17 novembre 1989: la Rivoluzione di Velluto

Ieri in Slovacchia è stato commemorato l’anniversario della Rivoluzione di Velluto (in Slovacco nežná revolúcia, ossia “rivoluzione gentile”). Il 17 novembre 1989 migliaia di studenti si radunarono pacificamente in piazza Slovenské Národné Povstanie a Bratislava per protestare contro la tirannia del regime comunista. L’ondata di protesta si propagò subito anche a Praga e crebbe rapidamente di intensità fino al crollo del regime sovietico e alla nomina, Il 29 dicembre 1989, di Václav Havel come presidente della Cecoslovacchia fino alle prime elezioni democratiche del 1990.

Il 17 novembre è una data importante nella storia della Slovacchia, ancora viva nelle menti di chi 24 anni fa c’era. Lo scorso anno Pravda, uno dei quotidiani più importanti del Paese, ha scelto di ricordare l’evento riportando le testimonianze di chi, durante la Rivoluzione, era ancora un bambino. Riporto qui un piccolo brano di una delle testimonianze pubblicate in quella occasione.

Braňo, che durante la Rivoluzione di Velluto aveva 7 anni, capì ciò che stava succedendo quando in televisione iniziarono ad essere trasmesse immagini interessanti per gli adulti. “In televisione era un alternarsi di notizie e di persone vestite di grigio, una noia mortale per noi bambini. All’improvviso la mamma ci disse di andare a guardare la televisione perché c’era una cosa che dovevamo assolutamente vedere” ricorda oggi il grafico trentenne. I primi incontri li guardarono alla televisione. La mamma aveva paura di uscire di casa da sola con tre bambini. Poi fece indossare ai bambini abiti pesanti e disse loro che avrebbero assistito ad un evento importantissimo. Mentre si facevano largo tra la folla immensa per arrivare ad almeno 30-40 metri dal podio, Braňo sentì una voce familiare: stava parlando Milan Kňažko (ndt: uno degli organizzatori della protesta). “Gli oratori si alternavano, ma avevo l’impressione che dicessero tutti la stessa cosa. E probabilmente era proprio così. Ma quando la folla cominciò a far tintinnare le chiavi, avvertii quel rumore in tutto il mio corpo. Come se tutto quello sbattere di chiavi della folla fosse dentro di me. E’ stata una sensazione fortissima, vivissima ancora oggi nei miei ricordi”.

Interpretazione in lingua dei segni in chiesa

Spesso gli italiani, quando si confrontano con persone provenienti da altri paesi, amano lamentarsi e piangersi addosso. Non so voi, ma io ho perso il conto delle volte in cui, quando si parla di un problema di inefficienza, burocrazia lenta o inciviltà, ho sentito la frase “Cosa ti aspetti? Ricordati che qui siamo in Italia!”. In genere non amo queste generalizzazioni perché penso che il nostro paese sia ricchissimo di risorse e che ovunque ci siano servizi che funzionano e persone dedite al prorio lavoro, sia servizi scadenti e impiegati pigri.

Detta questa premessa però, devo dire che alcune cose che ho visto negli Stati Uniti mi hanno fatto pensare con amarezza che la loro esportazione in Italia richiederà molto più tempo rispetto a quella dell’ultimo modello di I-Phone.

Restringendo il campo al mondo della traduzione, ad esempio, sono stata piacevolmente sorpresa dalla presenza di un servizio di interpretazione in lingua dei segni durante una funzione religiosa in una chiesa di Harlem a New York. Durante la funzione si sono avvicendati ben 4 interpreti che hanno interpretato l’intera celebrazione, inclusi i canti.

A qualcuno di voi è mai capitato di vedere offerto lo stesso servizio in Italia? Sarei felicissima di essere smentita 🙂

Buona Giornata Europea delle Lingue!

Oggi è la Giornata Europea delle Lingue, un evento organizzato dal Consiglio d’Europa che si ripete ogni anno dal 2001. L’obiettivo dell’iniziativa è celebrare la ricchezza linguistica del nostro meraviglioso continente e promuove l’apprendimento delle lingue. Consiglio vivamente a chi fosse interessato a saperne di più di dare un’occhiata al sito ufficiale dell’iniziativa, dove è possibile trovare moltissime informazioni, un ricchissimo programma di eventi e molti giochi e curiosità sul tema delle lingue. Ad esempio io stamattina ho scoperto che a Londra si parlano 300 lingue e che in italiano esiste questo palindromo: O mordo tua nuora o aro un autodromo. Buona lettura!

Ennesima vittoria del multilinguismo nell’Unione Europea

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea con sede a Lussemburgo ha accolto oggi un ricorso dell’Italia, che chiedeva l’annullamento di alcuni bandi di concorso emanati dalle istituzioni europee nel 2008-2009 in quanto pubblicati integralmente solo in inglese, francese e tedesco. Come riportato dal Sole 24 Ore, il ricorso è stato accolto poiché la mancanza di una versione del bando in lingua italiana causava una “disparità di trattamento” tra i candidati.

Anche se in questo caso l’esito dei concorsi sotto accusa non sarà modificato, questa sentenza sottolinea ancora una volta l’importanza del principio del multilinguismo poiché  garanzia della parità di diritti dei cittadini dell’Unione Europea. La lingua è potere e se un cittadino italiano (o di un altro Stato Membro dell’UE) si vede privato della possibilità di utilizzare la propria lingua per competere ad un concorso pubblico, per comunicare con le istituzioni europee o per controllare il lavoro svolto dai propri rappresentanti, vuol dire che oltre ad essere calpestato il principio del multilinguismo, viene meno anche uno dei pilastri dell’architettura europea, la democrazia, poiché quel cittadino verrà automaticamente penalizzato solo perché è nato in un Paese la cui lingua ufficiale non è l’inglese, il francese o il tedesco.

Come riconoscere un (non) interprete

Ho scelto di fare l’interprete perché questo lavoro ha a mio avviso moltissimi aspetti positivi: si incontrano molte persone interessanti, si viaggia molto, si fa qualcosa di utile per gli altri e ogni giorno si impara qualcosa di nuovo.

In Italia, però, gli interpreti ed i traduttori (insieme ad altre categorie professionali) devono scontrarsi quotidianamente con un grande ostacolo: la mancanza di un albo professionale che possa garantire il riconoscimento della professione ed il rispetto di standard etici e qualitativi.

Questo carenza si traduce non solo in una serie di gravi svantaggi a livello fiscale, ma anche in una vera e propria anarchia che pervade il mercato e che rende difficile distinguere i professionisti qualificati da chi si improvvisa tale senza alcun tipo di qualifica o esperienza.

A pagare le spese di questa mancanza di regolamentazione non sono solamente i professionisti che sono costretti a fare la guerra dei prezzi al ribasso con chi offre tariffe più basse (e spesso indecenti) senza fornire nessuna garanzia di qualità del servizio, ma anche i committenti, che fanno fatica a riconoscere professionisti qualificati e ricevono prestazioni scadenti.

Per buttarla sul ridere, ecco un esempio di un interprete improvvisato tanto divertente quanto inadeguato: il personaggio di Alex tratto dal divertente ed intenso film del 2005 Ogni cosa è illuminata. Ecco il trailer del film in versione originale (in inglese), molto più divertente della versione italiana:

A proposito del fai-da-te… Pat e Mat

Leggendo nei giorni scorsi il divertente post “La logica del bricolage” sulla filosofia slovacca del fai-da-te, mi sono venuti in mente Pat e Mat, protagonisti di famose serie di film di animazione cecoslovacche creati da Lubomír Beneš e apparsi per la prima volta nel 1976.

Pat e Mat sono due eroi pasticcioni, che si dedicano al fai-da-te combinando solo guai, ma grazie alla loro perseveranza ed all’inesauribile ottimismo, finiscono sempre per trovare una soluzione.

Dopo essere apparsi per la prima volta nel 1976 nel film Kuťáci (I pensatori), Pat e Mat sono stati protagonisti delle serie … A je to! (… Ce l’abbiamo fatta!) dal 1979 al 1985, Pat a Mat (Pat e Mat) dal 1989 al 1994, “Pat a Mat” se vrací (Pat e Mat il ritorno) nel 2003 e Pat a Mat na venkove (Pat e Mat in campagna) dal 2009 al 2011 per un totale di 86 episodi.

Ecco un episodio del 1985 dal titolo Hrnčiari (I vasai):

Oltre ad essere molto divertenti, Pat e Mat offrono uno spaccato della Cecoslovacchia durante il regime comunista. A questo proposito, è interessante notare che all’inizio Pat indossava un maglione giallo e Mat uno rosso. Questa scelta fu giudicata dal regime un riferimento troppo esplicito a Cina e Russia, tanto che il maglione di Mat diventò grigio per poi tornare rosso solo nel 1989.

Per maggiori informazioni, ecco il sito ufficiale di Pat e Mat (in inglese, ceco e polacco)  ed il sito dei fan (in inglese).

L’identità slovacca

La Slovacchia non è certamente il Paese più famoso del mondo. Quando mi capita di dire ad amici e conoscenti che vivo qui, mi capita spesso di sentire risposte quali: “Dove sei, a Lubiana?”, oppure “Ah, sì, in Cecoslovacchia”, o ancora “La capitale è Budapest, vero?”. Una persona era addirittura convinta che  la Slovacchia fosse una regione dell’Austria!

Nonostante la Slovacchia sia vicinissima al nostro Paese, possiamo usare come attenuanti di questa mancata conoscenza le sue piccole dimensioni (5 milioni di abitanti, quanto la Sicilia) e la sua giovane età (appena 20 anni).

Non sorprende quindi che che gli italiani (ma non solo loro) non sappiano in cosa consista la “slovacchità”. Ad esempio, non credo che esistano barzellette infarcite di stereotipi che cominciano con “c’erano un tedesco, uno slovacco e un italiano…”.

Quello che sorprende, però è che sembrerebbe che neanche gli slovacchi stessi sappiano quali elementi siano alla base della loro identità nazionale.

Guardiamo ad esempio questa vignetta realizzata dall’UE prima che la Slovacchia diventasse Stato Membro.

Il titolo dice Il perfetto europeo dovrebbe essere… Seguono poi per ogni stato membro le caratteristiche ironicamente più salienti, come ad esempio: silenzioso come un italiano, simpatico come un tedesco, bravo a cucinare come un britannico, bravo a guidare come un francese, sobrio come un irlandese, e così via. Nella vignetta campeggia un punto interrogativo seguito da … come uno slovacco, come invito rivolto ai cittadini di inviare suggerimenti. Si tratta di una campagna finalizzata a costruire l’identità europea, ma getta luce sulla (mancata) identità slovacca.

In questi interessanti articoli apparsi in italiano su Buongiorno Slovacchia (prima parte e seconda parte) lo scrittore slovacco Pavel Vilikovský, attraverso un’attenta analisi storica, affronta la questione della “slovacchità”, ritenuta poco vivace, con la grande eccezione dei miti, tra i quali cita Cirillo e Metodio e Juraj Janušik, il Robin Hood slovacco: “il vuoto creato da una storia (…) rinnegata viene colmato dai miti, che essendo più vaghi e romantici sembrano, ad alcuni slovacchi, più idonei dei fatti per conquistare un riconoscimento generale”.

Il rapporto degli slovacchi con la storia appare ancora molto conflittuale, tanto che Vilikovský afferma che “dietro alla sensazione che il nostro passato – o anche il presente, a dire il vero – non sia sufficientemente glorioso, si cela sempre la solita, vecchia mancanza di autostima e fiducia in se stessi”.