Le dispiace se la registro?

Lavorando come interprete prima o poi arriva inevitabilmente il giorno in cui un cliente ci chiederà il permesso di registrare la nostra interpretazione. Anche se a prima vista potrebbe sembrare una richiesta legittima e “innocente”, in realtà va ponderata con molta attenzione.

A differenza di una traduzione scritta, che una volta terminata rimane per sempre a disposizione dei posteri, l’interpretazione orale di un discorso o di una riunione è strettamente legata al contesto e all’evento comunicativo in cui si svolge, da cui non andrebbe mai scissa.

Quando l’interprete traduce, essendo presente in carne e ossa all’evento, tiene conto anche delle componenti non verbali e paraverbali della comunicazione, come il tono e la postura del relatore. Parimenti, chi ascolta l’interprete ha a disposizione anche le componenti non verbali e paraverbali della sua resa, soprattutto quando si utilizzano le tecniche dell’interpretazione consecutiva o dello chuchotage, in cui l’interprete è anche fisicamente visibile al pubblico. In altre parole, se la resa venisse registrata, estrapolata dal suo contesto e riascoltata dopo molto tempo potrebbe risultare incompleta o in alcuni casi non perfettamente comprensibile.

All’elemento della fruibilità si aggiunge anche quello della responsabilità. Interpretare presuppone già di per sé una grande responsabilità, perché la comprensione del messaggio da parte di chi ascolta l’interprete dipende dalla sua resa, ma registrare la traduzione dell’interprete rende questa responsabilità ancora più gravosa.

Infine c’è la questione della proprietà intellettuale. L’interprete viene reclutato per fornire i suoi servizi espressamente per quell’evento con l’obiettivo specifico di far comprendere a chi lo ascolta il contenuto della riunione. Tuttavia, in termini di proprietà intellettuale, il contenuto dei discorsi appartiene ai relativi relatori, mentre la traduzione corrispondente nella lingua di arrivo appartiene all’interprete.

Per le ragioni sopra elencate, va da sé che un committente non dovrebbe sentirsi automaticamente autorizzato a registrare la resa dell’interprete. Al contrario, la questione della registrazione deve essere negoziata tra cliente e interprete come qualsiasi altro aspetto dell’incarico.

Quindi, se un cliente vuole registrare la resa dell’interprete dovrebbe:

  • chiederlo all’interprete / agli interpreti con largo anticipo, non il giorno stesso della riunione
  • chiedere anche l’assenso dei relatori
  • MAI registrare di nascosto senza chiedere prima il permesso
  • concordare con l’interprete / gli interpreti un compenso extra, che in Italia normalmente si aggira intorno al 50% del compenso giornaliero
  • inserire la clausola della registrazione nel contratto di interpretazione
  • in caso di accordo, effettuare la registrazione predisponendo con i tecnici audio una soluzione che registri direttamente dagli impianti e non ad esempio inserendo in maniera rudimentale un registratore in cabina in caso di interpretazione simultanea (luogo in cui gli interpreti possono legittimamente durante le pause scambiarsi comunicazioni personali)

Per quanto riguarda il pagamento del compenso extra, solitamente si fa un’eccezione in caso di registrazione di riunioni interne, quindi non destinata alla pubblicazione (ad esempio finalizzata solo alla stesura del verbale). Le altre regole rimangono valide.

Infine, in caso di trasmissione (precedentemente concordata con gli interpreti) della resa in diretta streaming, è sempre buona norma, come fanno le maggiori istituzioni internazionali, inserire sul sito che trasmette lo streaming un disclaimer che precisa che la resa degli interpreti serve solo a fini comunicativi e che fa fede l’originale.

La gestualità dell’interprete

La prossima volta che vi capita di andare ad una conferenza internazionale con un servizio di interpretazione simultanea multilingue provate a fare un test: osservate tutte le cabine, soffermandovi sulla gestualità utilizzata dagli interpreti al lavoro nelle diverse lingue. Scommettiamo che la cabina italiana sarà quella più effervescente?

Stereotipi a parte, come scrivevo in un post di qualche anno fa, noi italiani proprio non ce la possiamo fare: gesticolare fa proprio parte della nostra natura, anche se chi ci ascolta in cuffia in teoria non può vederci, e quindi non può “beneficiare” della comunicazione veicolata dai nostri gesti. Ma è accettabile che un interprete gesticoli?

Cerchiamo di fare un distinguo tra i vari contesti. Se stiamo lavorando in cabina di simultanea, a meno che non diventiamo molesti con il nostro compagno di cabina (come invece accade nel video di questo post), perché mai dovremmo limitarci? Se gesticolare fa parte della nostra natura, sforzarci di non farlo richiederebbe concentrazione e autocontrollo, e dato che l’interpretazione simultanea assorbe già una grande quantità di energia, dal punto di vista cognitivo aggiungere un ulteriore compito costituirebbe uno spreco. Durante la simultanea ogni interprete si concentra a modo suo: c’è chi gesticola, chi scarabocchia e chi lavora a maglia. Purché si faccia un buon lavoro e non si disturbi il collega, a mio avviso è tutto permesso.

Se stiamo lavorando in consecutiva o in trattativa, situazioni in cui siamo fisicamente presenti nell’interazione, a mio avviso una certa componente non verbale può contribuire a trasmettere in maniera più incisiva il messaggio dell’oratore che stiamo traducendo, insieme al tono della voce e a tutto il resto. In questi contesti dovremmo sempre tenere a mente alcune linee guida:

  • mai esagerare: anche se qualcuno dice che gli interpreti sono attori mancati, non siamo stati chiamati per fare uno show
  • cerchiamo di attenerci alla lingua-cultura nella quale stiamo traducendo: se stiamo traducendo verso l’inglese cerchiamo di contenerci, mentre invece se stiamo traducendo verso l’italiano possiamo assecondare un po’ di più la nostra spontanea gestualità. Anche se questo “adeguamento linguistico-culturale” potrebbe sembrare in teoria un po’ complicato e forzato, in realtà col tempo diventa automatico
  • non dimentichiamo che alcuni gesti hanno significati completamente diversi in diverse culture: nel corso della nostra formazione di interpreti è importante diventare consapevoli di queste differenze. Nel dubbio, meglio adottare il principio di cautela e tenere le mani impegnate (una con il blocco degli appunti e una con la penna)

Se invece stiamo lavorando in chuchotage, per non disturbare gli altri partecipanti e il relatore, oltre a tenere basso il volume della voce (non a caso si chiama chuchotage o interpretazione sussurrata), è bene limitare al massimo la gestualità.

Il signor Panfilo è gentilmente desiderato sul palco

Qualche tempo fa una collega spagnola, che è soprattutto una cara amica, mi ha raccontato una storia che mi ha fatto molto ridere. Stava lavorando in simultanea durante un convegno molto serio e tra i delegati c’era anche un relatore italiano il cui cognome era Panfilo (che pronunciamo con l’accento sulla “a”: Pànfilo).

Pur non tra i più diffusi, per noi italiani questo è un cognome come un altro, che normalmente non desta nessuna reazione particolare. Invece, come mi ha spiegato la collega, sul pubblico spagnolo avrebbe avuto un effetto molto comico perché la parola pánfilo (che si pronuncia come in italiano, con l’accento sulla “a”) in spagnolo vuol dire “idiota/tardo nel comprendere/stupidotto”.

Prevedendo le risatine dei delegati spagnoli nel sentir pronunciare quella parola per loro comica in quel contesto e, soprattutto, immaginando lo stupore dell’ignaro relatore italiano, che molto probabilmente non avrebbe capito il motivo di quella reazione al suo cognome, la collega ha deciso di intervenire per evitare imbarazzi: ha pronunciato il cognome molto velocemente, a voce più bassa e cambiando l’accento (spostandolo sulla “i”: “Panfìlo”) nel tentativo di confondere le acque. In questo modo il pericolo ridarella è stato scampato e nessuno si è sentito incomprensibilmente deriso.

Questo episodio divertente mostra un’altra sfaccettatura che contraddistingue il ruolo dell’interprete, che va ben oltre il mero trasporto di parole da una lingua ad un’altra. Infatti, l’interprete è chiamato a fare costantemente scelte e valutazioni, sia linguistiche che comunicative, tenendo conto della specifica situazione comunicativa in cui si trova e cercando di mettersi sempre nei panni di chi lo sta ascoltando. La sua missione è fare in modo che il pubblico per cui sta traducendo recepisca il messaggio del relatore nel modo più simile in cui il relatore ha inteso produrlo nella sua lingua.

Questo significa che se il relatore fa una battuta, e quindi vuole creare un effetto comico, l’interprete deve cercare di creare il medesimo effetto, a volte anche modificando la forma. In questo caso il cognome del relatore avrebbe potuto produrre un effetto comico involontario, per questo la collega ha deciso di intervenire per evitare la distorsione. Non bisogna dimenticare che questi ragionamenti avvengono nella testa dell’interprete nell’arco di frazioni di secondi, in contemporanea con parecchie altre attività non da poco (ascolto del relatore, produzione del suo discorso nell’altra lingua, automonitoraggio, ecc.). Insomma chapeau alla prontezza e lucidità della collega: questa volta il signor Panfilo è salvo!

Serve una bella voce per fare l’interprete?

Una domanda che non ci poniamo mai. Sembra quasi una frivolezza, ma in realtà si tratta di un aspetto a cui pensa spesso chi ci ascolta in simultanea (comprensibilmente, visto che sentono la nostra voce in cuffia per ore).

Tuttavia, è difficile definire il concetto di “voce bella”. Non esiste un criterio oggettivo di valutazione, anche se ci sono degli estremi su cui ci si trova abbastanza concordi. Ad esempio una voce molto grave o, a maggior ragione, molto acuta, può risultare sgradevole, così come probabilmente non è bello ascoltare un interprete con la voce raffreddata o che tossisce in continuazione.

L’importanza attribuita alla “bella voce” dell’interprete varia molto in base al contesto di lavoro: ad esempio nell’ambito dell’interpretazione radiofonica o televisiva viene certamente percepito come un criterio molto più rilevante rispetto a quanto non lo sia durante un convegno di odontoiatria.

Detto questo, se parliamo del timbro vero e proprio, temo non ci sia un grande margine di manovra, perché pur non essendo un’esperta del settore, non mi risulta che possa essere modificato in modo sostanziale. La buona notizia però è che possiamo migliorare il modo in cui il nostro eloquio viene percepito da chi ci ascolta lavorando su alcuni aspetti:

  • fluidità: meglio produrre un discorso scorrevole, senza aumentare e diminuire in continuazione la velocità
  • intonazione: non dovrebbe essere eccessivamente piatta, per evitare effetti soporiferi
  • pause piene (ehm, mh, ah, ecc.): meglio privilegiare le pause vuote
  • respiro affannoso: evitiamolo per evitare di produrre un effetto ansiogeno
  • accento regionale: in una certa misura a mio avviso è anche gradevole, ma non dovrebbe superare certi limiti
  • volume e distanza dal microfono: per non stancare noi stessi, il nostro compagno di cabina e chi ci ascolta dovremmo trovare un buon equilibrio. Se parliamo a voce troppo bassa o troppo distanti dal microfono, il pubblico potrebbe fare fatica a sentire quello che diciamo, mentre se eccediamo nel senso opposto rischiamo di fare venire a tutti (noi stessi compresi) un fastidioso mal di testa dopo mezz’ora di conferenza.

Ricapitolando: un bel timbro di voce per un interprete è sicuramente un punto in più, ma anche chi non ha ricevuto il dono da madre natura può fare molto per migliorare il modo in cui il proprio modo di parlare viene percepito da chi ascolta. Anche per questo, è utilissimo registrarsi (nelle varie lingue di lavoro) e riascoltarsi di tanto in tanto per sentire l’effetto che fa non solo quello che diciamo, ma anche come lo diciamo.

Interpretazione estrema: Beppe Grillo a Oxford

Qualche mese fa Beppe Grillo è stato in visita all’Università di Oxford, accompagnato da un interprete che ha tradotto il suo intervento in inglese. Per chi non avesse visto il video, invito a guardarlo a questo link:

Al di là di ogni valutazione politica, che esula completamente dai temi trattati in questo blog, questo intervento mostra tutte le difficoltà che un interprete si augura sempre che non si presentino durante un lavoro di questo tipo. Eccone alcune:

  • il relatore parla ininterrottamente e non lascia il tempo di tradurre
  • dice cose assolutamente imprevedibili, passando di palo in frasca
  • il discorso è privo di ogni struttura, con frasi che vengono aperte e spesso non chiuse
  • il relatore utilizza ironia e barzellette come se piovesse
  • di tanto in tanto il relatore tenta di scavalcare il suo interprete facendo ricorso a un inglese zoppicante
  • il relatore interagisce direttamente con il suo interprete (“il mio traduttore è muto“, “traduttore traditore“)
  • si sprecano i giochi di parole intraducibili (“l’homeless è erectus, non si può più sdraiare“; “noi siamo alla bassezza della situazione“)
  • non mancano scambi accesi e toni polemici col pubblico (per di più a volte fuori microfono)
  • l’interprete traduce da solo per oltre un’ora
  • il relatore fa riferimenti difficili da capire per i non italiani (bunga bunga)
  • e infine il tutto è condito con un po’ di turpiloquio

Insomma, un vero incubo! Di fronte a tutte queste difficoltà, il malcapitato interprete riesce miracolosamente a rimanere lucido e fa ricorso a una strategia di sopravvivenza: facendo leva sulla sua complicità, certamente pregressa, con il relatore, diventa di fatto la sua “spalla”, partecipando come parte attiva allo spettacolo messo in scena da Grillo, con tanto di gesti, versi e mimica facciale pronunciata.

Dal punto di vista della gestione dei contenuti, inizialmente l’interprete tenta di utilizzare la tecnica dell’interpretazione consecutiva, ma ben presto si ritrova a dover fare delle sintesi abbastanza estreme perché il relatore non gli permette di inserirsi e accumula troppo ritardo. Prova più volte a reagire, ad esempio quando il presidente chiede all’interprete di tradurre, lui cerca di recuperare i contenuti esposti precedentemente dal relatore (“so, if we take a step back…“), ma l’esuberanza del relatore ha puntualmente la meglio su di lui. A un certo punto l’interprete tenta persino di rivolgersi direttamente a Grillo per chiedergli di tradurre in santa pace (“but can I translate the answer first?“) ma anche questa strategia finisce per rivelarsi poco efficace.

Successivamente, nella seconda parte dell’intervento, l’interprete decide di cambiare strategia e passa alla tecnica dell’interpretazione di trattativa: così facendo riesce a trasmettere molti più concetti rispetto alla prima parte, con lo svantaggio però di far perdere fluidità al discorso.

Il risultato finale è esilarante ma, al di là del risvolto comico, la gestione dell’interpretazione è stata tutt’altro che ottimale. L’interprete è stato a dir poco brillante ed è riuscito a padroneggiare la situazione estrema con grande intelligenza, ma è innegabile che, soprattutto nella prima parte dell’intervento, il pubblico che non capiva l’italiano si è certamente sentito escluso e ha perso una parte consistente di ciò che ha detto il relatore.

In questa situazione sarebbe stato di gran lunga preferibile optare per l’interpretazione simultanea, che avrebbe assicurato probabilmente meno intrattenimento, ma più completezza e accuratezza dei contenuti. In questo caso la consecutiva non era assolutamente la tecnica più adatta perché si presta a discorsi ben strutturati (e a relatori meno effervescenti!). Con la simultanea invece, l’interprete o meglio gli interpreti avrebbero potuto stare al passo con il ritmo incalzante del relatore e gestire più facilmente le sue frasi interminabili e slegate utilizzando la “tecnica del salame”, che permette di suddividere una lunga proposizione in tanti pezzettini per riuscire a controllare meglio i contenuti.

Morale della favola: quando si è in pista bisogna ballare, ma è sempre meglio lavorare in condizioni ottimali. E questo è uno dei motivi per cui è meglio rivolgersi sempre a un interprete professionista qualificato in grado di consigliare la tecnica di interpretazione più adatta per ogni contesto.

Come prepararsi per una conferenza?

Lo studio preparatorio che precede una conferenza è sempre stata una delle parti che preferisco del lavoro di interprete perché puntualmente mi ritrovo con gli occhi sgranati sullo schermo per aver scoperto qualcosa di incredibile e per me assolutamente ignoto fino a quel momento. Oltre ad essere fondamentale per la qualità della resa durante il convegno, la preparazione è però anche una fase del lavoro delicata perché il rischio di divagare perdendosi tra i mille mila video di Youtube senza trovare le informazioni giuste è altissimo.

Molte volte gli interpreti che hanno cominciato a lavorare prima dell’avvento di internet mi hanno raccontato di quanto fosse complesso trovare informazioni: ore e ore passate in biblioteca a sfogliare tomi su tomi, nella speranza di trovare le informazioni che cercavano. Oggi, invece, abbiamo il problema opposto: siamo sommersi dalle troppe informazioni e la vera abilità è seguire il filo giusto.

Per un interprete, le tempistiche e le modalità di preparazione per una conferenza dipendono da molti fattori, in particolare la quantità e qualità del materiale trasmesso dal cliente, il tempo a nostra disposizione, la tecnicità dell’argomento e l’esperienza pregressa dell’interprete in quel determinato campo. Ovviamente ogni interprete ha il suo metodo, e nessuno è migliore dell’altro, ma in questo post parlerò del mio, utilizzando come esempio una situazione reale, per poi illustrare le diverse fasi della preparazione.

Qualche mese fa ho svolto un incarico di interpretazione simultanea tra l’italiano e il francese durante un convegno sugli affreschi in Corsica, avendo a disposizione 4-5 giorni di tempo per prepararmi e non essendo una specialista né di arte, né tantomeno di affreschi.

Come quasi sempre, il mio metodo di preparazione è consistito nel partire dal generale per poi scendere sempre più nel dettaglio:

  • innanzitutto ho dato un’occhiata veloce al programma per farmi un’idea delle tematiche trattate
  • ho creato una tabella su un foglio word scrivendo a ruota libera i termini che presumibilmente potevano venir fuori durante un convegno sugli affreschi
  • sono partita dalle pagine francese e italiana di Wikipedia dedicate agli affreschi, per raccogliere un po’ di terminologia di base sulle tecniche utilizzate
  • ho cercato su Youtube delle conferenze sul tema degli affreschi in generale, sia in italiano che in francese. Solitamente all’inizio della preparazione ascolto solamente e poi, quando ho acquisto una base terminologica, li traduco in simultanea per simulare le difficoltà, fermandomi ogni volta che è necessario per approfondire un concetto o un termine
  • ho riletto il programma con attenzione per individuare gli specifici sottotemi trattati
  • ho fatto ricerche approfondite per ogni sottotema
  • ho studiato tutto il materiale trasmesso dai relatori (abstract, relazioni, presentazioni power point) ricercando tutti i concetti o termini sconosciuti nell’altra lingua
  • a quel punto ho fatto ricerche su Google inserendo nel campo di ricerca il nome di ciascun relatore e il tema dell’intervento. Più di una volta mi è capitato di trovare relazioni che poi si sono rivelate molto (ma molto!) simili a quelle esposte durante il convegno (che soddisfazione!)
  • ho ripetuto la stessa operazione su Youtube, per vedere le facce dei relatori (e poi riuscire a riconoscerli al convegno per chiedere chiarimenti dell’ultimo minuto) e familiarizzare con il loro stile di eloquio o accento, a questo punto traducendoli direttamente in simultanea
  • infine ho fatto una ricerca sul luogo in cui si svolgeva il convegno per essere preparata a cogliere eventuali riferimenti a monumenti, fiumi o personalità famose della città
  • al termine di queste operazioni mi sono ritrovata con un bel glossario pieno di preziosa terminologia che ho mandato alla collega, studiato fino alla nausea e portato in cabina, aggiornandolo in tempo reale durante il convegno per un eventuale incarico futuro simile.

E voi, come vi preparate o vi preparereste per lavorare come interprete a una conferenza?

Come tradurre il turpiloquio?

Come risaputo, qualche giorno fa si è consumato un vivace scontro verbale tra il Ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini e il Ministro degli Esteri e dell’Immigrazione lussemburghese Jean Asselborn il quale, al termine di una replica a Salvini, è sbottato dicendo: “Merde alors!”.

Tralascio i contenuti della diatriba per concentrarmi invece sull’errata interpretazione di quanto detto dal Ministro Asselborn. La stragrande maggioranza della stampa italiana ha parlato della “volgarità” dei toni utilizzati dal Ministro lussemburghese, lamentata anche dal Ministro Salvini, che in un suo post su Facebook ha scritto che Jean Asselborn l’avrebbe “interrotto urlando merda”. Data la prossimità della lingua francese all’italiano, in molti sono caduti (o sono voluti cadere) nel tranello linguistico e hanno tradotto l’esclamazione del Ministro del Lussemburgo con il termine più simile in italiano, senza però preoccuparsi dell’accuratezza della traduzione.

Infatti, chiunque vada un po’ oltre il livello di “Noio volevam savuàr” sa che “merde!” viene usato dai francofoni in maniera decisamente più frequente di come noi italiani utilizziamo “merda!” e non ha affatto la stessa intensità. Va riconosciuto a Il Post il merito di aver chiarito in calce al suo articolo che “la traduzione dal francese nei sottotitoli del video non è precisissima. Infatti «Merde alors!» non significa «Merda!», ma è più simile all’italiano «Porca vacca!»”, o, aggiungo io, “porca miseria / e che diamine”.

Colgo la palla al balzo per trattare un tema che avevo in mente da tempo: cosa fare quando un relatore fa ricorso al turpiloquio. Per un interprete, queste situazioni sono sempre delicate perché si trova a dover decidere in pochi secondi a che cosa dare la priorità: meglio essere fedele al relatore, trasmettendo per intero i suoi contenuti nel medesimo registro senza censure, oppure prediligere la sensibilità di chi ascolta e omettere il turpiloquio? Senza dimenticare che in questa valutazione l’interprete deve anche tenere conto di un altro attore fondamentale, presente in questo triangolo comunicativo, che deve essere tutelato: se stesso e la sua professionalità.

A mio avviso non c’è un’unica strategia di gestione del turpiloquio valida per tutte le situazioni, perché occorre valutare alcuni fattori, primo fra tutti il contesto. Ad esempio, se si tratta di una riunione molto informale e a porte chiuse (invento: diciamo la riunione del Club internazionale “Amici di Topolino”) in cui è chiaro che i partecipanti hanno una certa confidenza tra di loro, l’interprete si sentirà più libero di ricorrere a un registro un po’ più quotidiano (senza esagerare); viceversa, se si tratta di una conferenza molto formale (invento ancora: il Convegno mondiale dei dermatologi specializzati in acne giovanile), magari anche con il pubblico in sala e le telecamere, la scelta più prudente è sempre quella di non scendere troppo di registro. In questo secondo scenario, l’interprete può ridurre l’intensità del turpiloquio o, se la situazione lo rende davvero necessario, rendersi visibile spiegando a chi ascolta che è stata utilizzata una parola forte, senza però ripeterla. In passato mi è capitato di ricorrere a questa strategia e ricordo di aver detto: “Il relatore ha espresso il concetto utilizzando un linguaggio molto colorito, che l’interprete non ripeterà”.

Il secondo fattore da valutare è il ruolo svolto dal turpiloquio in quella determinata situazione. Se si tratta di un’esclamazione evidentemente sfuggita al relatore, ma che non aggiunge nessun contenuto, l’interprete può anche valutare di ometterla. Cambiando scenario, invece, immaginiamo che l’interprete si trovi in un tribunale a interpretare in una causa di diffamazione il cui oggetto del contendenere è proprio l’utilizzo specifico di un insulto ai danni della parte lesa. In questo caso, per quanto volgare sia, è evidente che l’interprete dovrà necessariamente tradurre l’insulto, mantenendone il più possibile intatta l’intensità. In una situazione di questo tipo, l’unica strategia a disposizione dell’interprete restio a tradurre il turpiloquio potrebbe essere quella di tradurre l’insulto una sola volta all’inizio della riunione ed evitare di ripeterlo nelle volte successive facendo ricorso a parafrasi, magari dicendo “l’insulto / quanto detto, ecc.” invece di ripetere l’insulto stesso tutte le volte.

Qualsiasi sia lo scenario, tradurre il turpiloquio per un interprete rimane sempre e comunque un grattacapo di cui farebbe volentieri a meno e per essere risolto al meglio richiede esperienza e una grande sensibilità comunicativa. E a voi è mai capitato di tradurre il turpiloquio?

 

 

 

E’ giusto interpretare verso una lingua straniera?

Nel mondo dell’interpretazione, questa domanda ha interrogato e continua a interrogare chiunque si affacci alla professione. Ma prima di offrire la mia risposta, ecco qualche definizione (chi ha già familiarità con la terminologia può saltare il prossimo paragrafo).

Si interpreta in passiva quando si lavora a partire da una lingua straniera (che può essere lingua B o lingua C) verso la propria madrelingua (ossia lingua A), mentre invece si interpreta in attiva quando si lavora dalla propria madrelingua verso una lingua straniera (lingua B, ossia lingua straniera in cui si lavora attivamente, contrariamente alla lingua C, che è passiva).

La risposta delle istituzioni europee alla domanda del titolo è molto chiara e netta: no, a meno che non si strettamente necessario. Infatti, il servizio di interpretazione è organizzato in modo tale che si interpreti unicamente verso la propria lingua madre (con delle eccezioni per le combinazioni linguistiche in cui questo non risulta possibile), dunque tendenzialmente il profilo degli interpreti è di una lingua A e varie lingue C. Quando questo non è possibile si ricorre al retour (interpretazione lingua A>lingua B) o al relais, di cui ho parlato nel post precedente.

Sul mercato privato italiano, invece, tradurre verso una lingua straniera è assolutamente normale, a tal punto che avere nella propria combinazione una lingua solo passiva (C) equivale a utilizzarla ben poco poiché vengono richieste molto più spesso cabine bidirezionali (lingua A<>lingua B) rispetto alle cabine pure (lingua B/C>lingua A). Anzi, esiste anche la pratica dell’interpretazione incrociata, che consiste nell’interpretazione tra due lingue straniere senza passare dalla lingua madre (lingua B<>lingua B).

Al di là delle variabili date dalle scelte istituzionali e dalle esigenze di mercato, la mia risposta alla domanda iniziale è sì: con la preparazione giusta sono convinta che si possa fare un ottimo lavoro, anche quando si interpreta verso una lingua straniera. Tradurre verso la propria lingua madre non è necessariamente una garanzia di qualità perché il processo di interpretazione è costituito da due fasi principali: la comprensione del discorso pronunciato dall’oratore nella lingua di partenza e la produzione del discorso nella lingua di arrivo e ciascuna di queste fasi ha le sue difficoltà.

Se è vero da una parte che la fluidità nella propria lingua madre può essere raggiunta difficilmente in una lingua B, dunque traducendo verso una lingua straniera si potrebbe perdere nella produzione qualche elemento stilistico, è pur vero che tradurre a partire dalla propria madrelingua offre il notevole vantaggio di padroneggiare perfettamente la comprensione, schivando eventuali difficoltà. Una volta compreso il contenuto del discorso, con una solida competenza nella lingua B, l’interprete ha tutto ciò che gli occorre per riprodurre il messaggio nell’altra lingua, e anche se gli sfuggisse uno specifico vocabolo nella lingua B, riuscirebbe comunque a esprimere il concetto in modo efficace utilizzando altre parole.

Il relais: che cos’è e come gestirlo al meglio

Nei convegni con molte lingue di lavoro in cui si fa ricorso all’interpretazione simultanea, laddove non tutti gli interpreti hanno nella loro combinazione linguistica tutte le lingue di lavoro del convegno, si fa spesso ricorso al relais, una conformazione organizzativa che, per essere efficace, richiede qualche cautela. Per chi non sapesse cos’è il relais, segue una breve spiegazione. Chi invece lo sa, può passare direttamente al paragrafo successivo.

Facciamo un esempio pratico: c’è una conferenza che ha come lingue di lavoro italiano, tedesco e russo con due cabine, quella di russo<>italiano e quella di tedesco<>italiano. Sia gli interpreti della cabina di russo che quelli della cabina di tedesco lavorano dall’italiano verso la propria lingua e viceversa, ma gli interpreti di russo non hanno il tedesco e, viceversa, quelli di tedesco non hanno il russo, quindi che si fa quando prendono la parola i relatori di russo? Come si fa ad assicurare la traduzione verso il tedesco? E viceversa, dal tedesco al russo? Semplice, si passa dall’italiano. Ovvero, quando un relatore parla russo, gli interpreti di russo traducono dal russo all’italiano. Gli interpreti di tedesco “prendono il relais” da loro, ossia ascoltano la traduzione dei colleghi russi verso l’italiano e a loro volta traducono verso il tedesco. In poche parole: il relais consiste in un’interpretazione in due tappe, da A a B, e poi da B a C, poiché non si può passare direttamente da A a C.

Nel relais c’è qualcuno che “dà il relais” e qualcuno che lo “prende” ed è fondamentale che tutti gli interpreti coinvolti in questo doppio passaggio prestino massima attenzione affinché il messaggio dell’oratore arrivi a tutti gli uditori in maniera accurata e completa, senza perdersi  nei vari passaggi. Se per l’interprete che “prende il relais” non c’è un ampio margine di manovra, perché non può fare altro che fidarsi di quello che dice il collega, l’interprete che “dà il relais” invece, sapendo di essere gravato da una doppia responsabilità, può intervenire adottando alcune premure per agevolare, nella misura del possibile, il compito del collega. Eccone alcune:

  • innanzitutto dovrebbe controllare con attenzione di “uscire” sul canale audio giusto, in modo tale che la sua resa possa essere ascoltata dal pubblico in sala e dal collega che “prende il relais”
  • nella misura del possibile, spezzettare le frasi in modo da alleggerire la struttura (la cosiddetta “salami technique”), evitando catene di subordinate e utilizzando in maniera corretta ed oculata i connettori logici per facilitare la comprensione del filo logico
  • rallentare il ritmo quando vengono riportati nomi propri (difficili da cogliere se le lingue sono particolarmente distanti) o cifre (sempre potenzialmente problematiche)
  • cercare di mantenere un ritmo il più possibile omogeneo, evitando rallentamenti e accelerazioni

Insomma: quando si lavora con il relais produrre una resa pulita diventa ancora più cruciale.

E voi, avete esperienze con il relais?

 

 

Interpretazione simultanea: i benefici del lavoro di squadra

Anche se dall’esterno potrebbe sembrare che il nostro sia un lavoro da lupi solitari (mezz’ora io – cambio turno – mezz’ora tu, e così via), durante un incarico di interpretazione simultanea (in gergo “quando lavoriamo in cabina”), uno dei fattori che contribuiscono maggiormente al successo del servizio è l’intesa con il/la collega.

Prima del convegno

Una buona collaborazione comincia dalla fase preparatoria. Prima del convegno è sempre molto utile condividere con il/la collega le informazioni, i documenti e i glossari che utilizziamo per prepararci. Lo scambio è abbastanza semplice e spontaneo quando lavoriamo con qualcuno che già conosciamo, ma è un ottimo punto di partenza anche quando lavoriamo con un(a) collega per la prima volta, anche perché diventa l’occasione per rompere il ghiaccio e partire da subito col piede giusto.

Durante il convegno

Avere una buona intesa con il/la collega permette di risolvere e addirittura prevenire eventuali problemi. Ad esempio, è molto comune aiutare il/la collega scrivendo su un foglio di carta posizionato al centro del tavolo elementi  particolarmente ostici del discorso (numeri, nomi di relatori, sigle, liste di Paesi, termini potenzialmente difficili. ecc.) in modo tale che il/la collega possa averli a disposizione in caso di dubbio o se non li avesse sentiti.

Una buona intesa è importante anche per riuscire a fare il cambio del turno di parola in maniera fluida e senza lasciare “buchi”. Quando è possibile, si cerca di far corrispondere il cambio turno degli interpreti con il cambio di oratore, ma se un discorso diventa eccessivamente lungo, è opportuno chiedere il cambio al(la) collega, che deve essere pronto/a a cogliere la richiesta. Ovviamente queste comunicazioni di servizio avvengono nella maggior parte dei casi con il linguaggio non verbale perché abbiamo il microfono aperto, quindi è fondamentale sviluppare la capacità di capirsi al volo.

Fare un lavoro di squadra vuole anche dire fare fronte comune in caso di imprevisti. Ad esempio: se il cliente ci chiede di registrare la nostra interpretazione o di lavorare due ore in più senza modificare le condizioni contrattuali è bene elaborare una strategia comune e rispondere al cliente in maniera univoca.

Un ultimo beneficio, ma non per questo meno importante: stabilire una buona collaborazione con il/la collega ci permette di lavorare in maniera molto più piacevole e senza inutili tensioni che andrebbero per forza di cose a influire negativamente sulla nostra resa, oltre che sul nostro umore.

Sia chiaro: ci saranno sempre colleghi/e più simpatici/he di altri/e, ma credo che sia sempre importante sforzarsi di fare sempre un lavoro di squadra perché interpretare non è una gara a chi fa la prestazione migliore. Non siamo stati reclutati per far vedere quanto siamo bravi, ma per far capire a chi ci ascolta quello che dicono i relatori.

A proposito di collaborazione in cabina, vi lascio con un video molto divertente realizzato qualche anno dalla DG Interpretazione della Commissione europea che mostra esattamente quello che NON bisogna fare in cabina se non vogliamo far impazzire il nostro collega 🙂