Gara di traduzione: qual è la migliore traduzione di “vodník”?

Da qualche giorno intrattengo un bellissimo scambio di idee (anche se per il momento solo telematico) con Michaela Sebokova, autrice di Dal diario di una piccola comunista. Uno degli argomenti di cui abbiamo discusso è il termine slovacco (e ceco) vodník, che confesso di non aver mai incontrato prima che me lo segnalasse Michaela.

Come insegna la fedele Wikipedia, il vodník è una creatura fantastica presente nel folklore boemo (ecco una poesia in lingua ceca di cui è protagonista). E’ una specie di orco verde che vive nei laghi che custodisce le anime dei morti annegati.

Nella letteratura folklorica italiana non esiste un equivalente di questa creatura, quindi con Michaela ci siamo divertite a ipotizzare delle traduzioni. La prima proposta che mi è venuta in mente è stata “sirena maschio” perché ricordavo di aver letto un libro di fiabe irlandesi raccolte da Yeats nella versione tradotta in italiano che avevano come protagonista una “sirena maschio”.

Dopo aver vagliato altre ipotesi create ex-novo, sono capitata sull’articolo di Wikipedia segnalato precedentemente, da cui ho appreso l’esistenza di un poema sinfonico composto dall’autore ceco Antonín Dvořák il cui titolo tradotto in italiano è Vodník, ovvero Il folletto delle acque (per gli amanti della musica, qui potete ascoltarlo).

Dvorak Vodnik (The Water Goblin)

La faccenda però si è resa ancora più interessante quando ho scoperto che in inglese questa stessa opera è stata tradotta col titolo di “The Water Goblin“: dato che in italiano la parola goblin esiste, ed è molto diffusa grazie al boom degli ultimi anni della letteratura fantastica, questa potrebbe essere un’ulteriore ipotesi di traduzione.

Data la difficoltà del trovare una traduzione efficace, Michaela e io abbiamo deciso di indire una gara aperta a tutti i lettori di questo blog per decretare la migliore proposta di traduzione di vodník.

Come ogni gara che si rispetti, anche questa prevede un premio: l’autore della proposta traduttiva migliore (il giudizio sarà di Michaela) riceverà in omaggio una copia di “I racconti sul cagnolino e la gattina” di Josef Čapek tradotti in italiano da Michaela Sebokova, prossimamente in uscita. C’è tempo per partecipare fino al 28/02/2015.

Per partecipare al concorso, vi chiedo quindi di:

  • aggiungere le vostre proposte di traduzione (commentando a questo post) e/o
  • votare le proposte già presenti nella lista (sempre commentando a questo post)
Vodník, slovacco

Immagine di Sensei-Mew http://fav.me/p22305441

Ecco le proposte di traduzione presentate finora:

  • Acquorco
  • Idrogoblin
  • Vandevir
  • Sirena maschio
  • Vodník
  • Nixie
  • Spiritello dell’acqua
  • Folletto del lago
  • Omino delle acque
  • Acquarion
  • Tritonic
  • Folletto delle acque
  • Verdorco
  • Acquatroll
  • Goblin
  • Ondino

La traduzione vincente sarà comunicata tramite questo sito.

Buona fortuna e che vinca il migliore!

Slovacchia: la tradizione della festa di mezzanotte

Ispirata da un simpatico articolo di un blog satirico sulla fantomatica introduzione di regole stringenti riguardanti la famigerata “busta” (per chi non avesse mai partecipato ad un matrimonio in Puglia, è una solitamente una grossa somma di denaro inserita in una busta da lettere insieme ad un bigliettino che si dona agli sposi come regalo di nozze) oggi ho pensato di soffermarmi su alcune tradizioni slovacche legate alle nozze.

In slovacco “matrimonio” si dice in due modi: manželstvo, parola che viene usata quando si parla del legame matrimoniale e svadba, che invece vuole dire solo festa / banchetto di nozze.

La tradizione slovacca vuole che ogni banchetto di nozze che si rispetti si chiuda con la “festa di mezzanotte”, costituita da due parti. Nella prima parte, detta čepčenie nevesty, alla sposa viene tolto il velo e viene messa una cuffietta tradizionale, detta čepiec. Ogni famiglia ne ha una che viene tramandata per generazioni. Ecco un video che dà l’idea di come funziona la cerimonia.

Čepčenie nevesty - Mokrolužan

La seconda parte invece viene chiamata nevestin tanec, ossia “ballo della sposa” (nevesta: sposa): la sposa viene circondata dagli invitati al banchetto i quali, se vogliono ballare con lei, devono offrirle un dono (in denaro), che generalmente mettono in un cappello o in una pentola appositi (insomma, è una versione alternativa della “busta” pugliese, no?).

Dal_diario_di_una piccola comunistaA proposito di Slovacchia, consiglio a tutti quelli che amano la Slovacchia o che vorrebbero scoprire questo stupendo paese così vicino a noi ma così poco conosciuto, il bellissimo romanzo “Dal diario di una piccola comunista” di Michaela Sebokova, autrice slovacca, ma trapiantata da molti anni in Italia. E’ una storia, raccontata in prima persona da una bambina, ambientata negli anni ’80 durante il regime socialista che, oltre ad appassionare per le vicende familiari della protagonista, è un’occasione per imparare molto sulla storia, sulla cultura e sulle tradizioni slovacche (tra cui anche appunto la festa di mezzanotte).

Ecco il sito di Michaela con altri suoi testi e racconti.

La rivoluzione linguistica dei matrimoni omosessuali

Esattamente un mese fa negli Stati Uniti la storia dei diritti umani ha tagliato uno storico traguardo: con l’abrogazione del Defense of Marriage Act (DOMA) finalmente alle coppie omosessuali che contraggono matrimonio vengono riconosciuti gli stessi diritti delle coppie eterosessuali.

Su questo importante evento, il mio carissimo amico Lorenzo ha scritto un bellissimo articolo (Lo voglio: il sì americano alla coppie gay e la storia che cambia) pubblicato sul Diario di Adamo di “Vanity Fair” in cui, oltre ad offrire la sua riflessione sull’evoluzione della storia dei diritti degli omosessuali, si sofferma anche sulle trasformazioni linguistiche legate al riconoscimento dei matrimoni tra coppie omosessuali, invitando i parlanti delle lingue romanze a snobbare l’utilizzo del vocabolo inglese “partner” ed ad adottare “moglie” e “marito”.

Questo invito mi ha fatto riflettere sul fatto che ad essere ancora impreparate alle evoluzioni sociali in corso non sembrano essere solamente le persone, ma anche le lingue. Da questo punto di vista, ad esempio, lo slovacco non è un’eccezione poiché la possibilità che esista un matrimonio tra due persone dello stesso sesso non è linguisticamente prevista.

Sposarsi si dice in due modi: vydať sa per le donne (letteralmente “darsi” da dať, “dare”) e oženiť sa per gli uomini (simile ad “ammogliarsi”, da žena, “donna”), dunque una donna sposata è vydatá mentre un uomo sposato è ženatý. Nel caso di coppie omosessuali, ciascuna delle due mogli non si può definire vydatá e ciascuno dei due mariti non sarà ženatý.

L’unico modo in cui si può dire in slovacco che due persone dello stesso sesso contraggono matrimonio è usando il verbo zobrať sa, letteralmente “prendersi” o “cominciare a camminare insieme”.

A questo punto non resta che aspettare e vedere chi sarà più veloce ad adattarsi alle ultime evoluzioni della società: le lingue o chi le parla?

La minoranza rom in Slovacchia (seconda parte)

Come promesso nel post precedente, rieccomi a parlare della mia esperienza con la comunità rom in Slovacchia.

Innanzitutto come è più giusto chiamare i membri di questa comunità? In italiano si utilizzano i termini rom, gitani, zingari o nomadi, mentre in slovacco si parla di romovia o cigáni. E’ interessante notare che in slovacco è diffusa anche la variante politicamente corretta osadnici (da osada: insediamento/frazione), termine inizialmente neutro, la cui frequente associazione alla comunità rom ha causato uno slittamente di significato. Ma torniamo alla domanda precedente. Anche se il termine ufficiale è rom, che in lingua romanì vuol dire “uomo”, ho notato che i ragazzi che ho incontrato a Veľký Meder preferiscono definirsi cigáni, tanto che quando ho chiesto ad uno di loro se avesse la cittadinanza slovacca o ungherese, lui mi ha risposto pieno di orgoglio: “Ja som cigán” (io sono gitano/zingaro).

I rom hanno una bandiera, un inno, Djelem Djelem, ed una giornata mondiale a loro dedicata, l’8 aprile, in ricordo  del primo Congresso Mondiale dei Rom (1971). In Slovacchia i loro interessi sono rappresentati da tre partiti politici: Strana rómskej koalície (SRK), Rómska iniciatíva Slovenska (RIS) e Strana Rómskej únie (SRU).

Come già accennato, i rom hanno una loro lingua che si chiama romanì (in slovacco rómskycigánsky). Si tratta di una lingua prevalentemente orale di matrice indiana, non standardizzata (anche se è in corso un dibattito tra gli intellettuali rom su una possibile standardizzazione) costituita da molte varietà in ragione dell’influenza delle lingue parlate nelle zone in cui i rom sono insediati: in sostanza, un rom italiano ed un rom slovacco si capiscono, anche se alcuni dei termini che utilizzano saranno diversi, poiché influenzati dall’italiano e dallo slovacco.

Per farsi un’idea della lingua romanì, ecco alcune parole nella variante parlata a Veľký Meder (dunque influenzata dallo slovacco e dall’ungherese):

  • numeri da 1 a 10: 1 jék, 2 duj, 3 trin, 4 star (pronuncia shtaar), 5 panzs (panj, con j pronunciata alla francese), 6 sov (pronuncia shoov), 7 épta, 8 okto, 9 iija, 10 des (pronuncia desh)
  • come stai: sar sal
  • sto bene: mi sto (pronuncia: mi shtò)
  • bambino: savora (pronuncia: shavora)
  • uomo: rom
  • donna: romni

Il romanì ha anche una parola che vuol dire “persona non rom”: gağó (pronuncia: gagio).

I ragazzi rom che ho incontrato a Veľký Meder erano tutti cattolici. Sono stata colpita dal fatto che, nonostante mi abbiano riservato dal primo momento una calda accoglienza e fossero estremamente disponibili a raccontarmi della loro cultura e ad interagire con me, quando ho chiesto loro se avevano voglia di fare qualche fotografia insieme a me per ricordo, si sono tutti rifiutati (salvo poi cambiare idea l’ultimo giorno in virtù della bella atmosfera creatasi) e mi hanno spiegato che nella loro cultura fare una fotografia a qualcuno vuol dire entrare nella sua “sfera intima”.

Non mi dilungo oltre: raccontare in questa sede tutto quello che ho imparato e dare un’idea di tutto il calore e il buon umore che mi è stato regalato in pochi giorni è impossibile, ma inserisco qui qualche link per chi avesse voglia di scoprire qualcosa in più sulla cultura rom:

Come si dice “castello” in slovacco?

Un articolo  pubblicato da Buongiorno Slovacchia su una delle punte di diamante della Slovacchia: i castelli.

La Slovacchia è un Paese meraviglioso: il suo patrimonio naturale e storico-culturale è sterminato ed i castelli rappresentano senza dubbio alcuni dei suoi fiori all’occhiello. Se ne contano circa 180: conservati più o meno bene, punteggiano tutto il territorio nazionale ed alcuni sono gettonatissime mete turistiche.

Parlando di castelli, è interessante notare che, a differenza della lingua italiana, in slovacco non esiste un unico equivalente per il termine “castello”, ma ne vengono utilizzati due distinti: hrad e zámok. La differenza tra le due tipologie di castello è per gli slovacchi piuttosto netta.

Il termine hrad descrive una fortezza spesso di epoca medievale, avente funzioni difensive e per questo costruita in posizione sopraelevata. Tra i più famosi esempi di hrad presenti sul territorio slovacco, possiamo menzionare il castello di Spiš – Spišský hrad e il castello di Čachtice – Čachtický hrad.

Quando si parla di zámok, invece, si intende generalmente una costruzione spesso di epoca più recente, la cui funzione non è più difensiva, ma di residenza signorile, come ad esempio il castello di Bojnice –  Bojnický zámok.

Poiché la lingua italiana non rende necessario specificare dal punto di vista lessicale la tipologia di costruzione, come si tradurranno hrad e zámok in italiano? È meglio utilizzare due termini distinti o tradurre entrambi con “castello”?

Ho notato che spesso i siti in lingua italiana (ad es. slovakiatravels.com) sembrano preferire la prima soluzione: hrad viene tradotto con “castello” e zámok con chateau.

Personalmente non concordo pienamente con questa scelta, perché per un italiano medio la parola chateau risulterà poco trasparente (basta fare una rapida ricerca dei risultati di chateau in italiano su Google per rendersene conto). Probabilmente la chiara origine francese della parola induce gli italofoni ad associare al termine il concetto di sontuosità, associazione in effetti corretta, trattandosi di dimore signorili. Tuttavia, il termine non chiarisce la differenza con il ben più ricorrente “castello”, che può suscitare anch’esso l’immagine di residenza regale.

Dall’altra parte, invece, utilizzare in entrambi i casi il termine “castello” sacrificherebbe parte delle informazioni contenute in hrad e zámok.

Un’alternativa possibile potrebbe essere l’aggiunta di un aggettivo riferito al periodo storico-culturale e/o all’epoca di edificazione. Ad esempio: castello medievale/rinascimentale/ottocentesco, oppure nel caso di hrad si potrebbe parlare di “fortezza”.

Per completezza, segnalo infine anche il termine slovacco kaštiel che, a dispetto dalle apparenze, non significa castello, ma villa/reggia, come la villa di Betliar – Betliarsky kaštieľ.