per aiutare il pubblico a legare il personaggio che vede alla voce che sente;
  • casi particolari: ad esempio una volta mi è arrivata una richiesta per l’interpretazione di interviste a calciatori appena dopo una partita. Queste interviste si sarebbero svolte negli spogliatoi, quindi il cliente ha richiesto in maniera specifica un interprete uomo.

Conoscete altre situazioni in cui è legittimo specificare il sesso dell’interprete? Generalmente associate la professione dell’interprete più a una donna o a un uomo?

Qual è la migliore tecnica di interpretazione per il mio evento?

Uno dei compiti di un interprete professionista è aiutare il proprio cliente a scegliere la tipologia di interpretazione più appropriata per l’evento che sta organizzando per assicurarne la migliore riuscita. Per proporre la tecnica giusta per ogni tipo di evento occorrono delle informazioni precise, ma prima facciamo un rapido ripasso delle diverse tecniche di interpretazione.

Interpretazione simultanea

Si tratta della tecnica di interpretazione più utilizzata perché permette all’interprete di tradurre il relatore in tempo reale. In caso di incontri con più di due lingue la traduzione avviene in contemporanea in tutte le lingue. L’interpretazione simultanea si svolge in una cabina insonorizzata in cui gli interpreti hanno a disposizione una cuffia ciascuno, da cui sentono il relatore, e un microfono, da cui trasmettono la traduzione al pubblico, che li ascolta tramite una cuffia. Il pubblico può anche fare domande ai relatori parlando all’interno di un microfono, il cui suono arriva in cuffia agli interpreti, che possono tradurre per il relatore. E’ la tecnica ideale per gli incontri con molte lingue di lavoro e un pubblico vasto, nonché la tecnica in cui l’interprete ha la possibilità di lavorare nelle migliori condizioni.

Pro: permette di risparmiare tempo perché la traduzione è appunto simultanea

Contro: ha un prezzo più elevato perché occorre noleggiare attrezzatura tecnica e avvalersi dell’assistenza di un tecnico audio

Interpretazione simultanea con bidule

Uguale alla precedente, con la differenza che l’interpretazione non avviene in cabina, ma con il supporto di impianti mobili: l’interprete ascolta i relatori con una cuffietta o senza (in gergo, in oversound), a seconda delle dimensioni della sala, e trasmette al pubblico la traduzione tramite un microfono. Quindi l’attrezzatura tecnica è costituita da cuffie e microfoni. L’ideale per eventi itineranti, ma molto stancante per l’interprete se l’incontro ha una lunga durata perché ha le difficoltà della simultanea senza però la comodità dell’ambiente insonorizzato e della qualità del suono garantito della cabina.

Pro: permette di risparmiare tempo, ma costa meno della simultanea

Contro: non essendoci la cabina insonorizzata è molto stancante per gli interpreti e può risultare fastidiosa per il pubblico in sala che sente la voce dell’interprete in sottofondo

Chuchotage

La tecnica dello chuchotage, o interpretazione sussurrata, è la medesima della simultanea, con la differenza che avviene senza alcun supporto tecnico. L’interprete si posiziona accanto o dietro le persone a cui deve fornire la traduzione e sussurra la traduzione. Viste le condizioni in cui si svolge non può essere utilizzata per più di 3 persone ed è sconsigliata per lunghe giornate, perché è stancante sia per l’interprete che per chi usufruisce del servizio perché è costretto a rimanere sempre vicino all’interprete. Inoltre, può essere un elemento di disturbo per lo svolgimento della riunione. Per queste ragioni è una tecnica che si utilizza generalmente per interventi singoli in cui non è prevista l’interpretazione in cabina (magari per una lingua che non fa ufficialmente parte delle lingue di lavoro).

Pro: permette di fare a meno dell’attrezzatura tecnica

Contro: il sussurrare continuo dell’interprete può risultare fastidioso per il pubblico in sala; utilizzabile solo per pochi ascoltatori

Interpretazione consecutiva

Il relatore parla per circa cinque minuti e l’interprete prende appunti utilizzando una tecnica specifica di presa di note. Al termine di ogni porzione di intervento del relatore, l’interprete prende la parola e traduce quanto appena detto in un’altra lingua. E’ una tecnica che allunga di molto i tempi ed è infattibile per eventi con più lingue di lavoro.

Pro: non occorre attrezzatura tecnica

Contro: raddoppia i tempi

Interpretazione di trattativa

Simile all’interpretazione consecutiva, con la differenza che non vengono tradotte grosse porzioni di discorso, ma si traduce frase per frase. E’ la tecnica più utilizzata negli incontri bilaterali o nei negoziati commerciali in cui generalmente c’è uno scambio “botta e risposta”.

Pro: non occorre attrezzatura tecnica

Contro: si presta solo a eventi molto piccoli

Per capire quale di queste tecniche si presta maggiormente a un evento, pongo ai miei clienti alcune domande. Eccone alcune:

  • quante lingue di lavoro sono previste?
  • che tipo di incontro è? Informale o ufficiale? Riunione interna o conferenza?
  • qual è la durata dell’evento?
  • dove si svolge l’evento? In un piccolo ufficio o in una sala convegni attrezzata?
  • quanti sono i partecipanti?
  • quanti sono i relatori?
  • qual è lo scopo dell’evento?

Sulla base di queste informazioni l’interprete può suggerire l’opzione tecnica migliore per raggiungere l’obiettivo del cliente e, di conseguenza, coordinarsi eventualmente con l’azienda che si occuperà dell’impianto audio e/o con altri colleghi.

Anche i freelance hanno un welfare

E’ tutto vero, non è uno scherzo! Anche i freelance hanno alcuni diritti in fatto di welfare, anche se non tutti i diretti interessati ne sono a conoscenza. Io, ad esempio, non lo sapevo e ho fatto questa piacevole scoperta lo scorso aprile in occasione di TradPro 2019 a Pordenone grazie alla bellissima relazione di Samanta Boni di ACTA.

In questo post vorrei accennare in maniera sintetica e assolutamente non esaustiva ad alcuni dei diritti più importanti che la legge ci riconosce, segnalando fonti molto più autorevoli di questo post per chi volesse fare ulteriori approfondimenti. Ma prima di tutto, una premessa fondamentale: tutto quello che è scritto in questo post si riferisce in maniera specifica ai freelance iscritti alla gestione separata.

Maternità

Partiamo da un lieto evento: la nascita di un figlio. Lo Stato prevede due tipi di congedo: il congedo di maternità e il congedo parentale, proprio come per i dipendenti.

Il congedo di maternità ha una durata di 5 mesi (2+3 o 1+4 in relazione alla data presunta del parto) con un’indennità pari all’80% del reddito medio giornaliero di riferimento, che corrisponde al reddito dei 12 mesi precedenti il congedo di maternità (quindi non dell’anno di calendario), cosa che complica un po’ i calcoli.

Il congedo parentale, invece, ha una durata totale di 6 mesi, frazionabili, ed è possibile usufruirne fino ai 3 anni del bambino. L’indennità per il congedo parentale corrisponde al 30% del reddito medio giornaliero di riferimento (come sopra).

Malattia

Purtroppo la vita non è solo fatta di eventi positivi e purtroppo a volte capita di ammalarci. Anche in questo caso la legge ci fornisce una qualche forma di sostegno. Esistono due situazioni ben distinte: la degenza ospedaliera e la malattia domiciliare.

Cominciamo dalla prima situazione: la degenza ospedaliera. In questo caso abbiamo diritto a un congedo pari a un massimo di 180 giorni nell’arco di un anno solare con un’indennità giornaliera che va da 21,99€ a 43,98€ a seconda dei contributi versati nei 12 mesi precedenti.

In caso di malattia domiciliare, invece, lo Stato ci riconosce il diritto a un’indennità per eventi superiori a quattro giorni, fino a un massimo di 61 giorni nell’arco di un anno solare. L’ammontare dell’indennità per malattia domiciliare corrisponde alla metà di quella ammessa per degenza ospedaliera, sempre a seconda dei contributi versati nei 12 mesi precedenti.

Certo, non parliamo di cifre da capogiro, ma è già qualcosa. E soprattutto è un peccato non usufruire di questi diritti sia dal punto di vista simbolico che economico, visto che una parte delle imposte che paghiamo è destinata proprio a coprire i servizi di welfare previsti per noi.

E per finire, ecco alcuni link utili:

Le dispiace se la registro?

Lavorando come interprete prima o poi arriva inevitabilmente il giorno in cui un cliente ci chiederà il permesso di registrare la nostra interpretazione. Anche se a prima vista potrebbe sembrare una richiesta legittima e “innocente”, in realtà va ponderata con molta attenzione.

A differenza di una traduzione scritta, che una volta terminata rimane per sempre a disposizione dei posteri, l’interpretazione orale di un discorso o di una riunione è strettamente legata al contesto e all’evento comunicativo in cui si svolge, da cui non andrebbe mai scissa.

Quando l’interprete traduce, essendo presente in carne e ossa all’evento, tiene conto anche delle componenti non verbali e paraverbali della comunicazione, come il tono e la postura del relatore. Parimenti, chi ascolta l’interprete ha a disposizione anche le componenti non verbali e paraverbali della sua resa, soprattutto quando si utilizzano le tecniche dell’interpretazione consecutiva o dello chuchotage, in cui l’interprete è anche fisicamente visibile al pubblico. In altre parole, se la resa venisse registrata, estrapolata dal suo contesto e riascoltata dopo molto tempo potrebbe risultare incompleta o in alcuni casi non perfettamente comprensibile.

All’elemento della fruibilità si aggiunge anche quello della responsabilità. Interpretare presuppone già di per sé una grande responsabilità, perché la comprensione del messaggio da parte di chi ascolta l’interprete dipende dalla sua resa, ma registrare la traduzione dell’interprete rende questa responsabilità ancora più gravosa.

Infine c’è la questione della proprietà intellettuale. L’interprete viene reclutato per fornire i suoi servizi espressamente per quell’evento con l’obiettivo specifico di far comprendere a chi lo ascolta il contenuto della riunione. Tuttavia, in termini di proprietà intellettuale, il contenuto dei discorsi appartiene ai relativi relatori, mentre la traduzione corrispondente nella lingua di arrivo appartiene all’interprete.

Per le ragioni sopra elencate, va da sé che un committente non dovrebbe sentirsi automaticamente autorizzato a registrare la resa dell’interprete. Al contrario, la questione della registrazione deve essere negoziata tra cliente e interprete come qualsiasi altro aspetto dell’incarico.

Quindi, se un cliente vuole registrare la resa dell’interprete dovrebbe:

  • chiederlo all’interprete / agli interpreti con largo anticipo, non il giorno stesso della riunione
  • chiedere anche l’assenso dei relatori
  • MAI registrare di nascosto senza chiedere prima il permesso
  • concordare con l’interprete / gli interpreti un compenso extra, che in Italia normalmente si aggira intorno al 50% del compenso giornaliero
  • inserire la clausola della registrazione nel contratto di interpretazione
  • in caso di accordo, effettuare la registrazione predisponendo con i tecnici audio una soluzione che registri direttamente dagli impianti e non ad esempio inserendo in maniera rudimentale un registratore in cabina in caso di interpretazione simultanea (luogo in cui gli interpreti possono legittimamente durante le pause scambiarsi comunicazioni personali)

Per quanto riguarda il pagamento del compenso extra, solitamente si fa un’eccezione in caso di registrazione di riunioni interne, quindi non destinata alla pubblicazione (ad esempio finalizzata solo alla stesura del verbale). Le altre regole rimangono valide.

Infine, in caso di trasmissione (precedentemente concordata con gli interpreti) della resa in diretta streaming, è sempre buona norma, come fanno le maggiori istituzioni internazionali, inserire sul sito che trasmette lo streaming un disclaimer che precisa che la resa degli interpreti serve solo a fini comunicativi e che fa fede l’originale.

Come gestire la cancellazione di un incarico

In questo post vorrei trattare un aspetto poco simpatico della nostra professione: la cancellazione dell’incarico. Partiamo da una situazione tipo (inventata ma realistica).

Il 10 settembre un’agenzia mi contatta per chiedermi la disponibilità per lavorare in simultanea nella cabina italiano<>francese per un convegno sulla politica europea della pesca programmato per il 15 novembre. Io do la mia disponibilità e l’opzione viene confermata in maniera definitiva il 20 settembre. Il 5 ottobre mi contatta un altro cliente che mi propone un altro incarico per tre giornate di lavoro, dal 14 al 16 novembre. La proposta mi tenta, perché sarebbero due giornate di lavoro in più, ma avendo già confermato la mia disponibilità per l’altro convegno ritengo più corretto rinunciare. Nel frattempo, nei giorni successivi inizio a ricevere i documenti relativi al convegno sulla pesca e inizio a prepararmi. Il 12 novembre di punto in bianco l’agenzia che mi ha assegnato l’incarico del convegno sulla pesca mi chiama e mi comunica che la mia presenza non è più richiesta perché gli organizzatori hanno deciso di eliminare il francese come lingua di lavoro per contenere i costi. A questo punto cosa succede?

Propongo tre soluzioni, voi quale votate?

A) Non succede niente. Amici come prima con l’agenzia e il 15 novembre ne approfitto per fare una gita fuori porta

B) Mi arrabbio con l’agenzia e mi impunto perché l’incarico venga confermato

C) Mi affretto a chiamare il cliente che mi aveva offerto le tre giornate di lavoro pretendendo che mi “restituisca” l’incarico

A me non piace nessuna delle tre ipotesi e ne suggerisco un’altra. Innanzitutto occorre precisare che in una situazione come quella proposta ho già fatto un investimento sull’incarico del convegno sulla pesca in quanto:

  • ho rinunciato ad un altro incarico, per giunta più remunerativo, che non posso più recuperare (se non creando il medesimo problema ad un altro collega, che vedrebbe il suo incarico cancellato)
  • ho passato il mio tempo a prepararmi per quel convegno, tempo che avrei potuto utilizzare in altre attività e che non mi sarà pagato da nessuno

Di conseguenza è sacrosanto, in una situazione di questo tipo, pretendere che venga versato un compenso anche in caso di cancellazione dell’incarico. Per questo è fondamentale prevenire queste situazioni spiacevoliinserendo sempre e con estrema chiarezza nella lettera d’incarico o contratto che si sottoscrive con un cliente i termini di cancellazione. Di norma questi termini sono progressivi. Ciascuno può stabilirli a seconda della propria organizzazione personale, ma ecco un esempio:

  • Compenso al 100% in caso di cancellazione entro 4 giorni dall’inizio dell’incarico
  • Compenso al 50% in caso di cancellazione entro 10 giorni dall’inizio dell’incarico
  • Compenso al 30% in caso di cancellazione entro 20 giorni dall’inizio dell’incarico

Avete avuto disavventure di questo tipo? Come vi siete comportati e come ha reagito il vostro cliente?

Ha senso per un interprete avere una specializzazione?

Come ho spiegato molte volte in questo blog, per fare un buon lavoro un interprete deve essere un po’ tuttologo e avere la capacità di immergersi con rapidità e disinvoltura nei settori più disparati. Detto questo, anche se con una buona preparazione è possibile riuscire ad acquisire un’infarinatura dell’argomento di un convegno, questo non rende certamente l’interprete un vero esperto di quell’ambito.

Esempio: se mi preparo per un convegno sulla riproduzione delle api, anche se studio diligentemente per due settimane, certamente imparerò i fondamentali, ma non avrò mai la stessa preparazione di un apicoltore che da anni si dedica completamente a quella materia. E se invece l’interprete diventasse un vero e proprio esperto?

In generale ho l’impressione che la questione della specializzazione sia percepita diversamente nel campo della traduzione e dell’interpretazione. Praticamente tutti i traduttori hanno settori di specializzazione, mentre spesso gli interpreti passano con molta rapidità da una tematica all’altra, senza avere un vero e proprio campo di specializzazione. Questa differenza è dovuta soprattutto a ragioni che riguardano la diversa strutturazione del mercato, ciononostante credo che anche per un interprete avere una specializzazione possa essere una buona opzione per svariati motivi. Eccone alcuni.

Soddisfazione della propria curiosità

Solitamente la scelta della specializzazione è guidata dall’interesse personale. Nel mio caso la mia specializzazione principale è il vino, che è anche il mio hobby, e tutte le volte che mi capita di lavorare in questo settore ho l’occasione di accrescere le mie conoscenze in un ambito che mi interessa.

Possibilità di mettere a frutto esperienze lavorative pregresse

Alcuni colleghi sono approdati alla professione dell’interprete dopo aver lavorato in altri ambiti. Se ad esempio un interprete ha lavorato per alcuni anni come chimico, potrebbe essere un’ottima idea proporsi per convegni di quel settore.

Vantaggio competitivo nei confronti di colleghi non specializzati

Riallacciandomi ai due punti precedenti, ne consegue che chi si presenta a un cliente di un determinato settore come interprete con in più un profilo di “esperto” nel suo stesso ambito, avrà molte più possibilità di ottenere quell’incarico rispetto ad un altro collega interprete che non ha mai familiarizzato con quell’argomento.

Ottimizzazione dei tempi della preparazione

Con una preparazione adeguata è sicuramente possibile per un interprete fare un buon lavoro in un settore molto specifico anche senza avere il profilo di un esperto. Tuttavia, possedere delle competenze già in partenza semplifica di molto la preparazione. Esempio reale: la prima volta che ho lavorato ad un convegno medico ho dovuto studiare per settimane perché la medicina non era la mia specializzazione, dunque sono dovuta partire dai fondamentali. Al contrario, chi conosce già il settore perché ha una laurea in medicina, un interesse personale o ha lavorato molte volte come interprete in convegni medici si sarebbe preparato per lo stesso convegno in 3 giorni. E si sa: soprattutto per noi freelance il tempo è denaro.

Maggiore sicurezza

Quando si lavora in un settore di cui si ha una certa padronanza si percepisce una sensazione di maggiore comfort. E’ più raro che ci siano incomprensioni e si riesce a seguire il filo del discorso con meno fatica.

In conclusione, se non si fosse capito, la mia risposta alla domanda posta all’inizio di questo post è decisamente sì: avere una specializzazione per un interprete, pur non essendo obbligatorio come ormai lo è per un traduttore, è certamente un buon investimento.

Bonus: se qualcuno volesse mettere alla prova il proprio livello di specializzazione in un determinato ambito, suggerisco il Turing test di Chris Durban, segnalato da Corinne McKay: riuscite a tenere una conversazione di 10 minuti con un gruppo di esperti di quel settore sembrando uno di loro?