Il valore aggiunto di un professionista

Qualche tempo fa ho avuto un grosso problema in casa: una perdita dalla colonna di scarico del bagno, un vero incubo! Senza pensarci due volte, la prima cosa che ho fatto è stato chiamare un idraulico consigliato da un conoscente, ossia un professionista del settore che probabilmente aveva già fatto il lavoro di cui avevo bisogno decine, se non centinaia di volte, e che infatti ha risolto rapidamente il mio problema.

Fare ricorso a un professionista per risolvere un problema potrebbe sembrare ovvio, ma in realtà non sempre è così. Spostandoci nel settore dell’interpretazione e della traduzione, infatti, non sempre si applica lo stesso ragionamento. Ho perso ormai il conto delle volte che mi sono sentita dire che per una traduzione o un’interpretazione si poteva fare a meno di professionista con affermazioni del tipo: “Mi arrangio da solo” oppure “Chiedo a mia nipote che questa estate ha fatto un corso in Inghilterra”.

In realtà soluzioni approssimative danno risultati ugualmente approssimativi, con conseguenze a volte disastrose. Io sono convinta del fatto che la preparazione e la professionalità abbiano ancora un valore aggiunto, che riassumerò in cinque punti.

Efficacia

E’ banale, ma non bisogna dimenticare che una traduzione amatoriale, fatta da una persona con una media conoscenza di una lingua straniera, non avrà mai la stessa efficacia di una traduzione realizzata da un traduttore professionista con anni di esperienza. Non mi stancherò mai di dirlo: per lavorare come interprete o traduttore conoscere una lingua straniera è fondamentale, ma non sufficiente: occorre tutto un bagaglio di conoscenze e competenze che non si possono improvvisare.

Tempi

Può essere divertente ogni tanto dilettarsi facendo cose che non si sono mai fatte prima, ma quando i tempi sono stretti, ad esempio se occorre la traduzione di un articolo da pubblicare su una rivista scientifica entro una settimana, non c’è tempo per fare esperimenti e nessuno è più veloce di un traduttore professionista.

Tranquillità

Affidarsi a un professionista di fiducia ci dà tranquillità e sicurezza: la nostra esigenza sarà soddisfatta da una persona con esperienza, quindi non dobbiamo più preoccuparcene o temere di aver fatto qualcosa di sbagliato.

Responsabilità

Nel momento in cui un professionista accetta un incarico, si impegna a svolgerlo nel migliore dei modi e a rimediare ad eventuali problemi. Nel mio esempio iniziale dell’idraulico, la mia colonna di scarico per qualche ragione che ignoro ha continuato ad avere qualche problema dopo il primo intervento, ma quando l’ho richiamato, l’idraulico è tornato e ha risolto, questa volta in maniera definitiva, il mio problema.

Risparmio

Sì, intendo proprio risparmio di denaro, perché una traduzione o un servizio di interpretazione approssimativo o sbagliato si traducono in una perdita di denaro. Un sito web aziendale con una traduzione raffazzonata comunicano un’immagine dell’azienda altrettanto raffazzonata, che probabilmente spingerà un potenziale cliente a cercare altrove.

E voi credete ancora nel valore aggiunto di un professionista? Preferite fare ricorso a un professionista o darvi al fai da te?

Ha senso per un interprete avere una specializzazione?

Come ho spiegato molte volte in questo blog, per fare un buon lavoro un interprete deve essere un po’ tuttologo e avere la capacità di immergersi con rapidità e disinvoltura nei settori più disparati. Detto questo, anche se con una buona preparazione è possibile riuscire ad acquisire un’infarinatura dell’argomento di un convegno, questo non rende certamente l’interprete un vero esperto di quell’ambito.

Esempio: se mi preparo per un convegno sulla riproduzione delle api, anche se studio diligentemente per due settimane, certamente imparerò i fondamentali, ma non avrò mai la stessa preparazione di un apicoltore che da anni si dedica completamente a quella materia. E se invece l’interprete diventasse un vero e proprio esperto?

In generale ho l’impressione che la questione della specializzazione sia percepita diversamente nel campo della traduzione e dell’interpretazione. Praticamente tutti i traduttori hanno settori di specializzazione, mentre spesso gli interpreti passano con molta rapidità da una tematica all’altra, senza avere un vero e proprio campo di specializzazione. Questa differenza è dovuta soprattutto a ragioni che riguardano la diversa strutturazione del mercato, ciononostante credo che anche per un interprete avere una specializzazione possa essere una buona opzione per svariati motivi. Eccone alcuni.

Soddisfazione della propria curiosità

Solitamente la scelta della specializzazione è guidata dall’interesse personale. Nel mio caso la mia specializzazione principale è il vino, che è anche il mio hobby, e tutte le volte che mi capita di lavorare in questo settore ho l’occasione di accrescere le mie conoscenze in un ambito che mi interessa.

Possibilità di mettere a frutto esperienze lavorative pregresse

Alcuni colleghi sono approdati alla professione dell’interprete dopo aver lavorato in altri ambiti. Se ad esempio un interprete ha lavorato per alcuni anni come chimico, potrebbe essere un’ottima idea proporsi per convegni di quel settore.

Vantaggio competitivo nei confronti di colleghi non specializzati

Riallacciandomi ai due punti precedenti, ne consegue che chi si presenta a un cliente di un determinato settore come interprete con in più un profilo di “esperto” nel suo stesso ambito, avrà molte più possibilità di ottenere quell’incarico rispetto ad un altro collega interprete che non ha mai familiarizzato con quell’argomento.

Ottimizzazione dei tempi della preparazione

Con una preparazione adeguata è sicuramente possibile per un interprete fare un buon lavoro in un settore molto specifico anche senza avere il profilo di un esperto. Tuttavia, possedere delle competenze già in partenza semplifica di molto la preparazione. Esempio reale: la prima volta che ho lavorato ad un convegno medico ho dovuto studiare per settimane perché la medicina non era la mia specializzazione, dunque sono dovuta partire dai fondamentali. Al contrario, chi conosce già il settore perché ha una laurea in medicina, un interesse personale o ha lavorato molte volte come interprete in convegni medici si sarebbe preparato per lo stesso convegno in 3 giorni. E si sa: soprattutto per noi freelance il tempo è denaro.

Maggiore sicurezza

Quando si lavora in un settore di cui si ha una certa padronanza si percepisce una sensazione di maggiore comfort. E’ più raro che ci siano incomprensioni e si riesce a seguire il filo del discorso con meno fatica.

In conclusione, se non si fosse capito, la mia risposta alla domanda posta all’inizio di questo post è decisamente sì: avere una specializzazione per un interprete, pur non essendo obbligatorio come ormai lo è per un traduttore, è certamente un buon investimento.

Bonus: se qualcuno volesse mettere alla prova il proprio livello di specializzazione in un determinato ambito, suggerisco il Turing test di Chris Durban, segnalato da Corinne McKay: riuscite a tenere una conversazione di 10 minuti con un gruppo di esperti di quel settore sembrando uno di loro?

L’interprete volontario

Uno degli aspetti più gratificanti del lavoro dell’interprete è la possibilità di aiutare gli altri in maniera tangibile: dando loro la possibilità di comunicare con chi non parla la loro lingua. Questo aspetto “solidale” del lavoro dell’interprete assume una valenza ancora più marcata quando decidiamo di farlo a titolo gratuito, ossia come volontari.

Fare l’interprete volontario vuol dire rendersi disponibile a svolgere un incarico come interprete senza ricevere un compenso economico: insomma, lavorare gratis. MA ATTENZIONE: fare volontariato non vuol dire accettare qualsiasi condizione ci venga proposta, e men che meno accettare di essere sfruttati.

Ci sono infatti alcuni paletti che non dovrebbero mai essere superati. Ecco i miei.

  • Come interprete volontaria posso offrire il mio servizio a chi non può permettersi di pagarlo alle normali condizioni, in particolare ad organizzazioni che operano a livello sociale o umanitario di cui condivido la causa, ma non ad aziende con finalità di lucro (che invece dovrebbero pagare per tutti i servizi di cui usufruiscono, compresi quelli relativi all’interpretazione)
  • In quanto volontaria, non sono mai obbligata a svolgere un incarico: deve essere una mia libera scelta
  • Quando accetto un incarico come interprete volontaria mi aspetto un rimborso spese per i costi di trasporto, vitto e alloggio (in modo tale da non rimetterci di tasca mia)
  • Rinunciare al compenso non vuol dire che l’incarico non debba essere preso sul serio come qualsiasi altro. In altre parole, mi sento comunque in dovere di prepararmi adeguatamente e di tenere un comportamento professionale e se non credo che l’incarico sia alla mia altezza non lo accetto
  • Quando lavoro come volontaria mi aspetto (e verifico) che tutti gli interpreti che intervengono siano volontari: non è possibile che alcuni siano remunerati e altri no
  • I lavori pagati hanno la precedenza su quelli su base volontaria, quindi non devo sentirmi in colpa se sono costretta a disdire la mia partecipazione (ammesso che lo faccia con un adeguato preavviso)

Stabiliti questi paletti, quando mi è possibile, sono felice di poter offrire il mio contributo come volontaria, e quando mi capita di farlo ho sempre la netta sensazione di ricevere molto di più rispetto a ciò che dò.

Quali sono i benefici derivanti dall’attività di volontariato come interprete?

  • La sensazione di sentirsi utile e di aiutare gli altri, mettendo a disposizione il proprio tempo e le proprie competenze
  • Fare l’interprete su base volontaria è un ottimo modo per muovere i primi passi sul mercato dell’interpretazione in un contesto reale (in particolare questo vale per i neolaureati), ma in qualche modo protetto, spesso al fianco di colleghi con più esperienza
  • E’ un’ottima occasione per allargare la propria rete di contatti, conoscendo colleghi che magari potrebbero coinvolgerci in futuri lavori
  • E perché no, è una possibilità di acquisire nuovi clienti, visto che non è detto che chi usufruisce di interpreti volontari non abbia in futuro bisogno di interpreti regolarmente remunerati

E voi avete esperienze come volontari nel mondo dell’interpretazione o nel vostro campo di specializzazione?

Fotografia tratta dall’edizione 2019 del Festival Sabir di Arci (account Twitter @FestivalSabir)

Il CV dell’interprete freelance

Nonostante l’esplosione di social network di tutti i tipi, sia professionali che non, almeno in Italia lo strumento principe per presentarsi come professionista è e rimane il curriculum vitae. Questo vale soprattutto per chi è alla ricerca di un contratto di lavoro come dipendente o dirigente, ma non è detto che valga lo stesso  anche per chi lavora come freelance.

In molti settori, una valida alternativa al CV è offerta dal portfolio, ossia una selezione di lavori svolti in passato. E’ quello che fanno spesso grafici, architetti, artisti, ma anche traduttori.

Per gli interpreti ovviamente non c’è la possibilità di creare un portfolio, quindi potremmo dover tornare al CV o, in alternativa, elaborare una presentazione di altro tipo (powerpoint, brochure o altro). In questo post vorrei concentrarmi sul CV.

Elaborare un CV efficace è molto difficile perché è strettamente correlato a chi andrà a leggerlo e può variare in misura rilevante in base a fattori come:

  • la cultura del destinatario: ad esempio in Italia resiste ahimé la tendenza a fare CV in formato romanzo, mentre nei Paesi anglofoni è tipicamente di 1 pagina, al massimo 2
  • il tipo di destinatario: a seconda che ci rivolgiamo a un’agenzia, a un cliente diretto o a un collega e/o chef d’équipe dobbiamo dosare bene i tecnicismi (siamo sicuri che un’azienda che produce pavimenti sappia che cos’è lo chuchotage?) e le informazioni che chi legge si aspetta di trovare

Ma quali sono gli elementi che non possono proprio mancare?

  • dati di contatto
  • titolo professionale (interprete / interprete e traduttore)
  • link al nostro sito
  • servizi svolti (interpretazione, traduzione, revisione, voice-over, ecc.)
  • combinazione linguistica (con indicazione delle lingue attive e passive sottoforma di elenco o di griglia)
  • anni di esperienza / numero di giornate / parole tradotte
  • associazioni professionali di appartenenza
  • eventuali settori di specializzazione
  • formazione (universitaria e altri corsi attinenti alla professione)
  • certificazioni o accreditamenti professionali

Oltre a queste informazioni base, a seconda dei casi, possiamo aggiungere anche:

  • una lista di clienti con cui lavoriamo o abbiamo lavorato in precedenza (previa loro autorizzazione)
  • una nostra foto professionale
  • una selezione degli incarichi più rilevanti svolti in passato
  • competenze informatiche relative al nostro settore (in primis i CAT tools per gli interpreti-traduttori)
  • soggiorni all’estero
  • altre esperienze lavorative (se attinenti a una delle nostre specializzazioni)
  • ambiti lavorativi come conferenze, fiere, trattative commerciali, ecc (utili soprattutto se a leggere il nostro CV è un’azienda che non sa esattamente in quali e quanti ambiti possiamo essere impiegati)
  • eventuali traduzioni pubblicate (per gli interpreti-traduttori)

Tenderei invece a scartare:

  • il CV in formato Europass perché non flessibile nei contenuti e nella grafica
  • data e luogo di nascita
  • stato civile
  • indicazioni come “patente B” o “automunito”
  • l’intera lista delle giornate di interpretazione (diventerebbe troppo lungo: molto meglio inserire un link cliccabile a una pagina del nostro sito con la lista delle giornate)

E infine un consiglio finale: vale la pena soffermarsi sulla grafica per rendere il nostro CV memorabile già al primo colpo d’occhio e invogliare chi lo riceve a leggerlo per intero.

Per chi fosse interessato ad approfondire il tema, segnalo con piacere l’utilissimo ebook in inglese di Marta Stelmaszak You need a CV that works scaricabile gratuitamente dal link inserito. Buon CV!

Meglio i clienti diretti o le agenzie?

Uno degli aspetti più belli della libera professione è, come dice la parola stessa, il fatto che è libera, ovvero ognuno può lavorare con chi vuole e costruirsi il proprio portafoglio clienti in base alle proprie preferenze e attitudini.

Per un interprete che lavora come libero professionista oltre al passaparola tra colleghi ci sono due tipologie principali di clienti: i clienti diretti (aziende, professionisti di altri settori, privati) e le agenzie di traduzione. In questo post vorrei soffermarmi sui vantaggi e gli svantaggi di lavorare con ciascuna delle due categorie.

Le agenzie di traduzione

Le agenzie sono tradizionalmente il primo approdo di un interprete quando inizia a muovere i primi passi nella professione. La motivazione è semplice: l’agenzia si assume una parte del lavoro e delle responsabilità che altrimenti dovrebbe sobbarcarsi interamente l’interprete, ad esempio:

  • svolge attività di marketing per trovare o essere trovata dal cliente
  • gestisce tutte le fasi del negoziato in merito alle condizioni contrattuali
  • si occupa dell’organizzazione dei dettagli tecnici (noleggio della cabina, contatti con i tecnici, ecc…)
  • sollecita il cliente per l’invio delle informazioni
  • è responsabile del reclutamento degli interpreti (che in caso di eventi plurilingue può rivelarsi complesso)
  • gestisce eventuali problemi durante lo svolgimento dei lavori
  • risponde della remunerazione dell’interprete

A fronte di tutti questi vantaggi, ovviamente ce n’è uno, anche abbastanza rilevante: le agenzie trattengono una commissione di entità più o meno rilevante.

I clienti diretti

Viceversa, gli svantaggi di quando lavoriamo con clienti diretti consistono nel fatto che dobbiamo dedicare parte del nostro tempo e delle nostre energie alle attività elencate sopra. Ecco invece i vantaggi:

  • non dobbiamo cedere una parte del nostro compenso ad un’agenzia
  • è nostra la scelta di quali colleghi coinvolgere
  • abbiamo un margine di manovra totale nella negoziazione delle condizioni contrattuali
  • ma soprattutto: possiamo fidelizzare il nostro cliente e costruire un rapporto lavorativo consolidato che in alcuni casi trasforma il nostro ruolo da mero fornitore di servizi una tantum a consulente a tutto tondo

Sulla base di queste valutazioni, a questo punto dovrei forse dare una risposta alla domanda nel titolo, ma la mia risposta è, come in molti casi, dipende. Dal mio punto di vista dipende dalle persone con cui si ha a che fare. Forse l’ideale è avere un giusto mix fatto di clienti diretti consapevoli del lavoro dell’interprete e di agenzie serie con personale preparato. E voi, preferite lavorare con clienti diretti o con agenzie?

“Being a successful interpreter” di Jonathan Downie

Due interpreti si incontrano e vanno a prendere un caffè al bar. Secondo voi di che cosa parleranno? Non ci metto la mano sul fuoco, ma sono quasi sicura che dedicheranno almeno mezz’ora a lamentarsi di quanto il mercato stia diventando difficile, di quanto sia complicato mantenere tariffe dignitose, di come le cose vadano sempre peggio, eccetera, eccetera, eccetera.

E’ vero: il mercato sta cambiando, ma rimanere immobili e investire le energie nelle lamentele di sicuro non porta a niente di positivo. Quello che serve, forse, è cambiare punto di vista e rimettersi in discussione.

Qui entra in gioco Jonathan Downie e il suo nuovo libro Being a successful interpreter. Già il sottotitolo Adding value and delivering excellence la dice lunga sul tono che percorre il libro, tutto improntato sul tema del valore che come interpreti offriamo ai nostri clienti e su come affrontare le sfide a cui ci sottopone il mercato in maniera costruttiva.

Il libro ha un taglio molto pratico, pur rimandando spesso alla ricerca scientifica, e affronta dieci tematiche che vanno dalla presunta neutralità dell’interprete, alla ricerca attiva di clienti, passando per tematiche poco frequentate come la salute psico-fisica e il lato umoristico del nostro lavoro. Ogni capitolo offre suggerimenti su azioni da intraprendere sia singolarmente che in gruppo e si chiude con un’intervista con un esperto della materia.

A me è piaciuto in particolare il capitolo sulla crescita professionale, ma consiglio caldamente di leggere tutto il libro. Colgo l’occasione per segnalare anche il podcast Troublesome Terps in cui Jonathan DownieAlexander Gansmeier e Alexander Drechsel discutono di temi attinenti all’interpretazione.

L’ansia da vacanze del freelance

Le vacanze volgono al termine, ma per cercare di prolungare l’atmosfera vacanziera il più possibile, il post di oggi riguarda una patologia del freelance che si manifesta tipicamente in questo periodo: l’ansia da vacanze, detta anche ansia da abbandono del cliente.

I sintomi

Generalmente le prime avvisaglie si avvertono circa una settimana prima della data di partenza programmata, quando il freelance inizia a ricevere incarichi che è costretto a rifiutare perché sa di non poterli terminare in tempo prima della partenza. In questa prima fase il malcapitato freelance solitamente riesce bene o male a tenere sotto controllo l’ansia da vacanze ripetendosi come mantra frasi come queste: “Quest’anno ho lavorato tanto e merito di staccare la spina per un po'” o “Sono certo che il cliente mi rimarrà fedele”, ecc.

Purtroppo però la terapia di autoconvincimento a un certo punto perde efficacia e il primo picco si registra solitamente il giorno prima della partenza, al momento dell’impostazione della risposta automatica in caso di assenza. In quel momento il freelance viene assalito dalle sue più grandi paure: “Ci ho messo tanto a fidelizzare i miei clienti e ora li perderò tutti!”, “Mi offriranno il progetto della vita e una volta rifiutato non tornerà mai più!”. Insomma, prende il sopravvento la nostra vena pessimista.

In questa fase, il colpo di grazia potrebbe essere inferto dall’offerta di un progetto interessantissimo/molto ben pagato/entrambi il giorno prima della partenza. Per i soggetti più vulnerabili la tentazione di ritardare la partenza potrebbe essere fortissima, ma cedere in quel momento equivarrebbe a imboccare la via del non ritorno, quella che porta al mare sotto l’ombrellone col PC portatile sulle gambe. Se non vogliamo ritrovarci in quelle condizioni, è bene giocare d’anticipo.

La prevenzione

Innanzitutto per prevenire l’ansia da vacanze, il freelance dovrebbe tenere sempre a mente dei concetti base.

  • Se ho seminato bene, i miei clienti non saranno motivati ad abbandonarmi per il primo che passa.
  • Il riposo è fondamentale per ricaricare le batterie e fornire un servizio sempre migliore ai miei clienti.
  • E poi non bisogna mai dimenticare la cosa più importante: il lavoro è lavoro, per quanto stimolante ed entusiasmante sia per me, e oltre a quello ho una vita da vivere.

Al di là di questi concetti teorici, ci sono anche delle strategie pratiche che il freelance può mettere in campo per prevenire l’ansia da partenza.

  • E’ fondamentale, nonché molto apprezzato, comunicare l’assenza in anticipo ai clienti più affezionati, in modo tale che possano organizzarsi di conseguenza.
  • Se arriva un progetto appena prima della partenza (in particolare se si tratta di un cliente diretto), piuttosto che limitarsi a rispondere “Non sono disponibile”, è buona norma dare il contatto di un collega. Molti freelance preferiscono non dare ai clienti il contatto diretto di un collega perché temono che il collega possa rubare il cliente, ma io invece credo che ci siano molte più probabilità che il cliente torni da noi se ci prendiamo la briga di soddisfare un suo bisogno (anche se tramite un altro collega), piuttosto che abbandonarlo al suo destino. Senza contare che quando si passa del lavoro ad un collega solitamente il collega ha piacere a ricambiare il favore.
  • Quando invece siamo irreperibili, per evitare che il cliente riceva una risposta automatica che, sì, gli comunica la nostra assenza, ma comunque non risolve il suo bisogno, un’ottima strategia potrebbe anche essere inserire nella risposta automatica in caso di assenza il contatto di un collega (vedere punto precedente). Grazie a questa strategia si può  rispondere immediatamente alla richiesta del cliente anche quando non si è reperibili, ma purtroppo non l’ho ancora testata di persona perché non ho ancora trovato una persona di fiducia e con la mia stessa combinazione linguistica, ma spero di trovarla presto.

E voi avete mai sperimentato l’ansia da vacanze del freelance? Avete altri consigli per superarla?

 

Vita da freelance: come gestire i momenti di magra

Diciamocelo: per alcuni versi lavorare come freelance è fantastico. Non ci sono superiori antipatici da sopportare, non bisogna fare la lotta coi colleghi per prendere le ferie, compatibilmente con le scadenze si ha la libertà di organizzare il proprio lavoro e, se non si ha nulla da fare, ci si può tranquillamente concedere il lusso di andare a fare un bagno in piscina anche alle 3 del pomeriggio. Ovviamente non è tutto oro quel che luccica perché c’è uno scotto da pagare per questa libertà: un freelance non ha uno stipendio fisso, non ha le ferie e il congedo di malattia pagati e soprattutto non ha un flusso di lavoro prevedibile e tanto meno costante.

Nella mia esperienza, quest’ultima peculiarità è la più difficile da gestire. Soprattutto nei primi anni, un freelance passa da momenti di estasi, in corrispondenza di incarichi consistenti e soddisfacenti, a momenti di magra, in cui sembra che nessuno abbia più bisogno di noi e in cui, nelle fasi più acute, finiamo per rimpiangere il nostro caro vecchio lavoro da dipendente. E’ proprio in questi momenti che è fondamentale mantenere alto lo spirito e ricordarsi che i momenti di magra capitano a tutti e che non c’è motivo di disperarsi.

Al contrario, bisogna ricordare che i momenti morti possono essere preziosi perché ci offrono l’opportunità di dedicarci ad attività non sono piacevoli, ma anche utili, che però normalmente non abbiamo il tempo di fare. Sono proprio questi i momenti in cui possiamo gettare i semi che in futuro ci permetteranno di crescere professionalmente. Parlo di tutte quelle attività che arricchiscono il nostro bagaglio professionale di nuove competenze o che semplicemente ci rendono persone e, di conseguenza, anche professionisti migliori.

Ecco qualche esempio valido per il campo che conosco meglio, la traduzione:

Attività Potenziali benefici professionali
Ricerca di nuovi clienti Aumento del flusso di lavoro
Aggiornamento sito / CV / profili sui social network professionali Una maggiore visibilità aumenta le possibilità di trovare nuovi clienti
Fare rete e confrontarsi coi colleghi (online o di persona) Miglioramento delle competenze professionali e aumento del flusso di lavoro
Aggiornamento professionale (lettura articoli / ascolto contenuti nelle nostre lingue di lavoro) Miglioramento delle competenze professionali
Approfondimento di un campo totalmente diverso dal nostro (potremmo fare un corso di medicina / pittura / cinema… qualsiasi cosa solletichi il nostro interesse) Preparazione a un eventuale incarico su quel tema
Sport Mantenimento di un buono stato di salute psicofisico
Relax e ricarica delle batterie in vista della prossima ondata di lavoro Mantenimento di un buono stato salute mentale

E voi, freelance e non, avete altri suggerimenti per tenere lontano lo sconforto e mettere a frutto i momenti di magra?

 

Come riconoscere il “cliente perfetto”

Il 2015 finisce domani e, per chiudere in bellezza, oggi vorrei fare un tributo al “cliente perfetto”, a mo’ di rito propiziatorio per augurare a tutti i colleghi interpreti/traduttori e a me stessa di averne molti nel 2016. Il “cliente perfetto” è quella tipologia di committente in grado di risollevare le sorti della nostra giornata, anche quando abbiamo appena avuto i conteggi delle tasse dal commercialista o quando abbiamo passato la notte in bianco per consegnare una traduzione. Non è facile trovare il “cliente perfetto”, ma quando lo si trova, è bene coccolarlo e non lasciarlo scappare.

Ma come si riconosce questa specie in via di estinzione? Ecco i tratti che lo contraddistinguono in modo inequivocabile.

  1. Ti tratta come un professionista, ossia si affida a te perché sa che tu hai le competenze necessarie a fornire il servizio richiesto
  2. Risponde prontamente 
  3. Risponde educatamente
  4. Coopera, rispondendo alle tue domande o richieste di chiarimento (ad esempio rendendosi disponibile ad un briefing prima di un convegno)
  5. Fornisce le informazioni richieste (nel caso di convegni il programma dei lavori, eventuali presentazioni o relazioni di incontri precedenti)
  6. Ti assicura adeguate condizioni di lavoro (microfono, cuffie e cabina di qualità per interpretazioni e scadenze umane per le traduzioni)
  7. Ti paga il giusto (non cerca spasmodicamente di risparmiare fino all’ultimo centesimo possibile e riconosce il valore del tuo lavoro)
  8. Ti fornisce la terminologia tecnica quando ce l’ha
  9. Ti fornisce un riscontro: positivo, se ha apprezzato il tuo lavoro, o negativo (ma in questo caso motivato) per darti la possibilità di dare chiarimenti e/o migliorare
  10. E ovviamente, paga nei termini concordati

Auguro a tutti un 2016 pieno di “clienti perfetti” e di soddisfazioni personali e professionali!

 

Fare rete tra freelance

Anche se nell’immaginario collettivo il freelance è spesso ancora visto come un lupo solitario (vedi foto), ormai i tempi sono cambiati: chi si isola, rimane fuori dai giochi. Qualunque sia il tipo di lavoro che un freelance fa, avrà sempre bisogno di “fare rete”: collaborare, o per lo meno interagire, con altri professionisti del suo campo e/o con altre figure professionali. Se non siete convinti, ecco le prime 5 ragioni che mi vengono in mente per cui vale la pena farlo:

  1. Solidarietà (soprattutto nel momento in cui bisogna fare la dichiarazione dei redditi!)
  2. Contatti, che spesso si trasformano in incarichi futuri
  3. Informazioni (scambio di migliori prassi e confronto in caso di dubbi)
  4. Potere contrattuale 
  5. Arricchimento culturale reciproco

… a cui aggiungerei anche sorrisi, svagodivertimento, che non fa mai male.

Per relazionarsi coi colleghi, una delle possibilità è iscriversi ad un’associazione di categoria. Io ad esempio sono iscritta ad AITI (Associazione Italiana Interpreti e Traduttori). Invece, al di là di piccole collaborazioni occasionali limitate ad un obiettivo specifico, stabilire relazioni più o meno stabili con professionisti di altri settori è un po’ più difficile. Almeno questo è quello che ho sempre pensato, prima di frequentare il seminario “Fare impresa costruendo retiche si è svolto lo scorso 9 giugno nello spazio coworking del Talent Garden di Pordenone nell’ambito del progetto regionale Imprenderò 4.0.

Durante la giornata, il tema del “far rete” è stato declinato in vari modi, ma in quanto freelance, ho particolarmente apprezzato l’ultimo intervento, tenuto da Gianluca Fiscato e Cristiano Nordio, due dei fondatori di FrogMarketing, una rete di 20 professionisti dislocati in 4 regioni che forniscono servizi di marketing. Gianluca e Cristiano ci hanno raccontato di quanto abbiano tratto beneficio, sia dal punto si vista umano che professionale, dalla condivisione e dal superamento della “logica dell’orticello”. Ecco il loro freelance manifesto: